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Categoria: "Notizie scottanti"

il rapporto cellule-ossigeno ha vinto il Nobel per la medicina

Perché il rapporto cellule-ossigeno ha vinto il Nobel per la medicina

Gli studi su questo meccanismo fondamentale per l'esistenza aprono scenari su cure antitumorali. Le ricerche dei premi Nobel per la medicina 2019

 

William Kaelin, sir Peter Ratcliffe e Gregg Semenza. Scienziati diversi per background, formazione scientifica, nazionalità. Accomunati però da due particolari: studi seminali sul metabolismo cellulare, e un premio Nobel per la medicina appena assegnato dall’Accademia delle scienze svedese per “la scoperta di come le cellule percepiscono e si adattano alla disponibilità di ossigeno”. Vediamo insieme quali ricerche hanno portato questi tre medici sul podio più alto nel mondo della scienza, e quali conseguenze hanno avuto, e potranno avere in futuro, le loro ricerche.

Perché l’ossigeno?

L’ossigeno, non serve ricordarlo, è uno degli elementi essenziali per la vita. A livello cellulare è il carburante che alimenta i mitocondri, e permette le reazioni chimiche trasformano il cibo in energia con cui alimentare tutti i processi del nostro organismo. È per questo che le cellule devono sempre sapere quanto ossigeno hanno a disposizione, in modo da regolare i propri processi metabolici, e in particolare la respirazione, in base alla presenza/assenza di questo elemento.

Fin qui, si tratta di conoscenze note da tempo, che sono fruttate, nel tempo, già ben due premi Nobel: il primo nel 1931, quando la medaglia è stata consegnata a Otto Warburg, scopritore dell’enzima che permette la respirazione cellulare, cioè la trasformazione (attraverso reazioni chimiche a cui partecipa anche l’ossigeno) dei nutrienti in Atp, il carburante delle cellule.

Il secondo è arrivato pochi anni più tardi: nel 1938, per l’esattezza, quando Corneille Heymans si è visto assegnare il premio Nobel per la medicina per aver scoperto che esistono delle strutture specializzate, dette corpi caritodei, poste nei pressi delle arterie carotidi (quelle del collo), responsabili di monitorare il livello di ossigeno presente nel sangue, e di segnalarlo al cervello perché regoli il ritmo della respirazione. A metà dello scorso secolo, dunque, sapevamo già molto sui processi con cui il nostro corpo reagisce alla presenza, e all’assenza, dell’ossigeno. Ma mancava ancora un tassello: una caratterizzazione di come questi processi vengono regolati a livello molecolare. Ed è qui che entrano in gioco le ricerche dei premi Nobel per la medicina del 2019.

Come reagiamo all’ipossia

Nel nostro organismo le cellule devono agire di concerto per adattarsi a un’improvvisa scarsità di ossigeno. Può avvenire per cause ambientali, come può capitare durante una gita in alta quota, o in caso di attività, come lo sport, che alterano le nostre esigenze di ossigenazione. Tutti casi in cui l’organismo deve produrre un’azione concertata per aumentare la ventilazione (respirando più in fretta), e quindi la disponibilità di ossigeno.

Al contempo, la scarsità di ossigeno può interessare solamente alcuni tessuti del nostro corpo. Può capitare per mille motivi, alcuni fisiologici, altri patologici come in caso di ferite, infezioni o tumori, che bloccano l’apporto di sangue a un tessuto o a un gruppo di cellule. In questo caso, la risposta che viene messa in atto è ancora più complessa, e comprende fenomeni come l’angiogenesi, cioè la formazione di nuovi vasi sanguigni, l’infiammazione (che produce ipossia), e altre alterazioni nel metabolismo di cellule e tessuti. In entrambi i casi, comunque, alla base dei processi di adattamento alla scarsità di ossigeno vi sono, ovviamente, i nostri geni, e le modifiche che le cellule possono apportare alla loro espressione quando si trovano ad affrontare una penuria del prezioso ossigeno.

Arriva Hif

Negli anni ’80 gli scienziati sapevano da tempo che una delle reazioni del nostro organismo in caso di ipossia è un aumento dell’eritropoiesi, cioè della produzione di globuli rossi. E sapevano anche che a guidare questo processo sono un ormone, chiamato eritropoietina, o Epo (erythropoietin hormone), e il gene che attiva e disattiva la sua produzione. Quel che mancava era però una spiegazione dei processi molecolari che spingono ad aumentare la secrezione di Epo negli organi preposti, ovvero i reni.

Lavorando nei laboratori della Johns Hopkins University, Gregg Semenza decise di cercare i meccanismi genetici che permettono di reagire alla mancanza di ossigeno, e utilizzando topi transgenici dimostrò che esistono specifiche porzioni di Dna situate nei pressi del gene Epo che reagiscono ai livelli di ossigeno disponibili nelle cellule, e attivano la produzione dell’ormone (e quindi l’eritropoiesi) in caso di ipossia.

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Negli stessi anni, anche Sir Peter John Ratcliffe aveva iniziato a interessarsi dell’eritropoietina in qualità di specialista di nefrologia. E di pari passo con le ricerche di Semenza, anche lui aveva effettuato importanti scoperte sulla regolazione genetica della sua produzione. Non ultimo, il fatto che i meccanismi genetici che regolano l’attività del gene Epo non sono presenti solamente nei tessuti dei reni, ma in tutte le cellule dell’organismo. A dimostrare che si tratta di un meccanismo genetico responsabile di una vasta gamma di risposte alla mancanza di ossigeno, e non solamente della produzione di eritropoietina.

Il lavoro di entrambi culminò con la scoperta, annunciata da Semenza in un articolo del 1992, di un complesso proteico che si lega alle porzioni di Dna identificate in precedenza. Semenza decise di battezzare questo complesso di proteine Hif, o hypoxia-inducible factor, e dopo una serie di ulteriori ricerche ed esperimenti riuscì a caratterizzarlo con precisione, dimostrando che è composto da due sotto unità prodotte, a loro volta, da due geni differenti: Hif-1α, sensibile alla presenza di ossigeno, e Arent (o Aryl Hydrocarbon Receptor Nuclear Translocator), che non reagisce alla presenza di ossigeno.

Manca il gene Vhl

Mentre i primi due neo premi Nobel mettevano in luce i meccanismi con cui le cellule rispondono alla disponibilità di ossigeno, William Kaelin era impegnato in un campo all’apparenza molto distante: lo studio della sindrome di Von Hippel-Lindau, una malattia ereditaria molto rara che aumenta notevolmente il rischio di sviluppare alcune forme di tumore.

In che modo le sue ricerche si sono incrociate con quelle di Ratcliffe e Semenza? A quel punto si conosceva ormai il ruolo di Hif-1α nella regolazione della produzione di eritropoietina, e si sapeva che la sua azione dipende dalla concentrazione in cui è presente all’interno della cellula. In condizioni normali, infatti, una proteina nota come ubiquitina si lega a Hif-1α e segnala alla cellula che questo complesso deve essere eliminato. Quando invece la cellula si trova in condizioni di ipossia l’ubiquitina non si lega a Hif-1α, i livelli di Hif aumentano e la cellula produce più eritropoietina. Quel che ancora non si conosceva era il meccanismo con cui l’ubiquitina si lega, o meno, a Hif-1α, e come questo potesse dipendere dai livelli di ossigeno.

Il contributo di Kaelin in effetti è stato proprio questo: studiando la sindrome di Von Hippel-Lindau riuscì a dimostrare che il gene che risulta compromesso nei pazienti che ne soffrono, conosciuto come gene Vhl, ha un’azione protettiva nei confronti dei tumori. E che la presenza di una versione compromessa di Vhl è collegata a un aumento dell’attività dei geni che normalmente vengono trascritti quando le cellule si trovano in condizioni di ipossiaVhl doveva quindi essere collegato ai meccanismi che regolano la risposta cellulare all’ossigeno.

E infatti, in breve tempo altri gruppi di ricerca dimostrarono che il gene e la proteina che codifica sono parte di un complesso meccanismo che regola il legame tra l’ubiquitina e Hif-1α. L’ultima tappa della nostra storia arriva quindi nel 2001, anno in cui Kaelin e Ratcliffe pubblicano simultaneamente, ma indipendentemente, una nuova scoperta: in condizioni di ossigenazione normale alcuni gruppi chimici conosciuti come idrossile (espresso con la formula -OH) vengono collegati a due porzioni di HIF-1α, e questa modifica permette a Vhl di riconoscerlo, legarvisi, e dare il via alla sua degradazione grazie al contributo di un enzima noto come prolina idrossilasi, che per funzionare ha bisogno di ossigeno.

Ossigeno: una scoperta da Nobel

Le ricerche dei tre nuovi premi Nobel hanno quindi permesso di comprendere appieno i meccanismi con cui le cellule individuano la presenza o assenza di ossigeno, e danno il via a fenomeni come la produzione di nuovi vasi sanguigni e di globuli rossi. Negli ultimi decenni è stato inoltre dimostrato che i meccanismi di rilevazione dell’ossigeno sono coinvolti in moltissimi processi fisiologici, che vanno dall’attività del sistema immunitario, al corretto sviluppo fetale.

Come scoperto da Kaelin, rappresentano inoltre un fattore importante anche nello sviluppo di molti tipi di tumori, in cui il meccanismo viene hackerato per indurre la crescita di nuovi vasi sanguigni che andranno ad irrorare la neoplasia in formazione, e rappresentano quindi un importante bersaglio che in futuro potrebbe portare allo sviluppo di nuovi farmaci antitumorali. Tutte scoperte che, senza il lavoro pionieristico di SemenzaRatcliffe e Kaelin non sarebbero mai state possibili.

https://www.wired.it/scienza/medicina/2019/10/07/cellule-ossigeno-nobel-medicina-2019/?utm_source=wired&utm_medium=NL&utm_campaign=default

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I telefoni cellulari e le implicazioni sanitarie sull uomo

I telefoni cellulari e le implicazioni sanitarie sull’uomo

È elevato il rischio che le onde interferiscano con occhi (opacizzazione del cristallino), orecchie, cervello e gonadi (con riduzione della fertilità generando un incremento di temperatura e danni correlati come cali della memoria, glaucoma ed altri ancora.
Il surriscaldamento della zona cranica durante una telefonata, localizzato tipicamente nell’area della testa a contatto con il telefono cellulare, può essere verificato attraverso l'utilizzo di una termocamera a raggi infrarossi.


Gli effetti atermici derivano dalla componente non termica del campo magnetico e comprendono:

  • alterazioni a livello molecolare
  • alterazioni dell’equilibrio elettrochimico della membrana cellulare
  • alterazione dei meccanismi di riparazione molecolare del DNA (quest’ultimo effetto comprovante del ruolo delle radiazioni elettromagnetiche nell’origine dei processi di cancerogenesi).

La sintomatologia osservata è piuttosto aspecifica e comprende mal di testa, astenia, irritabilità e stimolazione oculare (elettrofosfeni),

LEGGI TUTTO:

"Telefoni senza fili, cellulari e cordless, ancora sotto accusa per il rischio di tumori al cervello”: l'allarme arriva da ricercatori di diversi Paesi ed è contenuto nel Rapporto “Telefonia senza fili e tumori cerebrali: 15 motivi di inquietudine”, pubblicato da EM Radiation Research e disponibile online (www.radiationresearch.org).

Secondo lo studio, l'uso di questi apparecchi è pericoloso soprattutto per i bambini che rischiano più degli adulti di ammalarsi di tumore al cervello.

 

Ma ci sono anche pericoli di un aumento di tumori oculari, alle ghiandole salivari, di linfomi e leucemie. "Le ricerche, fino ad oggi finanziate dai produttori di telefonini, sottostimano i rischi" secondo le accuse degli autori del Rapporto inviato ai capi di Governo e ai media. Il Rapporto indica nel dettaglio i “vizi” di impostazione dello studio internazionale Interphone lanciato nel 1999, realizzato in 13 Paesi e finanziato dalle aziende di telefonia.

Secondo gli autori, la ricerca Interphone, voluta proprio per valutare i rischi di tumore cerebrale, sottostima il problema. I suoi “errori” rappresentano la maggioranza dei motivi d'allarme che danno il titolo allo studio e che si aggiungono ai dati sui rischi di tumore, sulla maggiore vulnerabilità dei bambini e sulla scarsa trasparenza degli studi.

Nel Rapporto i ricercatori propongono anche alcune raccomandazioni generali per ridurre i rischi delle radiazioni:

  • preservare alcuni luoghi pubblici (scuole, asili, parchi gioco eccetera) da ogni tipo di radiazione
  • organizzare campagne di comunicazione e di prevenzione destinate agli adolescenti e ai bambini
  • informare meglio il pubblico sui rischi dei dispositivi senza filo.

(fonte:adnkronos.com)


Un gruppo di persone di Santa Fe (New Messico -USA) ha chiesto di togliere i dispositivi WiFi dalle strutture pubbliche; si definiscono “elettro-sensitivi” e dichiarano di sentirsi male in prossimità di reti wireless ed anche a causa dei segnali dei cellulari.

Questo gruppo ha dichiarato che il WiFi nei luoghi pubblici (biblioteche, scuole) è da considerarsi una violazione dei diritti dei disabili (Americans with Disabilities Act) ed un avvocato sta studiando per verificare se il fatto possa essere considerato discriminazione.

L’argomento è stato trattato anche nella trasmissione Report a questo link dove fino a settembre 2009 era visibile il servizio WI-FI: SEGNALE D'ALLARME, mentre ora è stato eliminato:

http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E1078399,00.html

 

Wi-Fi: Segnale di allarme
da Rai 3 - Report

 

 


Per quanto riguarda le radiazioni emesse dai telefoni cellulari, gli effetti biologici evidenziati sono di diversa natura; si distinguono infatti effetti termici (derivati da produzione di calore) ed effetti atermici (derivati da danni alle strutture cellulari).

Gli effetti termici sono causati dalle onde ad alta frequenza emesse dai telefonini: esse producono vibrazione delle componenti liquide del nostro corpo (come acqua e sangue) e provocano un aumento della temperatura corporea.

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Il campo elettromagnetico causa il riscaldamento del corpo per mezzo della trasformazione in calore dell’energia radiante mediante tre principi fisici: induzione di correnti ad alta frequenza nei tessuti, modifica dell’orientamento dei dipoli molecolari e rotazione delle molecole.
L'energia radiante si trasforma in energia cinetica che si misura come innalzamento della temperatura; tale aumento di temperatura può indurre effetti di varia natura e costituire un fattore di rischio per la salute.

I danni biologici dipendono da quanta energia ad alta frequenza viene assorbita; al di sopra di 100 kHz sono documentate molteplici azioni termiche: alterazioni della permeabilità di membrana e modificazione dell’omeostasi e della diffusione del calcio a livello cellulare, alterazioni della funzione ghiandolare, del sistema emopoietico, immunitario  e nervoso  ed alterazione dei riflessi comportamentali .

Alla base degli effetti sanitari c’è un’alterazione del trasporto del calcio che, essendo un modulatore dell'attività cerebrale, altera i meccanismi di trasduzione del segnale intracellulare.

 A densità di potenza maggiore (10 mW/cmq, cioè milliWatt su centimetro quadrato) si trovano alterazioni della crescita cellulare, malformazioni embrionali , offuscamento del cristallino ed ustioni interne fino all’arresto cardiaco. Per densità di potenza maggiore ai 50 mW/cmq (come ne gli incidenti per esposizione ai radar sono stati descritti mal di testa, stanchezza, letargia, paura, capogiri, nausea e vomito, aumento spontaneo della coagulazione e della probabilità di infarto.


Un'analisi delle modalità di esposizione ha mostrato che, nel caso dei telefoni cellulari, viene assorbita dalla testa una frazione stimabile tra il 30% ed il 50% dell energia irradiata.

È elevato il rischio che le onde interferiscano con occhi (opacizzazione del cristallino), orecchie, cervello e gonadi (con riduzione della fertilità generando un incremento di temperatura e danni correlati come cali della memoria, glaucoma ed altri ancora.
Il surriscaldamento della zona cranica durante una telefonata, localizzato tipicamente nell’area della testa a contatto con il telefono cellulare, può essere verificato attraverso l'utilizzo di una termocamera a raggi infrarossi.


Gli effetti atermici derivano dalla componente non termica del campo magnetico e comprendono:

  • alterazioni a livello molecolare
  • alterazioni dell’equilibrio elettrochimico della membrana cellulare
  • alterazione dei meccanismi di riparazione molecolare del DNA (quest’ultimo effetto comprovante del ruolo delle radiazioni elettromagnetiche nell’origine dei processi di cancerogenesi).

La sintomatologia osservata è piuttosto aspecifica e comprende mal di testa, astenia, irritabilità e stimolazione oculare (elettrofosfeni), nelle esposizioni a microonde, mentre malformazioni negli embrioni di pollo  si sono evidenziate per esposizione a 1.5 GHz e da 0.1 a 3 mW/cmq.
Inoltre è stata dimostrata un’anormale intensa reazione (una vera e propria allergia) durante l’esposizione a campi elettrici e magnetici di debole intensità.


Numerosi ricercatori si sono adoperati per cercare di comprendere l'influenza di questi campi elettromagnetici sulla salute umana. Adey [56] ha osservato che i campi elettromagnetici ad alta frequenza provocano interazioni con il sistema immunitario (in particolar modo con i linfociti T) , con l'attività enzimatica dell’ornitinadecarbossilasi (un enzima che quando è attivo si associa all insorgenza dei tumori), con lo sviluppo del feto durante la gestazione, con i recettori e le proteine di membrana, con la crescita cellulare e la sua regolazione, con la ghiandola pineale e con le cellule cerebrali favorendo l'insorgenza del morbo di Parkinson e di altre patologie neurodegenerative .

 

Khurana sosteneva che l'uso del cellulare per almeno 10 anni può raddoppiare il rischio di cancro, evenienza quest’ultima scatenata dall’interazione di diverse cause, tra cui le mutazioni cellulari. A tal riguardo il gruppo tedesco Verum ha verificato l’effetto delle onde su animali e uomini dopo l'esposizione a campi elettromagnetici e le cellule umane hanno mostrato un aumento significativo dei danni al DNA che non sempre la cellula è in grado di riparare e che si trasmettono alle generazioni successive di cellule.

Da studi effettuati in Svezia e nei Paesi Bassi è emerso come le onde prodotte dai telefonini siano responsabili di un aumento del neuroma acustico, un tumore cerebrale benigno, riscontrato nei soggetti che utilizzano abitualmente un telefono cellulare (utilizzare abitualmente un telefonino significa utilizzare un cellulare o un cordless per circa un ora al giorno). È stata evidenziata anche una riduzione delle funzioni cognitive soprattutto nei bambini che risultano più vulnerabili dal momento che hanno le ossa craniche meno spesse ed il cervello ancora in formazione.

Appare abbastanza evidente come il danno sia in relazione con il tempo in cui si utilizza il telefono: infatti, in chi lo utilizza da più di 10 anni le possibilità di contrarre il glioma (tumore maligno che colpisce soprattutto il tessuto nervoso del cervello) sono aumentate del 20% e quelle di manifestare un neurinoma acustico del 30%.

 

Ulteriori studi sono stati effettuati per indagare la relazione che esiste tra esposizione a campi elettromagnetici a bassa frequenza ed insorgenza della leucemia acuta infantile. È emerso che i bambini esposti a tali onde si ammalano tre volte di più rispetto ai soggetti non esposti. Juan Manuel Mejia-Arangure ha valutato la relazione tra esposizione di bambini affetti dalla sindrome di Down e per questo più predisposti all’insorgenza della leucemia e le onde elettromagnetiche. Nelle sue osservazioni sono stati messi a confronto bambini già malati con un gruppo di riferimento di bambini non malati. Sono stati considerati diversi fattori, tra i quali le caratteristiche alla nascita, lo stato sociale di appartenenza, la storia clinica della famiglia e per quasi tutti non è stata rilevata una particolare influenza. Differenti risultati sono stati ottenuti, invece, durante la valutazione dei campi magnetici nel luogo di residenza. I bambini esposti ad un'intensità di 0,6 µT (microtesla) mostrano una comparsa della malattia quattro volte superiore rispetto al campione di riferimento. Da un successivo studio tedesco è emerso come la sopravvivenza dei malati sia legata all’esposizione stessa: l’aggravamento si accelera e la mortalità si triplica.

Alcuni studiosi si sono preoccupati di capire gli effetti dell’esposizione acuta (due ore) ad una radiazione elettromagnetica. Con irraggiamenti a radiofrequenza (2.450 MHz) su cellule cerebrali di topo è stato trovato un valore statisticamente significativo (99%) di rotture delle connessioni interne del DNA. Questo tipo di rottura del DNA può portare alla distruzione delle funzioni cellulari, alla generazione di cellule cancerogene ed alla morte delle cellule stesse: l'accumulo dei danni del DNA nelle cellule del sistema nervoso centrale può essere causa di un invecchiamento precoce dell’individuo e di disordini neurovegetativi come, tra gli altri, il morbo di Alzheimer [57,58] e quello di Parkinson.

L’indagine Reflex (QUI) eseguita in Germania ha valutato il possibile impatto dannoso delle emissioni dei cellulari sul Dna umano mediante uno studio basato su uno screening della durata di quattro anni, che prendeva in considerazione le reazioni cellulari umane ed animali rispetto ad alcuni tipi di radiazioni prodotte in laboratorio. In particolare le cellule esposte a campi elettromagnetici evidenziavano un aumento della frammentazione dei filamenti di Dna, che solo in poche occasioni venivano adeguatamente riparate. È stato osservato, inoltre, che il danno rimaneva nelle generazioni cellulari successive conferendo alle stesse una potenzialità cancerogena.


Donnellan et al.  hanno dimostrato effetti clear-cut (def: lampanti) nella cellula RBL-2H3 per l'esposizione a campi elettromagnetici a 835 MHz: la velocità di sintesi del Dna e di replicazione della cellula aumentava, la distribuzione dell’actina e la morfologia della cellula si alterava e la quantità di ßexosaminidasi rilasciata in risposta ad un trasportatore ionico di calcio aumentava significativamente, in confronto a culture non esposte. La quantità di Ras nelle frazioni di membrana delle cellule esposte aumentava, i mutamenti morfologici persistevano nelle subculture successive per almeno sette giorni in assenza di ulteriori esposizioni. La radiazione ionizzante può danneggiare direttamente il Dna, ma anche indirettamente formando radicali liberi idrossilici che possono interagire con il Dna stesso. La radiazione non ionizzante, invece, non è in grado di danneggiare direttamente il Dna, ma secondo recenti ipotesi è stata osservata una possibile attività indiretta.

I normali processi metabolici producono sostanze ossidanti che possono essere neutralizzate da agenti antiossidanti. Lo stress ossidativo si verifica solo quando esiste uno squilibrio (dovuto all’alimentazione impropria oppure per l'esposizione alla contaminazione ambientale) con eccesso di sostanze ossidanti. È stato ipotizzato che l'interazione tra tessuto e radiazioni non ionizzanti può provocare tale squilibrio (crescita di radicali liberi e crollo degli antiossidanti).

È importante ricordare che un aumento delle sostanze ossidanti può avere un ruolo nell’avviare, promuovere e far progredire il cancro. L’aggiunta di una minima quantità di energia dovuta all’applicazione di un campo magnetico ELF o RF (radio frequenza) può bastare a rompere gli equilibri ossidanti/antiossidanti, in favore dei primi  

Omura e Losco  hanno sottoposto normali soggetti umani ad una esposizione di tre minuti a campi elettromagnetici generati da alcuni telefoni cellulari (824,030-848,098 MHz) posti a 5-10 cm dalla testa.

Ciò ha indotto varie anormalità nella zona in cui entrava il campo ed anche in quella di uscita (dove la anormalità fu trovata con la stessa forma dell’area di ingresso, ma l'effetto si mantenne per un tempo più breve): gli effetti usualmente si mantenevano circa per due o tre volte il tempo di esposizione sull’area esposta e da 1.6 a 2 volte sulla parte opposta. Subito dopo la cessazione dell’esposizione apparivano i seguenti effetti espressi con riferimento al tempo di esposizione del campo elettromagnetico:

  • diminuzione dell’acetilcolina (circa due o tre volte)
  • comparsa di disturbi circolatori con la presenza di trombossano B2 (circa due volte)
  • breve comparsa dell’oncogeno C-fos Ab2 (per un tempo leggermente più corto del tempo di esposizione)
  • brevissima comparsa dell’integrina alfa5betal (circa un sesto del tempo di esposizione).

Altri autori hanno effettuato questi esperimenti anche con esposizione a calcolatori, schermi televisivi a colori e forni a microonde con risultati più o meno analoghi, giungendo alla conclusione che prolungate e ripetute esposizioni a campi EM da TV (a circa 16 kHz), forni a microonde (2.45 GHz) o ad altre frequenze simili o superiori senza nessuna protezione dal campo elettromagnetico possono contribuire al possibile sviluppo di cellule cancerogene. Il consumo di cibo cotto a microonde e l'esposizione del corpo umano alle stesse per un lungo periodo di tempo può influenzare lo stato nutrizionale dell'individuo e può contribuire allìinduzione del cancro così come di alcune malattie degenerative, come il morbo di Alzheimer [57,58]. Sono stati effettuati studi in alcune zone in cui era operativo un radar che emetteva frequenze di 154-162 MHz.

Le funzioni motorie, la memoria e l'attenzione differivano significativamente in esperimenti condotti tra alcuni residenti nell’area, tra gli esposti e gruppi di controllo: bambini che vivevano di fronte al radar mostravano un'attenzione ed una memoria meno sviluppata, il loro tempo di reazione era più lento e la resistenza del loro apparato neuromuscolare era minore. Su alcune donne in stato di gravidanza che avevano adoperato apparati a microonde nei sei mesi precedenti all'inizio dello stato gravidico e fino a tre mesi dopo, è stata osservata una maggiore probabilità di aborto.

Un gruppo di studiosi del Cairo (Egitto) ha invece valutato la reazione dei feti e dei neonati dopo l'esposizione della madre ai telefonini portabili. Sono stati presi in considerazione il ritmo cardiaco dei feti e dei neonati, la produttività cardiaca dopo esposizione acuta (dieci minuti) della madre ai campi elettromagnetici EMF emessi dai telefonini portabili nel momento della composizione del numero durante la gravidanza e dopo il parto. Dai risultati è emerso un aumento statisticamente significativo del ritmo cardiaco dei feti e dei neonati ed un calo statisticamente significativo della quantità di sangue spostato ad ogni battito cardiaco e della produttività cardiaca. In uno studio effettuato da Sznigielski  sono stati esaminati per un periodo di quindici anni un gruppo di militari polacchi, di cui alcuni esposti a radiofrequenze e microonde. Si è osservato un tasso di insorgenza tumorale per il personale esposto di tutte le fasce di età molto maggiore rispetto ai non esposti (119/1.000.000abitanti contro 56/1.000.000abitanti). Dolk et al.  hanno studiato per un arco di tempo di circa 10 anni una popolazione in un area di 10 km attorno ad una stazione televisiva e ad un trasmettitore radio in modulazione di frequenza. Il rischio di leucemia, di melanoma e del cancro della vescica per gli adulti residenti nelle zone circostanti si riduceva con l'aumentare della distanza.

Lo stesso studio allargato a venti aree di trasmissione (in Gran Bretagna) evidenziava un aumento del rischio per la leucemia negli adulti in un raggio di 10 km da ogni trasmettitore.

In due località l'aumento del rischio, sempre statisticamente significativo, risultava rispettivamente del 38% e del 16%. È stato trovato un aumento significativo del rischio di cancro dovuto alle radiazioni delle radiofrequenze nel raggio di 200 metri dalle antenne di una stazione base di telefonia mobile per C-net (telefonia analogica a 450 Mhz, quella prima del GSM) rimasta in funzione per 14 anni. Gli studi effettuati sull’esposizione di cellule linfocitarie umane, fino ad un tempo massimo di 72 ore ad un campo elettromagnetico a frequenza di 639.25 Mhz e di intensità di campo elettrico di 20 V/m hanno evidenziato che tale esposizione provoca alterazioni strutturali e funzionali di queste cellule nella stessa misura di quanto già riportato per le basse frequenze.

Studi di microscopia elettronica a scansione e di microscopia confocale (def: tecnica di microscopia) dimostrano una totale perdita di microvilli (estroflessione della membrana di rivestimenti epitelilali) e pseudopodia (estroflessione mobile della membrana citoplasmatica) conseguente all'esposizione. La perdita di pseudopodia è accompagnata da una depolimerizzazione delle principali proteine citoscheletriche; viene osservata, inoltre, una notevole diminuzione nelle attività NK (Natural Killer) dei linfociti T.

La zona di studio era una zona circolare avente un raggio di circa 1200 metri intorno al trasmettitore elettronico e le persone dovevano risiedere in questa zona per almeno cinque anni. È stata valutata l'influenza dei campi elettromagnetici emessi dai telefoni cellulari GSM-900 sui ritmi circadiani della ghiandola pineale, degli ormoni sessuali e delle ghiandole surrenali. Da questo studio emerge che le concentrazioni ormonali rimanevano fra le variazioni fisiologiche normali, ma per quanto concerne l'ormone della crescita ed il cortisolo c'erano delle diminuzioni significative di circa 28% e 12%, rispettivamente, riguardo ai livelli massimi, paragonando il periodo di esposizione di 15 giorni ed il periodo di esposizione di 30 giorni e il periodo prima dell'esposizione, ma nessuna differenza persisteva nel periodo post-esposizione.

Studi in vitro ed in vivo hanno indicato che i campi di radiofrequenza (RF) potrebbero interagire con strutture macromolecolari intracellulari. I risultati su modelli animali hanno dimostrato come i campi RF potrebbero avere effetti sul sistema riproduttivo dei mammiferi e sulle cellule degli spermatozoi. In condizioni fisiologiche la spermatogenesi è un processo bilanciato di divisione, maturazione e di immagazzinamento di cellule, è vulnerabile agli stimoli ambientali chimici e fisici. Il citoscheletro, composto di proteine, filamenti intermedi e microtubuli, potrebbe essere molto sensibile; esso è parte funzionale e strutturale della cellula in quanto ha un ruolo importante nella motilità degli spermatozoi ed è attivamente coinvolto nei cambiamenti morfologici che si producono durante la spermatogenesi.

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IMPORTIAMO GRANO CANADESE TRATTATO CON PERICOLOSI PESTICIDI

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DI CETA SI MUORE Secondo un report realizzato da Coldiretti su dati Istat*, il CETA sta danneggiando pesantemente l'export dei prodotti italiani in Canada.

Nel primo semestre del 2019 l'export dei formaggi è crollato del 32% mentre quello dell'olio di oliva del 20% (vedere tabella).

Festeggia invece il Canada che vede crescere clamorosamente l'export dei suoi prodotti.

Le quantità di grano, per esempio, sono aumentate di 9 volte nel primo semestre del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, per un totale di 387 milioni di chili.TUTTI VENDUTI IN ITALIA!

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Secondo Coldiretti, «il balzo delle importazioni è favorito dalla concorrenza sleale di prodotti che non rispettano le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale vigenti nel nostro Paese.

Il grano duro canadese viene infatti trattato con l’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate sul territorio nazionale dove la maturazione avviene grazie al sole».

 

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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IL BIOSSIDO DI TITANIO E 171 USATO NEGLI ALIMENTI E IN COSMESI E' PERICOLOSO PER LA SALUTE

Il biossido di titanio E 171 USATI NEGLI ALIMENTI E IN COSMESI E' PERICOLOSO PER LA SALUTE

è una sostanza di origine minerale che si presenta di colore chiaro e opaco. Viene indicato con la sigla E171 quando usato negli alimenti, ma è presente anche come
ingrediente in diversi cosmetici. Come additivo alimentare viene utilizzato nella produzione di caramelle, salse, prodotti a base di pesce e formaggio e molte altre tipologie di alimenti come colorante. Nei prodotti cosmetici, invece, viene utilizzato sia perché è in grado di conferire al prodotto una colorazione bianca sia per le sue proprietà assorbenti (è il caso delle creme per il cambio del pannolino ciprie e trucchi, deodoranti, dentifrici…). Il biossido di titanio è inoltre utilizzato nelle  creme solari come filtro solare per le sue capacità di riflettere le radiazioni UV: in questi casi riconoscerlo è semplice, in etichetta viene indicato come C.I. 77891 (quando usato come colorante) oppure con il nome di titanium dioxide. Come altri ingredienti utilizzati nell’industria cosmetica (ma non solo), anche il biossido di titanio può essere utilizzato sotto forma di nanomateriale (ovvero con particelle di dimensioni comprese tra 1 e 100 nm). Nelle creme solari non spray, per esempio, il vantaggio sta in una migliore efficienza anche in termini di “usabilità” del prodotto, perché grazie alle nanoparticelle migliorano le prestazioni dal punto di vista della protezione solare e si riduce il fastidioso effetto bianco, tipico dei filtri fisici. Nei prodotti alimentari, invece, l’impiego del biossido di titanio sotto forma di nanomateriale non è previsto. Ma c’è una precisazione da fare: la materia prima e il suo processo produttivo, infatti, fanno sì che all’interno dell’ingrediente finito ci possa essere una parte della sostanza in forma nano. 

Biossido di titanio: l’Europa cede alle lobby ma la Francia lo mette al bando

Se l’Europa tentenna di fronte alla necessità di indicare ai consumatori il biossido di titanio come “probabile cancerogeno”, la Francia è molto più prudente e sta lavorando per metterlo al bando quanto prima. Addirittura, il gruppo Casino ha annunciato l’eliminazione entro l’anno del biossido di titanio da tutti i prodotti a proprio marchio, non solo dagli alimentari. La decisione francese di mettere al bando l’additivo è contenuta in un emendamento presentato dal ministro dell’Agricoltura e dell’alimentazione, Stéphane Travert, alla legge sugli Stati generali dell’alimentazione discussa dall’Assemblea nazionale. E non è certamente casuale.

I nostri cugini francesi applicano il cosiddetto principio di precauzione. Il biossido di titanio viene aggiunto agli alimenti soprattutto per una questione estetica (rende il bianco più “splendente”) e siccome non c’è certezza sulla sua sicurezza in Francia preferiscono farne a meno. Come dare loro torto? Oltralpe sono abituati a prendere in considerazione le conclusioni degli studi scientifici. I nostri lettori, sanno, ad esempio che sono stati i primi a non sottovalutare il pericolo fenossietanolo nei prodotti per l’igiene dell’infanzia e ci sono molti altri esempi di attenzione alla salute dei consumatori. E questo del biossido di titanio ne è un altro esempio. 

Se ingerito è cancerogeno

A mettere in allarme i francesi, uno studio condotto su animali dall’Istituto nazionale francese per la ricerca agronomica (Inra), pubblicato nel gennaio 2017 dalla rivista Scientific Reports, secondo cui l’esposizione cronica al biossido di titanio – soprattutto nella sua forma nanometrica – tramite la sua ingestione, “provoca stadi precoci di cancerogenesi”. Per giungere a queste conclusioni, per 100 giorni, i ricercatori hanno somministrato ai ratti 10 mg per ogni chilo di peso corporeo di biossido di titanio, una dose simile all’esposizione umana media.

Gli studiosi hanno notato che nel gruppo di ratti sani esposto all’additivo, 4 su 11 hanno sviluppato delle lesioni pre-neoplastiche spontanee. Le conclusioni dell’Inra, come ha specificato lo stesso ente, non erano direttamente applicabili all’uomo ma certamente andavano tenute in considerazione. 

L’Anses chiede altri studi

È quanto ha fatto pochi mesi dopo, ad aprile, l’Agenzia francese per la sicurezza sanitaria dell’alimentazione, chiamata in causa dai ministri dell’Economia, della Salute e dell’Agricoltura del governo francese preoccupata dai risultati dello studio dell’Inra. In un parere sulla sicurezza dell’E171, l’Agenzia aveva affermato che “è necessario condurre, secondo modalità e un calendario da definire, gli studi necessari per una perfetta caratterizzazione dei potenziali effetti sanitari legati all’ingestione”.

Come se non ci fossero già abbastanza preoccupazioni, a settembre dello stesso anno è arrivato il colpo di grazia del mensile 60 millions de consommateur che ha pubblicato i risultati dei test condotti su diciotto dolciumi particolarmente popolari tra i bambini, che in etichetta indicavano correttamente la presenza del colorante E171, cioè del biossido di titanio: tutti contenevano il colorante in nanoparticelle e ciò avrebbe dovuto essere indicato in etichetta con la dicitura “nano”, cosa che nessun produttore aveva fatto. Non è neanche stato necessario aspettare i nuovi studi dell’Anses che il governo francese è corso subito ai ripari mettendo al bando un additivo inutile e (con ogni probabilità) dannoso. 

Il mercato si adegua

Il gruppo Casino non è il primo ad aver rinunciato al biossido. Diversi produttori francesi già a inizio anno avevano deciso di rimuovere lo sbiancante. È quel che ha fatto William Saurin, che lo ha tolto dalle ricette dei suoi piatti pronti e di Lutti che non utilizza più l’additivo nelle sue caramelle. Insomma, di fronte ai sospetti sia le grandi che le piccole aziende hanno cominciato a fare a meno dell’E171.

E dove non è possibile la sostituzione, stanno eliminado i prodotti dagli scaffali. Anche le grandi catene di supermercati hanno espresso il desiderio di rimuovere i nano-ingredienti dai loro prodotti a marchio. Alcuni hanno già interrotto la commercializzazione dei prodotti quando la sostituzione si è rivelata impossibile.

 Fonte: Varie dal Web

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IN CINA ESISTE LA PIU GRANDE FABBRICA DI ANIMALI CLONATI.

IN CINA ESISTE LA PIU GRANDE FABBRICA DI ANIMALI CLONATI. Obiettivo? Abbassare i costi della carne da macello

e' la più grande fabbrica produttrice di animali da allevamento clonati  a Tianjin, il porto a poche centinaia di chilometri da Pechino dove una esplosione in un deposito di prodotti pericolosi ha lasciato nell'ambiente sostanze chimiche imprecisate. 

Secondo l’agenzia di stampa di stato Xinhua, l’accordo da 30 milioni di euro tra Sinica (l’azienda che produce staminali) e Teda (l’area per lo sviluppo tecnologico di Tianjin) già stato firmato e la fabbrica aperto i battenti già dal giugno 2016.

Sulla linea di produzione cani, vitelli, cavalli e “primati non umani”. Si e’ partiti con 100mila capi all’anno per raggiungere il milione.

Sinica, assieme alla sudcoreana Sooam, ha già clonato 550 cani da fiuto che lavorano con la polizia negli aeroporti e alle dogane. Il primo animale ad essere clonato nei nuovi impianti di Tianjin sarà il vitello giapponese.

Non uno sfizio dunque, ma il tentativo scientifico di abbassare i costi del manzo di alta qualità, in Cina così raro e dunque costoso.

La notizia rimbalza sui media cinesi assieme all’intervista a Xu Xiaochun, presidente e amministratore delegato di Boyalife il gruppo a cui fa capo Sinica.

 “Vogliamo migliorare gli allevamenti cinesi iniziando dai bovini e dai cavalli”. L’idea è quella di coprire il 5 per cento del mercato cinese della carne da macello di prima qualità. “Stiamo per percorre un sentiero mai battuto”. ha dichiarato ancora entusiasta al Guardian.

 “Stiamo creando qualcosa che non è mai esistito prima”. Vero? In parte.

Negli Stati Uniti già lo fanno, ma in scala ridotta. Il Parlamento europeo, invece, ha votato a settembre contro l’utilizzo di animali di allevamento clonati perché spesso soffrono di più malattie rispetto a quelli normali. Questo nonostante proprio in Scozia sia stato clonato il primo mammifero: la pecora Dolly. Era il 1996.

La fabbrica-fattoria-macello in questione occupa 14mila mq. È il risultato della cooperazione tra sinica e la fondazione sudcoreana di biotecnologie Sooam. Insieme hanno già clonato tre cuccioli di mastini tibetani, razza canina pregiata che può arrivare a valere un milione di euro ad animale. La Sooam, che si è specializzata proprio nella clonazione di cani, offre anche il servizio ai cittadini piu’ abbienti.

 Con 100mila dollari e un campione dei tessuti dell’animale domestico preferito si può riprodurlo in laboratorio. Il punto è che a parte l’estetica, non c’è nessuna garanzia scientifica che il carattere e le abilità del cane madre vengano trasferiti ai suoi cloni.

E la storia della Sooam è già macchiata da uno scandalo. Nel 2004 il suo presidente Hwang Woo-suk aveva dichiarato di essere stato il primo ad essere riuscito a far derivare cellule staminali da un embrione umano clonato. Notizia che fu smentita. La controparte cinese Boyalife, una conglomerata che dal 2009 opera in 16 regioni cinesi, non lavorerà solo sugli animali da allevamento.

Secondo quanto comunicato ai media dallo stesso fondatore, a Tianjin si occuperà anche di produrre “modelli malati” di animali di grossa taglia.

Secondo Xu Xiaochun sarà “l’unico istituto di ricerca al mondo” a lavorarci. In verità Bgi, un’azienda di Shenzhen, produce già 500 “modelli malati” di maiali all’anno per sperimentare nuovi farmaci.

 “In Cina facciamo cose in grande scala, ma non inseguiamo solo il profitto. Vogliamo lasciare un segno nella storia” aveva dichiarato Xu ai media l’anno scorso. Un’altra idea è quella di riprodurre specie in via di estinzione. Ed eccoci qui. Di fatto la Cina lavora alle tecnologie per la clonazione da circa 15 anni, secondo quanto riportato dal quotidiano di Hong Kong South China Morning Post. La costituzione di un’industria di animali clonati è sicuramente un passo importante per fregiarsi del titolo di leader mondiale. Ma nonostante questo sarà difficile convincere i consumatori di un paese devastato dagli scandali alimentari che mangiare manzo clonato non comporta rischi per la salute.

Specie se allevato vicino all’impianto chimico esploso lo scorso agosto che ha provocato la morte di 165 persone e rilasciato nell’ambiente un non meglio precisato numero di sostanze chimiche. “Questa carne verrà venduta in Cina?” si domanda un utente di Weibo, il twitter cinese.

 “Allora forse sarebbe meglio che la assaggino prima i nostri leader”.

 

di Cecilia Attanasio Ghezzi da Pechino

 Fonte: ilfattoquotidiano.it

ma dove siamo arrivati? e' terribile

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