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Crisi economica o crisi spirituale ?

Qualche giorno fa ho partecipato ad un interessante incontro tenuto da un Maestro indiano dall’argomento “Crisi economica o crisi spirituale?”.

Riporto di seguito alcuni spunti su cui riflettere (le parti in corsivo sono le parole del Maestro, il resto sono mie considerazioni):

 

- La crisi è nata dall’abbondanza, dal fatto che ci siamo abituati agli agi e vogliamo stare sempre meglio. Una volta si andava a piedi e non ci si lamentava, ora si ha la fortuna di avere la macchina ma ci lamentiamo che la benzina è cara. Lamentarsi è un gioco dell’ego che non ha mai fine.

 

- Se non fai le cose sperando di vincere, non perdi mai.

 

Non dobbiamo essere troppo attaccati ai risultati di ciò che facciamo e soprattutto dobbiamo smettere di giudicare le esperienze come belle/non belle e di confrontarci con gli altri. Molti dei nostri bisogni sono creati dal confronto con gli altri, dal bisogno del nostro Ego di non avere meno degli altri.

 

- Sentire mancanza o soddisfazione è una scelta.

 

Sempre, in ogni situazione, possiamo essere contenti per ciò che abbiamo o scontenti per ciò che non abbiamo. Sta a noi decidere.

Mi viene in mente una storiella buddista. Un uomo si è appena trasferito e va dal Buddha per un consiglio: vuole sapere come saranno i rapporti con i nuovi vicini. Il Buddha gli chiede quante volte ha cambiato casa. “Questa è la quarta volta” risponde l’uomo. Il Buddha gli chiede allora come erano i suoi precedenti vicini. L’uomo risponde: “Mi facevano impazzire! Erano rumorosi, sporchi e ignoranti”. “E quelli precedenti?” domanda ancora il Buddha. “Si litigava sempre, non c’era verso di andare d’accordo” replica l’uomo. “E i tuoi primi vicini?” “Ah, quelli sono stati i peggiori vicini che uno possa avere!” E il Buddha calmo risponde:“Allora mi dispiace, ma avrai problemi anche con i tuoi nuovi vicini!”.

Se non riusciamo a trovare qualcosa di positivo nella situazione che stiamo vivendo ora, allora ci sarà difficile trovare qualcosa di positivo anche nella prossima esperienza che ci si presenterà, e in quella dopo e dopo ancora, e continueremo a cambiare casa, lavoro, amici, partner, e continueremo a trovare “problemi” ovunque finché non avremo più dubbi di “essere nati sotto una cattiva stella”. Ma avete guardato i bellissimi puntini luminosi di una notte stellata? Quali sarebbero le cattive stelle? Non ci sono “cattive stelle”!! Ci sono solo sbagliati modi di pensare…

 

 

- Se non si è attaccati alle cose, allora non si prova crisi.

 

Siamo troppo attaccati alle cose, ne vogliamo sempre di più. Ci lamentiamo della cosiddetta crisi, ma proviamo a guardarci intorno: quante cose superflue ci sono nelle nostre case? Quanti nuovi desideri abbiamo che non avevamo dieci anni fa? Quante cose riteniamo ora “indispensabili” che venti anni fa non esistevano (e vivevamo benissimo lo stesso?).

 

- Più ti distacchi dalle cose più ti senti abbondante.

 

Se sei attaccato alle cose, hai bisogno delle cose. Se ne sei distaccato, le usi felicemente quando le hai e ne fai semplicemente a meno quando non le hai. Ho vissuto in Cina (a partire dal 1999, e le cose erano un po’ diverse da oggi) e in India in condizioni decisamente più spartane di quelle a cui siamo abituati noi (pur avendo sempre avuto la fortuna di avere acqua corrente e luce - cose per noi così scontate ma che in molti Paesi non sono accessibili a tutti) e l’ho considerato un ottimo allenamento a “liberarmi dall’inessenziale” (vedi post). E se ti accorgi che hai bisogno davvero di pochissimo per vivere, allora ti senti un re!

Recita un detto zen “Il tetto della mia casa è andato a fuoco. Ora, posso vedere un

firmamento di stelle”

 

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- Bisogna affrontare le difficoltà, non cadere nella comodità.

 

Le difficoltà ci fanno crescere. I problemi sono opportunità (leggi qui) per sviluppare abilità che non sapevamo di avere. Accettare ciò che la vita ci offre non significa essere fatalisti o rassegnati. Significa, di fronte ad ogni situazione, capire se possiamo migliorarla, e allora rimboccarci le maniche per farlo, o se non possiamo migliorarla, e allora è un esercizio per sviluppare l’equanimità.

 

- Bisogna prendere la vita con facilità, leggerezza.

 

Prendiamo tutto troppo seriamente. L’anno scorso stavo cercando un appartamento in affitto e la cosa mi stava stressando parecchio perché non ne trovavo uno che andasse bene: o troppo piccolo, o troppo vecchio, o senza giardino, o troppo in centro, o troppo fuori. Avevo necessità di trovarlo al più presto e dedicavo alla ricerca tutte le ore più belle delle sere estive, cosa che mi rendeva di cattivo umore più del fatto di non trovare casa, dato che amo passare le mie ore libere in mezzo alla natura. Un giorno, mentre stavo ponderando, con eccessiva preoccupazione, i pro e contro di vari appartamenti, con una tensione da mal di testa e una esagerata paura di “fare la scelta sbagliata”, ad un certo punto sono scoppiata a ridere di me stessa pensando: come se alla mia Anima importasse in quale casa vivo!!!

La nostra anima vuole essere felice, e può essere felice ovunque perché, contrariamente alla nostra mente, non le importa se viviamo in un castello o in una baracca, non ci paragona agli altri e non ci definisce falliti – almeno finchè siamo felici e coerenti con i nostri valori. Ma se siamo scontenti, allora al di là dei castelli e di tutto ciò che possediamo, allora sì che avremo fallito… ma solo fino a qui, perché si è sempre in tempo per cambiare.

 

- Dipende da noi sentirci soddisfatti o no, non dal mondo.

 

Sento così spesso colleghi e amici lamentarsi di tutto: della pioggia (leggi giorno di pioggia), del sole, della politica, dell’economia, della mamma, del marito, dei figli… La vita di molte persone sembra diventata una gara a chi trova più cose di cui lamentarsi, e se io non mi lamento, mi guardano come fossi pazza e mi dicono: ma allora sei proprio svampita! Lamentarsi e dare la colpa agli altri sembra quasi la quota associativa che si deve pagare per entrare nella società degli adulti “furbi”, di quelli “che non si fanno fregare”, una quota associativa che anche io ho pagato per anni. Ma così ahimè, finché per essere felici si aspetta che le persone e le cose dalle quali “non vogliamo farci fregare” cambino, allora “ci freghiamo da soli”.

Riflettiamo un momento: è più saggio tentare di cambiare 7 miliardi di persone e un’infinità di cose o cambiare semplicemente noi stessi e il modo in cui affrontiamo la vita?

 

- Bisogna accettare con coraggio tutto ciò che la vita ci offre.

 

Dobbiamo liberarci dal bisogno di giudicare ciò che la vita ci offre. I “problemi” sono delle ottime possibilità di crescita. Come ho già scritto nel post “problemi o possibilità, se non avessimo incontrato tantissimi “problemi” nel corso della vita non saremmo cresciuti. Se non avessimo avuto il “problema” che il semplice pianto, pur nelle sue diverse modulazioni, non era sufficiente a far comprendere agli adulti concetti più complicarti del semplice fame-sete-cacca-dolore-sonno, non avremo neanche imparato a parlare! Ogni problema ci costringe a imparare qualcosa, a sviluppare nuove abilità. E questo ci fa crescere.

 

- Se ti aspetti qualcosa dal mondo, hai dei problemi, se non ti aspetti nulla non hai nessun problema.

 

Perché? Semplicemente perché accetti quello che viene come parte della vita. Il Maestro ha iniziato la conferenza con un bellissimo esempio che spiega quest’affermazione. Una volta è andato in un bar a prendere un tè. Gli hanno chiesto: “Tè caldo o tè freddo? Con limone o con latte? Con o senza zucchero? Zucchero bianco o di canna?” Tutte queste domande l’hanno “messo in crisi”, essendo abituato nel suo pease a ordinare semplicemente un chai (il tè indiano) e accettare quello che gli veniva dato, pur con le differenze che ci sono nel modo di preparare il chai tra le varie parti dell’India: a volte con lo zenzero, a volte con il cardamomo, a volte senza spezie…era sempre una piacevole sorpresa assaggiare di volta in volta come era stato preparato.

Non dobbiamo essere troppo attaccati alle nostre aspettative, ma guadare a tutto ciò che ci arriva con la curiosità di un bambino che apre un regalo… Il regalo potrà essere una calda coperta da abbracciare o un puzzle che ci fa scervellare, e noi ci adatteremo al regalo che ci è stato dato. Badate bene, non stiamo parlando di fatalismo o rassegnazione: se il gioco è un puzzle devo darmi una mossa e costruirlo per poter vedere la bella immagine che nasconde!

 

Che ne dite, proviamo a tirarci da soli fuori dalla crisi, senza aspettare che i governi, l’inquinamento, il clima, le multinazionali, gli OGM e 7 miliardi di persone cambino per noi?

http://cercandoecrescendo.blogspot.it/2014/03/crisi-economica-o-crisi-spirituale.html

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