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Categoria: "Scoperte"

FINO A CHE DISTANZA POSSIAMO VEDERE LA TERRA NELL'UNIVERSO ?

FINO A CHE DISTANZA POSSIAMO VEDERE LA TERRA NELL'UNIVERSO?

Fino a che distanza possiamo vedere la Terra nell'Universo?

Di Salvo Privitera 10 Febbraio 2021,

Non sappiamo se qualche altra civiltà possa aver visto la Terra - e quindi le creature che vi si trovano - da lontano; effettivamente non sappiamo neanche se da lontano sia possibile ancora vedere la Terra. Una risposta parziale alla domanda arriva dagli stessi veicoli spaziali che abbiamo lanciato durante gli anni.

Possiamo vedere, ovviamente, molto bene il nostro pianeta dalla Luna, quindi a una distanza di circa 380.000 km. Le prime immagini della Terra dalla Luna provenivano dalla missione Apollo, all'incirca quindi nel 1968. Poi, ovviamente, le varie missioni spaziali ci hanno mostrato sempre di più il nostro mondo... non solo dal nostro satellite.

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La prima ripresa unica del suo genere, in cui si vedeva sia la Terra che Luna, risale al 1977, grazie alla sonda Voyager 1. Andando ancora più lontano, sappiamo per certo che il nostro bel pianeta è visibile perfino da Marte. Ovviamente, mentre si superano le orbite dei pianeti del nostro Sistema Solare, il nostro mondo diventa più debole man mano che ci si allontana.

Siamo riusciti ad avvistare la Terra perfino da Saturno - a una distanza di circa 1,7 miliardi di chilometri. Non è finita qui: l'inarrestabile sonda Voyager ha scattato la famosissima "Pale Blue Dot" nel 1990, da una distanza record di circa 6 miliardi di chilometri, in cui si riusciva ancora a distinguere il nostro pianeta.

Teoricamente dovrebbe essere possibile - parlando solo in termini di luminosità della Terra - riuscire a vedere la Terra a occhio nudo da una distanza pari a quella di Nettuno o Plutone. Tuttavia, per adesso è impossibile dirlo con certezza, poiché nessuno ci ha mai provato.

https://tech.everyeye.it/notizie/distanza-possiamo-vedere-terra-universo-498483.html

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NELL ISOLA DI LESBO IN GRECIA UN ALBERO ORMAI PIETRIFICATO E' STATO DATATO 20 MILIONI DI ANNI

GLI ALBERI ASSOLUTAMENTE SANNO PIU' DI NOI,
E' STATO TROVATO NELL'ISOLA DI LESBO IN GRECIA UN ALBERO ORMAI PIETRIFICATO CHE E' STATO DATATO 20 MILIONI DI ANNI FA

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la Repubblica: Grecia. Dalla foresta pietrificata di Lesbo affiora albero di 20 milioni di anni fa intatto. "Mai visto un...
.
https://www.repubblica.it/viaggi/2021/01/28/news/grecia_albero_pietrificato_20milioni_di_anni_fa_trovato_in_condizioni_perfette-284600341/

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NUOVE CURA PER LA LEUCEMIA NIENTE CHEMIO iniziale per le leucemie linfoblastiche

NUOVE CURA PER LA LEUCEMIA, NIENTE CHEMIO iniziale per le leucemie linfoblastiche

Roma – La leucemia linfoblastica ‘Philadelphia positiva’ e’ stata considerata, prima dell’avvento dei farmaci basati sugli inibitori delle tirosin chinasi, tra le leucemie a prognosi peggiore.

Ora e’ in fase di sperimentazione una nuova terapia che permetterebbe “una sopravvivenza globale del 95% a 18 mesi”, un successo che migliora significativamente i risultati delle cure ad oggi applicate.

Il nuovo trattamento non utilizza la chemioterapia nelle fasi iniziali della terapia, ma la combinazione di un inibitore delle tirosin chinasi (dasatinib) e di un anticorpo (blinatumomab).

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A dimostrarne questa efficacia preliminare e’ uno studio pubblicato sulla rivista scientifica New England Journal Medicine, che vede tra i suoi autori Nicola Fracchiolla, responsabile del Programma Leucemie acute dell’Unita’ di Ematologia del Policlinico di Milano. L’Ematologia del Policlinico, diretta da Luca Baldini, partecipa al team di ricerca Gimema (Gruppo Italiano Malattie EMatologiche dell’Adulto), che ha coordinato lo studio.

Questa pubblicazione- spiega Nicola Fracchiolla- e’ una straordinaria esperienza corale e un importante riconoscimento dell’impegno della nostra Unita’ nella diagnosi e cura delle leucemie acute. Lo studio, di fase 2, descrive un nuovo regime terapeutico che non utilizza chemioterapia nelle fasi iniziali della cura della leucemia linfoblastica Philadelphia positiva, ma combina una terapia target molecolare che bersaglia meccanismi specifici del tumore, il dasatinib, un inibitore delle tirosin chinasi, con una immunoterapia pura basata su un anticorpo ‘bi-specifico’, il blinatumomab. Secondo i dati pubblicati, questa combinazione ha permesso di ottenere una sopravvivenza globale del 95% e una sopravvivenza libera da malattia dell’ 88% a 18 mesi dalla diagnosi”.

I risultati dello studio, secondo gli autori, sono stati ottenuti con “sorprendentemente pochi effetti tossici dovuti alla terapia e con brevissimi periodi di ricovero”. I dati dovranno ora essere ampliati e confermati da nuove sperimentazioni, ma per gli esperti potrebbe partire proprio da qui una possibile nuova era nel trattamento delle leucemie linfoblastiche
Philadelphia positive.

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Eczema e psoriasi adesso sappiamo perche si sviluppano Progetto Human Cell Atlas

Eczema e psoriasi, adesso sappiamo perché si sviluppano. Progetto Human Cell Atlas

DI Davide Cavaleri

Secondo uno studio appena pubblicato sulla rivista Science, la pelle dei pazienti con eczema e psoriasi condivide molti degli stessi percorsi molecolari dello sviluppo delle cellule cutanee. Questo ha permesso agli scienziati di creare una mappa altamente dettagliata della pelle, che rivela come i processi cellulari derivanti dallo sviluppo vengono riattivati ​​nelle cellule di pazienti con malattie infiammatorie cutanee.

Secondo uno studio appena pubblicato sulla rivista Science, la pelle dei pazienti con eczema e psoriasi condivide molti degli stessi percorsi molecolari dello sviluppo delle cellule cutanee. Questo ha permesso agli scienziati di creare una mappa altamente dettagliata della pelle, che rivela come i processi cellulari derivanti dallo sviluppo vengono riattivati ​​nelle cellule di pazienti con malattie infiammatorie cutanee.

Lo studio fornisce anche una comprensione completamente nuova delle malattie infiammatorie, offrendo potenziali nuovi bersagli farmacologici per il trattamento di queste patologie cutanee e aprendo nuove strade per la ricerca su altre malattie infiammatorie, come l'artrite reumatoide e la malattia infiammatoria intestinale.

Il nuovo atlante completo della pelle in via di sviluppo e adulta fa parte del progetto globale “Human Cell Atlas”, volto a mappare ogni tipo di cellula del corpo umano. Oltre a rappresentare una risorsa preziosa per gli scienziati di tutto il mondo, potrebbe anche fornire un modello per la medicina rigenerativa e rendere più efficace la crescita della pelle in laboratorio.

Cellule malate si comportano come quelle in via di sviluppo
La pelle umana ha una funzione di barriera che impedisce l'ingresso di svariati microrganismi. Le malattie infiammatorie cutanee come l'eczema atopico e la psoriasi sono condizioni croniche in cui il sistema immunitario diventa iperattivo, causando prurito o desquamazione della pelle che può diventare dolente e soggetta a infezioni. Queste condizioni possono avere un impatto significativo sulla vita delle persone, ma il fattore scatenante non è noto e non esistono cure, solo trattamenti che aiutano ad alleviare i sintomi.

La pelle fornisce una protezione vitale dalla perdita di acqua e dagli insulti esterni attraverso adattamenti strutturali e interazione con il sistema immunitario innato e adattivo. Si sviluppa e funziona in un ambiente acquatico nell’utero, ma si adatta rapidamente a una serie di sfide fisiche e patogene dopo la nascita. I cambiamenti che avvengono in questo complesso sistema multicellulare durante lo sviluppo e in caso di perturbazione da parte di malattie infiammatorie immuno-mediate sono poco conosciuti, hanno premesso gli autori della ricerca.

Trattandosi di un tessuto complesso costituito da molti tipi diversi di cellule, per capire come si forma la pelle e come questo si collega alla salute e alla malattia negli adulti, i ricercatori del Wellcome Sanger Institute, della Newcastle University e del Kings College di Londra hanno studiato le cellule cutanee in via di sviluppo (pelle embrionale umana tra le 7 e le 10 settimane successive al concepimento) confrontandole con le biopsie di adulti sani e di pazienti con eczema e psoriasi.

Utilizzando la tecnologia all'avanguardia chiamata “cutting-edge single-cell“ e l'apprendimento automatico, hanno analizzato oltre mezzo milione di cellule della pelle per vedere esattamente quali geni sono stati attivati ​​in ogni singola cellula. Per scoprire che le cellule cutanee malate condividevano molti degli stessi meccanismi di quelle in via di sviluppo.

«Questo atlante delle cellule della pelle rivela i segnali molecolari specifici inviati da una pelle sana in via di sviluppo per evocare le cellule immunitarie e formare uno strato protettivo. Siamo rimasti sorpresi nel vedere che nell'eczema e nella psoriasi le cellule inviavano gli stessi segnali molecolari, che potevano attivare le cellule immunitarie e causare la malattia» ha dichiarato il coautore Muzlifah Haniffa del Wellcome Sanger Institute. «Questo non era mai stato visto prima. Scoprire che le vie cellulari in via di sviluppo possono riemergere è un enorme passo avanti nella comprensione della malattia infiammatoria della pelle e offre nuove strade per trovare delle cure».

Non solo malattie della pelle
«Anche se il nostro studio si concentra sulle malattie infiammatorie cutanee, esiste la possibilità che altre malattie infiammatorie come l'artrite reumatoide o la malattia infiammatoria intestinale possano essere attivate nello stesso modo» ha commentato il primo autore dello studio Gary Reynolds della Newcastle University.

I risultati della ricerca hanno grandi implicazioni per la medicina rigenerativa, specialmente per le vittime di ustioni. «Nonostante decenni di ricerca sulle cellule della pelle coltivate in laboratorio, non è sempre chiaro come cambino le loro proprietà in questo ambiente. Rivelando la composizione dettagliata delle cellule immediatamente dopo l'isolamento dalla pelle umana in via di sviluppo e da quella adulta, questo atlante può fungere da modello per i ricercatori che cercano di ricostruire una pelle sana nella medicina rigenerativa» ha detto la co-autrice senior Fiona Watt del Kings College di Londra. «I nostri dati sono liberamente disponibili e speriamo che questo possa aiutare la creazione di tessuto cutaneo in laboratorio».

Bibliografia

Reynolds G et al. Developmental cell programs are co-opted in inflammatory skin disease. Science 22 Jan 2021:Vol. 371, Issue 6527, eaba6500

Link allo HUMAN CELL ATLAS

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Piante individuato l orologio molecolare che fa crescere le radici

Piante, individuato l’orologio molecolare che fa crescere le radici

È stato scoperto da un gruppo di ricercatori dell’Università Sapienza di Roma coordinato da Raffaello Dello Ioio.

I risultati del loro studio potrebbero aiutare a migliorare l’adattamento delle specie vegetali all’ambiente

La crescita delle radici delle piante è scandita da un “orologio molecolare”. Questo meccanismo è stato individuato da un gruppo di ricercatori dell’Università Sapienza di Roma coordinato da Raffaello Dello Ioio, i cui studi sullo sviluppo degli organi delle piante gli hanno permesso di vincere IL premio “Antonio Feltrinelli giovani”, assegnato dall’Accademia dei Lincei.
La ricerca dell’ateneo è stata pubblicata sulla rivista Current Biology e potrebbe aiutare a migliorare l’adattamento delle specie vegetali all’ambiente.
Per svolgerla, i ricercatori hanno preso in esame Arabidopsis thaliana, la pianta più studiata nei laboratori di biologia. Studiandone le caratteristiche, sono riusciti a svelare il particolare meccanismo che regola la divisione asimmetrica del tessuto corticale, a cui consegue l’incremento del numero di strati da uno a due.

Il “meccanismo” dell’orologio molecolare

APPROFONDIMENTO
Le piante possono trasmettere il ricordo di uno stress ai germogli
“Otto giorni dopo la germinazione, quando l’embrione nel seme inizia a uscire dalla fase di quiescenza, si verifica una riduzione dell’espressione di alcune piccole molecole di Rna, i microRna 165 e 166”, spiega Dello Ioio.
“La divisione asimmetrica della cortex, una componente della struttura della radice, risulta dipendere proprio dalla minore espressione dei microRna, che esercitano un controllo positivo sui livelli del fitormone gibberellina e uno negativo su quelli del fattore di trascrizione Phabulosa”, aggiunge l’esperto
. L’identificazione di questi meccanismi “permette di comprendere come avviene la maturazione degli organi e potrà aiutare gli scienziati a capire I meccanismi per migliorare l’adattamento delle piante alla variazioni ambientali”, conclude Dello Ioio.

La breve vita delle piante che crescono più in fretta delle altre
Nel corso di un altro studio, a cui hanno partecipato anche alcuni esperti italiani, un gruppo di ricercatori dell’Università di Leeds è riuscito a stabilire che gli alberi che crescono più in fretta hanno una vita più breve rispetto alle altre.
L’ipotesi degli studiosi è che queste piante usino quasi tutte le energie a loro disposizione per crescere, trascurando le proprie difese contro malattie, insetti e siccità.

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