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Categoria: "Crescita spirituale"

DIFFERENZE TRA PIACERE, FELICITA', GIOIA E BEATITUDINE …

Il piacere è fisico, fisiologico.

Nella vita il piacere è l'aspetto più superficiale; è titillazione, semplice solleticamento.

Può essere sessuale, può appartenere ad altri sensi, può diventare un'ossessione per il cibo, ma è radicato nel corpo.

Il corpo è la tua periferia, la tua circonferenza, non è il tuo centro.

Vivere nella circonferenza significa vivere in balia di tutte le situazioni che si sviluppano attorno a te.

L'uomo che cerca il piacere rimane in balia del casuale.

Come le onde nell'oceano, che sono in balia dei venti.

 

Ci sono quando arriva un forte vento, quando il vento scompare anche loro spariscono. Non hanno un'esistenza indipendente, sono dipendenti, e qualunque cosa dipenda da un'altra crea una schiavitù.

 

Una spada a doppio taglio Il piacere, dipende dall'altro.

Se ami una donna, se questo è il tuo piacere, quella donna diventa la tua padrona.

 

Se ami un uomo, se quello è il tuo piacere e senza di lui sei scontenta, disperata, triste, allora hai creato un legame.

Hai creato una prigione, non sei più libera.

 

Se stai cercando denaro e potere, allora dipenderai dal denaro e dal potere.

L'essere umano che continua ad accumulare denaro, se il suo piacere è di avere più denaro, diventerà sempre più miserabile.

 

Più ne ha e più vorrà, e più ne ha e più avrà paura di perderlo - una spada a doppio taglio.

Volerne sempre di più, il primo taglio della lama; e perciò diventerà via via più miserabile.

 

Più chiedi, desideri, più senti che ti manca qualcosa, e più ti consideri vuoto, bisognoso.

 

Dall'altra parte - l'altro taglio della lama - c'è il fatto che più hai e più hai paura che ti possa venire tolto.

 

Può esserti rubato… la banca può fallire, la situazione politica nel paese può cambiare, il paese può diventare comunista. Ci sono mille cose dalle quali dipende il tuo denaro. Il tuo denaro non ti rende padrone, fa di te uno schiavo.

 

Il piacere è periferico e quindi è costretto a dipendere dalle circostanze esterne.

 

È pura titillazione. Se il piacere sta nel cibo… che cosa esattamente lo sta provocando? - semplicemente il sapore! Per un attimo, mentre il cibo passa sulle papille gustative nella tua lingua, avverti una sensazione che interpreti come piacere. È una tua interpretazione. Oggi ti sembrerà piacere, domani potrà non sembrarti più piacere. Se ogni giorno mangi lo stesso cibo, le papille gustative della tua lingua diverranno insensibili al suo sapore. Presto ti verrà a noia - è così che la gente si stanca delle cose. Un giorno lo passi a rincorrere un uomo o una donna, e il giorno dopo trovi qualunque pretesto per sbarazzartene. È la stessa persona, non è cambiato nulla! Cosa è successo nel frattempo? Ti sei annoiato dell'altro, perché tutto il piacere consisteva nella novità. Ora l'altra persona non è più una novità; il suo 'territorio' ti è familiare. Conosci bene il corpo di quest'altra persona… le curve del suo corpo, la sensazione del suo corpo. E ora la mente vuole trovare qualcosa di nuovo. La mente è sempre alla ricerca affannosa di qualcosa di nuovo. Questo è il suo modo di tenerti sempre legato al futuro, da qualche parte nel futuro. Continua a farti sperare, ma non ti dà mai dei frutti - non può farlo. Può solo creare nuove speranze, nuovi desideri.

 

Proprio come le foglie crescono sull'albero, nella mente crescono desideri e speranze. Volevi la casa nuova e ora la possiedi - e dove è andato il piacere?

È esistito solo per un momento, quando hai realizzato il tuo sogno. Una volta raggiunta la meta, la tua mente ha perso interesse; ha iniziato a tessere una nuova trama di desideri.

 

Ha già iniziato a pensare ad altre case, più grandi. Succede così per tutte le cose. Il piacere ti relega in uno stato nevrotico - irrequieto, sempre in agitazione: così tanti desideri e ogni desiderio insaziabile, che fa di tutto per attirare l'attenzione.

 

Rimani vittima di questa folla di desideri insani - insani perché non sono realizzabili - e continuano a trascinarti in direzioni opposte.

 

Diventi una contraddizione. Un desiderio ti porta a sinistra, l'altro a destra, e tu continui a nutrirli entrambi simultaneamente. E così ti senti diviso… ti sentirai lacerato, ti sentirai cadere a pezzi. Nessuno è responsabile. È la totale stupidità di desiderare il piacere che crea questa situazione.

 

È un fenomeno complesso. Non sei l'unico che cerca il piacere: milioni di persone, proprio come te, stanno cercando lo stesso tipo di piacere. Ecco perché c'è una grande lotta: competizione, violenza, guerra. Tutti sono diventati nemici: l'uno contro l'altro perché cercano tutti la stessa cosa, e non la possono avere; la lotta perciò dev'essere totale. Devi rischiare tutto, per niente: perché quando vinci, non guadagni nulla, e in questa lotta sprechi tutta la tua vita. Una vita che avrebbe potuto essere una celebrazione diventa una lunga, estenuante e inutile sofferenza. Quando sei così preso dal piacere, non puoi amare, la persona che cerca il piacere usa l'altro come mezzo per arrivare al piacere. Usare l'altro come un mezzo è uno degli atti più immorali possibili, perché ogni essere è un fine in se stesso, non puoi utilizzare l'altro come un mezzo. Ma se sei alla ricerca del piacere dovrai usare l'altro come mezzo. Diventerai astuto, perché è davvero una lotta: se non sei furbo sarai ingannato e, prima che gli altri ti imbroglino, dovrai tu imbrogliare loro. Machiavelli ha suggerito, a chi cerca il piacere, che la migliore difesa è l'attacco. Non aspettare mai che sia l'altro ad attaccarti: potrebbe essere troppo tardi. Prima che l'altro ti attacchi, attaccalo tu! Questo è il miglior metodo di difesa, ed è molto usato - che tu conosca Machiavelli o meno.

 

La seconda parola da capire è felicità.

La felicità è psicologica, il piacere è fisiologico.

La felicità è un pochino meglio, un po' più raffinata, leggermente superiore, ma non così diversa dal piacere.

 

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Si può dire che il piacere sia una specie minore di felicità e che la felicità sia una forma superiore di piacere - le due facce della stessa medaglia.

 

Il piacere è un po' primitivo, animale; la felicità è un po' più acculturata, un po' più umana - ma è lo stesso gioco, ripetuto nel mondo della mente.

 

Non sei più così interessato a sensazioni fisiologiche, sei molto più interessato a sensazioni psicologiche.

Ma in fondo non sono cose molto diverse, ecco perché Buddha ha usato solo due di quelle quattro parole.

 

La terza parola è gioia; la gioia è spirituale.

È diversa, totalmente diversa dal piacere o dalla felicità.

Non ha nulla a che fare con 'l'altro', è qualcosa di interiore.

Non dipende dalle circostanze, è tua.

 

Non è una titillazione prodotta da qualcosa: è uno stato di pace, di silenzio, uno stato meditativo.

È spirituale.

 

Beatitudine: il trascendente

Ma Buddha non ha parlato neppure della gioia, perché c'è ancora un'altra cosa che va al di là della gioia. Lui la chiama beatitudine.

 

La beatitudine è totale. Non è né fisiologica né psicologica né spirituale.

Non conosce divisione, è indivisibile.

È totale, in un senso, e trascendentale nell'altro.

 

Buddha parla soltanto di due parole. La prima è il piacere, che include la felicità. La seconda è beatitudine, che include la gioia.

 

Beatitudine significa che hai raggiunto il punto più profondo del tuo essere.

 

Appartiene alla profondità del tuo essere, dove neppure l'ego esiste più, dove prevale solo il silenzio: tu sei scomparso.

 

Nella gioia tu esisti ancora un po', ma nella beatitudine tu non ci sei più - l'ego si è dissolto, è uno stato di non essere.

 

Il piacere è momentaneo, esiste nel tempo - dura per un tempo limitato;  la beatitudine è non temporale, è fuori dal tempo.

 

Il piacere inizia e termina, la beatitudine continua per sempre.

 

Il piacere va e viene, la beatitudine non viene e non va - è già lì, nel punto più profondo del tuo essere. Il piacere deve essere carpito all'altro: tu diventi o un mendicante o un ladro.

La beatitudine ti rende padrone. La beatitudine non è qualcosa che inventi, ma che scopri. La beatitudine è la tua natura più profonda.

È lì dall'inizio: tu non l'hai mai notata, l'hai data per scontata - tu non ti guardi mai dentro. Questa è l'unica miseria dell'essere umano: continua a guardare all'esterno - cercando e indagando.

Non la puoi trovarla all'esterno perché non è lì. La beatitudine è il punto più profondo del tuo essere. Il piacere lo devi mendicare dagli altri, e naturalmente diventi dipendente. La beatitudine ti rende il padrone.

La beatitudine non è qualcosa che accade, è già presente.

 

Denaro, potere, prestigio - ti rendono astuto. Cerca il piacere e perderai la tua innocenza, e perdere la tua innocenza è perdere tutto. Gesù dice: “Sii come un bambino piccolo, soltanto allora potrai entrare nel regno di dio”. Ha ragione, ma chi è alla ricerca del piacere non può essere innocente come un bambino. Deve essere molto furbo, molto astuto, molto 'politico', solo così può aver successo in questa competizione da tagliagole che esiste dappertutto. Ognuno è pronto a colpire chiunque altro… non vivi tra amici. Il mondo non può essere amichevole fino a quando non lasciamo cadere questa idea di competitività.

 

Se sei felice a spese della felicità di qualcun altro, sei imprigionato per sempre. Naturalmente… se sei felice alle spese della felicità altrui, e questo è l'unico modo che hai per essere felice, non c'è un altro modo. Se trovi una donna bellissima e in qualche modo riesci ad averla, l'hai sottratta dalle braccia di qualcun altro. Noi facciamo il possibile per far sembrare più bella tutta questa faccenda, ma è solo apparenza. Ora l'altro, che in questa partita è stato sconfitto, è arrabbiato, pieno d'ira. Attenderà l'occasione adatta per vendicarsi, e prima o poi troverà l'opportunità. Qualsiasi cosa voi possediate al mondo lo possedete a spese di qualcun altro, a spese del piacere di qualcun altro. Non c'è altro modo. Se tu veramente vuoi non essere nemico di nessuno al mondo, devi lasciare cadere l'intera idea della possessività. Usa tutto ciò che è disponibile nel momento, ma non essere possessivo. Non provare a rivendicarlo come tuo.

 

Veniamo con le mani vuote e ce ne andremo a mani vuote, perciò che senso ha, nel frattempo, continuare a voler possedere tutte queste cose?

 

La felicità, il piacere, dipendono dallo sfruttamento: sono sempre a spese di qualcun altro. Ti sei laureato al primo posto nel tuo corso universitario - e tutte quelle migliaia di altri studenti che stavano lottando per arrivare primi? È a loro spese che sei arrivato primo. La mente può continuare a lungo in questo gioco, se tu non raggiungi una profonda comprensione, se non sei davvero intelligente. Una cosa da ricordare è: non tentare mai di essere felice a spese della felicità di qualcun altro. È orribile, inumano. Questa è violenza nel vero senso della parola. Se diventi un santo semplicemente condannando gli altri come peccatori, la tua santità sarà solo un gioco dell'ego. Se dipendi da qualcuno per la tua felicità diventerai uno schiavo. Stai diventando dipendente, stai creando una prigionia. Tu dipendi da così tante persone… che diventano, in maniera quasi impercettibile, i tuoi padroni e, a loro volta, ti sfruttano. Ricorda che è un mutuo accordo: lo sfruttamento non è mai a senso unico. Il marito crede di essere il padrone, e la moglie sorride, perché lei sa come stanno le cose. Ognuno a modo suo prova a essere il padrone dell'altro. È proprio una situazione strana: tutti quanti in un certo senso sono divenuti padroni degli altri, e contemporaneamente schiavi degli altri. È una situazione che ti lega mani e piedi. Siamo tutti interdipendenti; siamo sia carcerieri che prigionieri."

OSHO

 

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Occorre attendere di sentirsi pronti per decidere di continuare un cammino di crescita spirituale ?

Un pensiero di Osho per rispondere al dilemma di ogni allievo :

Occorre attendere di sentirsi pronti per decidere di continuare un cammino di crescita spirituale ?

Solo le persone intelligenti possono essere confuse,

possono permettersi di essere confuse.

Le persone stupide non si permettono di essere confuse

e quindi non cercheranno mai un maestro (un cammino spirituale)

Non possono andare da un Mastro, è troppo rischioso !

 

Sanno che il Maestro li manderà in confusione …

E in uno stato di confusione non sapranno più chi sono,

cosa stanno facendo e per quali motivi lo stavano facendo …

 

Un cammino spirituale quando si inizia ti porta in confusione

Quando si prosegue ti porta via la tua vecchia identità,

che era tua sicurezza.

 

Scegliere di continuare il cammino, è pericoloso …

… ma attraverso il pericolo trovi la tua strada,

attraverso il pericolo divieni consapevole !

 

Solo attraverso la ricerca tu potrai ritrovare la strada di casa.

 

Se attendi a seguire il percorso perché non ti senti pronto,

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perché non ti senti preparato, non ti sarà di alcun aiuto,

rimanderai solo una decisione che potevi prendere subito.

 

Una decisione non può non creare turbamento,

solo i morti o chi non vive non è mai confuso.

 

La confusione dimostra solo una cosa,

che sei ancora vivo e che stai crescendo.

 

Non cercare la certezza, la certezza di essere pronti per fare qualcosa significa suicidio.

 

Io sono per la chiarezza non per le certezza.

 

La chiarezza la trovi nel Cammino …,

la certezza appartiene invece alla tua mente che desidera rimanere stagnante

in quello che già conosce.

 

La vita, al contrario vuole muoversi …

… e se continui a vivere e a seguire il cammino,

un giorno tornerai finalmente a casa !

 

(Osho)

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Riflessioni e consigli di un veterinario per accompagnare i nostri amici a quattro zampe negli ultimi giorni di vita

Andare dal veterinario per la “puntura” è una pratica sempre più diffusa. Molti ricorrono all’eutanasia per non fare soffrire i loro amici a quattro zampe, altri per sbrigare in fretta la “faccenda” e liberare la casa da un animale che soffre, sporca e si lamenta.

In realtà quasi sempre si tratta di un atto di profondo egoismo: quello che si vuole evitare è innanzitutto la nostra sofferenza. In questo libro, l’autore narra la sua esperienza di veterinario a fianco degli animali che stanno per morire e di come il percorrere insieme l’ultimo viaggio con consapevolezza, senza il ricorso forzato alla “puntura”, può trasformarsi in una splendida esperienza di crescita, durante la quale paradossalmente si rafforza il legame tra noi e l’animale.

Come afferma nelle prime pagine del volume lo stesso autore, il libro vuole essere solo una traccia…, un suggerimento che non pretende di essere seguito alla lettera da tutti, ma che si pone solo come momento di riflessione e di consapevolezza sul tema della morte, un tabù che la nostra società inutilmente tenta di nascondere e ignorare.

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IL QUINTO VANGELO di TOMMASO APOSTOLO,vangelo apocrifo....ma in realta' IL PRIMO !

IL VANGELO DI TOMMASO APOSTOLO COL TESTO COPTO A

FRONTE, TRATTO DAL MANOSCRITTO DEL NILO.

DI

MARIO PINCHERLE

 

Nel 1945, all'inizio dell'Era dell'Acquario, vicino al villaggio di Nag Hammadi, in Egitto, lungo il

corso del Nilo, e stato scoperto un antico manoscritto, assieme ad altri antichi volumi.

Eranascosto in una brocca di terracotta profondamente sotterrata.

 

Si tratta del VANGELO SECONDO L'APOSTOLO TOMMASO.

Da questo antico scritto, sicuramente autentico, rimasto

per quasi duemila anni completamente inaccessibile, appare la figura di Gesu, cosi come la vide il

suo apostolo che gli era tanto vicino da venire da Lui chiamato "DIDIMO" cioe "Gemello

spirituale”

Un Gesu umano oltre che divino, dolcissimo, spiritoso, amante della gioia.

Questo avvenimento e considerato dagli esperti il piu importante fatto spirituale della nostra

Era.

 

MARIO PINCHERLE. E’ nato a Bologna.

Ha fatto studi classici. Si e laureato in

ingegneria e si interessa alla

"paleotecnologia". E’ ANCHE ARCHEOLOGO

A lui si debbono

fondamentali scoperte all'interno del

"Tempio del Sole", la Grande Piramide

d'Egitto. ScriveVA libri di Archeologia.

E’ MORTO 2 MESI FA

NOI LO RINGRAZIAMO PER QUELLO CHE CI HA INSEGNATO

 

PREFAZIONE

È la primavera dell'anno 1945. Il sole sta sorgendo per la prima volta là dove si spengono le stelle

dell'Acquario, quella costellazione che gli antichi chiamavano “La Brocca". Da poco tempo

tacciono gli ultimi echi della seconda guerra mondiale.

A una sessantina di chilometri da Luxor il Nilo volge bruscamente verso occidente, aggirando il

colle di Gebel el Tarif, poi riprende la sua direzione naturale verso nord. Sulla collina appaiono

numerose tombe scavate nella roccia. Risalgono a tutte le epoche: VI dinastia egizia, epoca

greco-romana ed infine ai tempi dei monaci dell'antico monastero di Pacomio.

 

Due contadini utilizzano dei ruderi antichi per costruire una cisterna per l'irrigazione.

Dallo scavo viene alla luce una grande giara di argilla. Ormai il piccone ne ha infranto la parte superiore e così è facile

allargare il foro ed estrarre una "brocca" di dimensioni minori. Aperta, ne viene fuori un rotolo di

lino cerato e bitumato. Srotolandolo si spacca. Ne escono molti manoscritti. Sono i codici detti di

"Nag Hammadi", dal luogo del ritrovamento.

 

Alcuni manoscritti vengono distrutti o gettati via.

Altri, di apparenza migliore, sono portati al Cairo e venduti, per tre sterline, a un rigattiere che

si premura di dividerli e di cederli al migliore offerente. Un rotolo giunge nelle mani di un

antiquario. Un altro è comprato dal Museo Copto del Cairo. Lo stesso Museo, negli anni successivi,

riesce a raccogliere altri rotoli. Infine l'antiquario vende il suo rotolo all'Istituto Jung di Zurigo.

Gli studiosi possono finalmente tradurre le antichissime scritture vergate in caratteri copti

grecizzanti. Le parole dell'Acquario sono venute alla luce del sole.

 

Si tratta di tredici codici originariamente formati da più di 1350 pagine. Ce ne sono pervenute

1130. Quasi tutti i codici hanno una legatura di cuoio, sono stati scritti verso la fine del primo

secolo dopo Cristo. Si tratta di traduzioni in copto di manoscritti più antichi, forse redatti in

aramaico.

Tra essi vi è il "Vangelo secondo Tommaso", che è anche conosciuto col nome di

"QUINTO VANGELO", e dovrebbe invece essere chiamato IL PRIMO VANGELO, dato che è il

più antico  e dato cheTommaso fu l’unico apostolo che avendo conosciuto personalmente Gesu’  ha scritto un vangelo

 

Questo testo contiene molte frasi di Gesù fino ad oggi sconosciute. In esse appare un concetto

nuovo: il Cristo non vince le forze del mondo servendosi del dolore. Sua arma non è la

sofferenza ma la conoscenza che, attraverso Gesù, esce dal tempo e diventa eterna, cosmica.

* * *

Il Vangelo secondo Tommaso, ossia le parole nascoste che Gesù il Vivente rivelò e che Tommaso

trascrisse, è il Secondo Codice di quella raccolta di scritti e contiene 114 Detti di Gesù, in forma

arcaica. Pertanto vengono ritenuti una fonte anteriore ai cosiddetti “Vangeli sinottici”, poi

entrati a far parte del Canone della Chiesa Cattolica Romana.

 

Questi Detti rientrano in quella congerie di Vangeli (cosiddetti "apocrifi",

ma che, nella esatta accezione della parola greca, poi alteratasi, significano "scritti prima")

i quali contenevano, oltre alla narrazione della vita di

Cristo, anche raccolte dei suoi detti e dei miracoli da lui compiuti.

 

I quattro "Evangelisti" non fecero che una scelta fra tutto questo materiale esistente,

ricavandone la loro propria forma letteraria ed un testo individuale, che poi venne canonizzato,

ossia riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa, mentre tutti gli altri scritti vennero lasciati cadere

nel dimenticatoio, non senza aver loro affibbiato l'etichetta squalificante di "apocrifi" intesa nel

senso di "falsi", il che, come si è detto, non corrisponde alla realtà.

 

A conferma dell'autenticità del Vangelo secondo Tommaso, basterà ricordare che, fin dal 1897,

sempre in Egitto, nella località di Ossirinco nel Medio Egitto, erano stati rinvenuti due frammenti

di papiro a cui se ne aggiunse un terzo nel 1903, che contengono molte parole, ma tradotte in

greco, del testo copto del Vangelo di Tommaso.

 

Il Papiro n. 654 riporta il titolo e il nome di Tommaso.

La critica moderna e in particolare il glottologo francese Jean Doresse che per primo tradusse

questo testo, nel 1959, e il tedesco H.C. Puech che ne curò altre versioni in tedesco, inglese e

olandese, ritengono che il Vangelo secondo Tommaso sia uno dei più antichi della tradizione

scritta cristiana e lo fanno risalire alla metà del I° secolo dopo Cristo. La lingua copta era poco

diffusa in Egitto e conosciuta solo da una stretta cerchia di eruditi, per cui la Biblioteca di Nag

Hammadi doveva appartenere ad una comunità ristretta e di diretta estrazione gnostica. Il

messaggio contenuto nei suoi testi è infatti restato del tutto estraneo al mondo ebraico-cristiano

posteriore e a tutti i successivi filosofi e teologi che vi appartengono, particolarmente

dopo la condanna della eresia ariana, fatta dal concilio di Nicea nel 325 dopo Cristo.

 

* * *

I detti segreti di Gesù, rivelati all'apostolo prediletto, contengono invece un messaggio ben

diverso e legato non a quella tradizione, ma alla ricerca interiore e alla prevalenza di tutto ciò

che è spirituale ed eterno rispetto alle cose caduche e instabili. La famiglia e gli affetti terreni

vengono al secondo posto, rispetto allo Spirito e all'Amore Cosmico.

L'ascesi di cui si parla nel Vangelo di Tommaso, assai si avvicina all'Induismo, al Sufismo e al

Buddismo, fino a giungere al non interesse per la preghiera, il digiuno,l’elemosina.

Gesù è il Vivente in eterno, come il Padre e la Madre

(lo Spirito Santo che e’ amore tra loro che genera UN FIGLIO, i figli di Dio).

I tre, sono UNO.

 

Il Regno di Dio è già sulla Terra e Gesù lo ha rivelato, ma gli uomini non hanno avuto occhi per

vedere ed orecchi per intendere il messaggio della Verità e della Vita e cioè la "RICERCA DELLA

PROPRIA DIVINITÀ INTERIORE", attraverso la spiritualizzazione della carne.

 

E come si fa Spirito la carne? Non attraverso il digiuno. Chi digiuna si crea un inferno. Non

attraverso la tortura e il dolore, maestri di pazzia. La strada è un'altra. Tommaso l'ha capito. E

così lo ha capito quel suo ignoto discepolo che prepara la “brocca” e vi nasconde i manoscritti,

perché giungano a noi, generazione futura.

 

Anche Enoch trenta secoli prima ha fatto la stessa cosa. Le sue scritture sono nell'ombra e

attendono la maturazione dell'uomo.

È l'epoca della "brocca", oggi. Se al mattino dell'equinozio di primavera saliamo su un monte

anche noi, come quei due contadini che hanno scavato il pozzo di Nag Hammadi, vediamo sorgere

il sole là dove sbiadiscono e scompaiono a poco a poco le stelle della BROCCA.

È questo l'evento segnalato dalle stelle: la parola di Gesù torna alla luce.

 

Così Tommaso scandagliò Cristo. Mettendo il dito nella piaga, non si fermò alla superficie.

Penetrò al di là dell'epidermide. Il suo occhio si affacciò in spazi siderali sconfinati. Al di là del

piccolo uomo sanguinante, apparve il Grande Uomo Cosmico. Tremando per la scoperta, Giuda

Tommaso Didimo gridò le parole di Gesù: "Meraviglia delle meraviglie: la carne si fa Spirito!".

 

Gemello, in aramaico, si dice TAUMA, cioè Tommaso. Gemello, in greco, si dice DÌDUMOS. Non ci

sono dubbi, è una duplice conferma che l'autore del QUINTO VANGELO è il gemello spirituale di

GESÙ, e non il suo fratello gemello carnale. TAUMA è dunque il custode delle parole segrete.

Ascoltiamolo.

Nella collezione di libri gnostici, trovata a Nag Hammadi nel 1945, troviamo, accanto al Vangelo di Tommaso,

anche il Libro Segreto di Giovanni, tre Apocalissi di Pietro, una di Paolo e una di Giacomo, oltre il Libro di

Tommaso il contendente. Dodici volumi, legati in pelle e scritti su papiro, sono ora al Museo Copto del Cairo

(fra cui il "nostro" Vangelo) e uno è alla Fondazione Jung di Zurigo.

 

Il Vangelo secondo Tommaso è vicino alla tradizione della prima Chiesa cristiana, ma differisce dai Vangeli

sinottici per la sua natura esoterica.

 

Molte sette, sorte verso la fine del I° secolo in Siria, si trasferirono in Egitto; seguiva principalmente il

Vangelo di Tommaso quella dei Naasseni. In tutte le dottrine gnostiche si parla di un salvatore disceso dai

cieli, che dona agli uomini di buona volontà la conoscenza di ciò che è necessario per trovare la vita eterna.

La salvezza giunge soltanto ai pochi che vorranno comprendere queste verità nascoste.

 

Il Vangelo di Tommaso fu conosciuto e studiato anche dai Manichei. I padri della Chiesa lo conoscevano

anch'essi; ne parlano: ORIGENE (III° secolo) nell'Omelia a Luca, 1, 5: lo condanna come apocrifo e ricorda

che la Chiesa cristiana ha scelto solo 4 fra i molti Vangeli in circolazione ed uno fra quelli scartati fu

proprio quello di Tommaso.

 

S. AGOSTINO (Predica contro gli avversari dei profeti e della legge, 2,14) dichiara apocrifi tutti i Vangeli

al di fuori di quelli canonici.

EUSEBIO DI CESAREA: (Op. III, 25,6) respinge il Vangelo di Tommaso, dichiarandolo scritto da eretici.

CIRILLO DI GERUSALEMME (Catech. 4,36) dichiara, falsamente, che è stato scritto, in epoca posteriore,

dai Manichei.

PAOLO infine, riconosce la possibilità dell'esistenza di un altro vangelo (Galati, 1,6) e di un altro aspetto di

Gesù (2 Cor. 11,4).

 

A NOI È CHIARA LA DISTINZIONE: C'era un culto pubblico ed ufficiale e uno segreto e condannato.

 

Ambedue facevano risalire il loro credo alla predicazione di Gesù. Pur usando lo stesso materiale dei vangeli

sinottici, Tommaso tratteggia un ben diverso ritratto di Gesù. Non si parla della sua nascita miracolosa,

della sua vita in famiglia, della sua tentazione diabolica, di guarigioni e di miracoli che, per gli altri

evangelisti, sono la testimonianza migliore della divinità del Cristo. Non vi è l'episodio della cacciata dei

mercanti dal tempio, del viaggio trionfale a Gerusalemme, dell'ultima cena, del tradimento di Giuda, della

comunione, del peccato e del perdono ed infine della morte sulla croce e resurrezione nel terzo giorno. Non

vi é alcun richiamo biblico come avveramento di profezie messianiche. Non si parla di ciò che i seguaci di

Gesù sono tenuti a fare. Preghiere, elemosine, digiuni, vengono rigettati. Non si parla nemmeno di buona

condotta morale e di opere buone e malvage (da compiere e da evitare).

La vita del popolo ebraico in Palestina in quell'epoca storica è ignorata.

Gesù rivolge i suoi detti all'uomo di sempre, a tutta l'umanità

del presente e delle generazioni future.

Non si occupa di ciò che gli uomini dovrebbero fare, ma di ciò

che dovrebbero imparare a conoscere con una ricerca di carattere interiore.

 

Gli apostoli e i discepoli che predicarono agli Ebrei, distorsero la vera immagine di Gesù ed i suoi

insegnamenti spirituali e riferirono i fatti e i detti secondo la loro personale interpretazione che

doveva essere per quanto possibile collegata e armonizzata con la loro antica religione.

 

Solo uno degli Apostoli, Tommaso, comprese la novità e l'unicità del messaggio di Gesù. Era l'unico capace di

comprenderlo, il suo gemello spirituale. Non ricorda di aver udito da lui nessun accenno al peccato ed

alla redenzione col sacrificio sulla croce per il perdono di quel peccato. Non sono importanti i Suoi

miracoli, sono importanti le Sue parole: il Regno di Dio é fuori dalla storia e dal tempo.

 

L'unica cosa, la sola essenziale, è l'autoconoscenza, la ricerca interiore; e la sola cosa da ricercare

per fare la volontà del Padre ed entrare nel suo Regno che è già, nascosto, all'interno dell'Io.

Il Regno è sempre presente, non deve venire in futuro. Non riguarda solo il popolo ebraico, ma ogni

uomo che vive e vivrà sulla terra e saprà comprendere il messaggio del Cristo. Il Regno si rivelerà, in

tutti gli uomini che, avranno raggiunto la conoscenza, la Verità, la Luce della divina eternità che è in

ogni uomo.

 

Non è difficile comprendere perché il Vangelo di Tommaso non sia stato accettato dalla Chiesa Cristiana

Occidentale, che finì per dominare su quella Orientale. Essa non ha mai ammesso l'esistenza di un

insegnamento segreto del Cristo, dedicato a pochi eletti.

Gli accenni esoterici contenuti nel Vangelo di Giovanni, sono sempre passati in sottordine ai principi stabiliti

dal canone ecclesiastico ortodosso.

Il messaggio di Tommaso non è però andato perduto: per suo mezzo ora sappiamo che Gesù è il Rivelatore di

una dottrina segreta che appartiene all'uomo da sempre. Questa dottrina, conosciuta da tutti i grandi

iniziati è la VERITÀ unica, eterna, la cui ricerca è il compito dato all'uomo su questa terra.

 

ALFABETO COPTO

= A hl,PA

= B BETA

= G GAMMA

= D DELTA

= E EPSILON

= Z ZETA

= È ETA

= Th TETA

= I IOTA

= K KAPPA

= L LAMBDA

= M MI

= N NI

= X Xi

= O OMICRON

= P Pi

= R RO

= S SIGMA

= T TAU

= U IPSILON

= F FI

= CH CHI

= PS PSI

= O OMEGA

= Sc SCIAI

= F FAI

= K KAI

= H HORI

= F FENFIA

= Ş SIMA

= T TI

L'alfabeto COPTO comprende le ventiquattro lettere

dell'alfabeto greco, più sette lettere tipicamente egizie

 

IL VANGELO

DI TOMMASO

 

Ecco le parole segrete

che Gesù Vivente ha detto

e che Didimo, Giuda Tommaso, ha trascritto.

1.

E Lui ha detto:

“colui che trova il senso segreto di queste parole

non assaggerà la morte."

2.

Gesù disse:

"chi cerca non smetta di cercare

finché non trova

e quando troverà

resterà sconvolto

e, così sconvolto,

farà cose meravigliose

e regnerà sul Tutto".

3.

Gesù ha detto:

"Se chi vi guida vi dice:

sì, il Regno è nei Cieli,

allora gli uccelli del cielo saranno in vantaggio,

se vi dicono che è nel mare,

allora i pesci saranno in vantaggio.

Ma il Regno è dentro voi

e fuori di voi.

Quando voi vi conoscerete,

allora sarete consci

e saprete che siete voi

i figli del Padre Vivente.

Ma se vi capita di non conoscere voi stessi,

 

 

allora restate poveri

e siete la povertà stessa!"

4.

Gesù ha detto:

"l'uomo vecchio non esiti

a rendere i suoi giorni

come i sette giorni di un neonato

all'origine della vita,

e continuerà a vivere,

perché ciò che è prima diviene ciò che è dopo

e tutto si unisce".

5.

Gesù ha detto: "Conoscerai il tuo futuro

e ciò che è nascosto ti sarà svelato,

perché non vi è nulla di nascosto che non apparisca".

6.

I suoi discepoli lo interrogarono e gli chiesero:

"vuoi tu che digiuniamo,

in che modo pregheremo,

come faremo l'elemosina

e quali regole seguiremo riguardo ai cibi?"

 

Gesù rispose:

"Non dite sciocchezze

e ciò che non vi sentite di fare, non lo fate,

perché tutto si svela di fronte al cielo.

Non vi è nulla di nascosto che, in verità, non venga alla luce,

alla lunga non possa apparire"

 

COMMENTO

Provate ad aprire lo sportello della gabbia ad un uccellino prigioniero: potrà succedere che,

spinto da un coraggioso impulso, si precipiti fuori e voli verso la libertà, ma potrà anche

succedere che si ritiri timoroso in un angolo. Se esce, può andare a finire nelle fauci di un gatto ο

nel becco di un uccello rapace; se resta, perde un'occasione unica e può pentirsene per tutta la

vita. Ε la sua vita non sarebbe degna di questo nome, se dovesse trascorrerla tutta fra le sbarre

della sua prigione....

Anche l'uomo è in gabbia e, spalancargli troppo bruscamente la porta, può voler dire precipitarlo

nelle fauci della droga, del suicidio della violenza e del delitto. Ne sappiamo qualcosa al nostri

giorni.

Certamente la felicità non è dentro la gabbia, è fuori, ma tutti hanno paura di essere felici.

D'altra parte, le sbarre della sua gabbia l'uomo se le è costruite lui stesso, millennio dopo

millennio, con un lavoro estremamente minuzioso e nello stesso tempo assurdo. Ma vi è una

speranza per la vita di chi è ingabbiato: capire in che modo le sbarre sono sorte dal nulla.

 

Ogni sbarra è un paraocchi e ogni benda è un "diavolo". Così l'uomo si trova circondato da mille

diavoli che assolvono fedelmente alla loro funzione, facendo il loro dovere. Sono come tanti

segnali stradali: attento, lì c'è una curva, puoi uscire di strada. Fermati e lascia agli altri la

precedenza, spaventati, trema, terrorizzati.....

.

Andrebbe tutto bene se l'uomo capisse quei segnali. Purtroppo, là dove sembra segnata una

curva, la strada è dritta. La gabbia si risolve in una esasperante perdita di tempo. Tuttavia se

l'uomo troppo precipitosamente ne esce, la libertà raggiunta esteriormente, ma non ancora

interiormente, diventa pericolosa per lui. Occorre dunque rimettere i segnali al loro posto giusto

e soprattutto capirli: come sono nati? Come si sono formati? Che funzione hanno i "diavoli"?

 

* * *

Leggemmo con scandalizzata sorpresa nel libro di Enoch questa frase: "Guarda il demonio da ogni

lato e non da un lato solo, come tu fai. Lo vedrai ritornare ad essere Dio!".

 

Il diavolo, in aramaico,è definito «stra “ahra” » cioé "l'altro punto di vista",

la "visione parziale", il paraocchi: ecco CHI E’ IL DIAVOLO !.

 

L'ambiente in cui si sviluppano i diavoli è quello sottoposto alle ristrettezze dello spazio e del

tempo. Regno del diavolo è il mondo dei corpi e delle anime.

Il diavolo ha effetti sulla materia e sulla mente, dato che l'anima è fatta di pensiero limitato.

 

Ma quando il pensiero ritornando Spirito si allarga, si completa e attinge alla verità e all'eternità,

uscendo dalle ristrettezze dello spazio e del tempo, allora l'uomo fa un salto di livello.

Ε questa la differenza fra l'anima e lo spirito. La prima, fatta di pensiero limitato, provvisorio,

mentre lo Spirito è pensiero vittorioso, che ha superato ogni visione parziale.

* * *

Il primo atto dell'ingabbiamento dell'uomo è consistito nell'aver spezzato "il frutto dell'albero

della Vita", dividendo la Creazione in "buona" e "cattiva".

 

La vita deve pulsare liberamente, spinta dalle due grandi energie cosmiche:

quella distruttiva e luminosa e quella costruttiva e tenebrosa.

 

Sia la luce che la tenebra sono fenomeni positivi, tutti e due creati da Dio. Dobbiamo vederli in

questo modo: la tenebra come luce che si spegne, la luce come tenebra che si illumina. La luce è

"bene". La tenebra è un altro tipo di "bene". Non avendo capito questa verità, restammo

meravigliati, quando leggemmo in Enoch: "Dio creò la luce e vide che essa era buona e creò le

tenebre e vide che anch'esse erano buone...".

 

Le prime sbarre della gabbia che l'uomo si era costruito erano fatte di buio: aveva

arbitrariamente stabilito che le tenebre sono malvage. Conseguenze di questo pensiero

aberrante sono le frasi che anche oggi sentiamo pronunciare: Dio, abbi pietà di noi, Signore

misericordia, Signore non ci indurre in tentazione, liberaci dal male e dalle tenebre!

 

Coloro che conoscono l'Ebraico, sanno che questi imperativi in realtà sono verbi al presente: nella

preghiera di Gesù è detto: "... Tu ci liberi dal male, tu non ci induci in tentazione, tu ci rimetti i

nostri debiti nell'istante in cui li rimettiamo ai nostri debitori....!!!!!!!!!!!!

 

Così il piccolo uomo, chiuso nella sua gabbia, si è trovato all'inizio in una posizione di una certa

comodità.

 

Se ha sbagliato: è Dio che lo ha indotto in tentazione. Il male lo fa soffrire? È Dio che

non è stato misericordioso. Ma la Verità è un'altra. Occorre che l'uccellino impari a pensare nel

modo giusto, altrimenti, appena uscito dalla gabbia verrà sbranato dal gatto, cioè divorato dalla

paura. Pensare nel modo giusto vuol dire liberarsi dalle opinioni sbagliate dalle false verità rubate

in un terreno lavorato dagli altri, cioè da coloro che nel lento trascorrere dei millenni hanno

trovato vantaggioso mantenere in gabbia i propri simili. Occorre Pensiero libero.

Puntualissimo, allo scattare dei segnali cosmici, questo Pensiero è venuto all'appuntamento.

l'uomo ha aperto gli occhi. Antichi manoscritti sono tornati alla luce.

Solo un secolo prima sarebbe stato troppo presto: li avrebbero bruciati a furor di popolo.

 

* * *

Una di queste voci nuove è quella di colui che fu così vicino a Gesù da respirarlo, di colui che non

si è fermato alla superficie del Salvatore ma ha voluto penetrare al di là dell'epidermide,

cacciando coraggiosamente il suo dito nel profondo. Più ο meno a partire da Giuda, tutti gli

apostoli sono stati interpreti non sempre fedeli ο, come nel caso di Simon Pietro, talvolta

rinnegatori di Gesù. Tutti meno uno. Soltanto uno che avesse capito Gesù avrebbe potuto

riportare fedelmente il suo messaggio spirituale.

 

Ma capire Gesù vuol dire "ESSERE GESÙ". Ecco

il SEGRETO dell'essenza divina: Gesù è la STRADA, LA VERITÀ, LA VITA. Gesù è l'estremo

livello raggiungibile dall'uomo. Chi lo raggiunge si trova ad essere “LUI”. Il piccolo, nervoso Giuda

detto Tommaso Didimo, è passato al di là del traguardo e da quel momento è stato più che

fratello gemello di Gesù, il suo alter ego: Gesù stesso, specchiato.

Ora possono trovare un'eco nella nostra coscienza le parole segrete che egli ha udite. Sono

parole vere, eterne. Eccole:

"Ιο mi chiamo Giuda come l'altro apostolo, ma sono detto Τaυma, Tommaso, cioè Didimo, e vi dirò

quando e come Gesù mi ha chiamato così. "

 

* * *

Gesù dettava. Io scrivevo. Ora, attraverso tante sbarre e tante spade, giunge a voi la Sua Voce.

Sembrano parole oscure, ma colui che ne scopre il senso segreto si libera per sempre dalle morti.

Come sorrideva Gesù quando gli dicevano che il Regno è su nei cieli. Rispondeva: "Allora gli uccelli

chissà come sono in vantaggio su voi." Poi diventava serio e con voce dolcissima aggiungeva: "Il

Regno è dovunque: fuori e dentro di voi, sopra e sotto.

Il Regno non è altro che il Pensiero Vivente, il Padre Vivente. Se lo riconoscete, siete recipienti

colmi di Vita. Ma se non lo riconoscete, siete il vuoto stesso! "

 

* * *

Quando noi lo chiamavamo: "Signore, vieni con noi a pregare e a digiunare?" Lui ci guardava con

occhi pieni di ironia e ci rispondeva: "Ma che male ho fatto?" Ε poi aggiungeva: "Non dite

sciocchezze e non perdete tempo a fare ciò che intimamente non vi sentite di fare"……….

* * *

SE VOLETE CONTINUARE A LEGGERE E SAPERE,  E CI SONO TANTE FRASI DI GESU’ CHE “SCANDALIZZEREBBERO I “BENPENSANTI”,

SAREBBE APPROPRIATO  IL LIBRO DI PINCHERLE…..QUI NON C’E’ DI PIU’, MA VE LO CONSIGLIEREMMO VOLENTIERI

MA TUTTAVIA NEL RISPETTO ASSOLUTO DELLA VOSTRA LIBERTA’ DI SCELTA……

 

CHE OGNI COSA SIA FATTA A MAGGIOR GLORIA DELLA LUCE

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Prepararsi alla morte e ad assistere i morenti e ad accettare la morte di una persona cara…secondo il buddismo

La morte è un argomento di cui la maggior parte delle persone non ama ascoltare, parlare o persino pensare. Ma perché? Dopo tutto, piaccia o non piaccia, ciascuno di noi dovrà un giorno morire. E ancor prima di dover affrontare la propria morte noi dovremo, molto probabilmente, affrontare la morte di altre persone: i nostri familiari, amici, colleghi, e così via.

 

Non sarebbe meglio avvicinare la morte, che è una realtà, un fatto della vita, con apertura e accettazione, piuttosto che con paura e negazione? Forse il disagio che abbiamo verso la morte è perché pensiamo che sarà un’esperienza terribile, dolorosa e deprimente. Ma, non è detto che sia così.

 

Il morire può essere un tempo di apprendimento e di crescita, un tempo per rendere più profondo il nostro amore, la nostra consapevolezza di cosa è importante nella vita, la nostra fede e impegno verso le credenze e le pratiche spirituali. La morte può essere persino un’opportunità per comprendere la vera natura di noi stessi e di tutte le cose, una comprensione che ci permetterà di liberarci dalla sofferenza.

Prendiamo l’esempio di Inta McKimm, direttrice del Centro di Brisbane in Australia.

Inta morì di cancro ai polmoni nel 1997. Due mesi prima di morire scrisse una lettera al suo insegnante spirituale, Lama Zopa Rinpoce:

 

“Sebbene io stia morendo, questo è il periodo più felice della mia vita!… Per molto tempo la vita mi è apparsa così dura, così difficile. Ma quando ci si rende realmente conto della morte, essa si trasforma nella più grande felicità.

 

Io non vorrei che nessuno evitasse la propria morte e la grande felicità che ne proviene quando sono riconosciute l’impermanenza e la morte.

 

Questo è veramente sorprendente e inaspettato, ed estremamente gioioso. È la più grande felicità della mia intera esistenza, la più grande avventura e la più grande festa!”

Inta trascorse gli ultimi mesi della sua vita dedicandosi alla pratica spirituale.

 

Quando morì la sua mente era in pace ed era circondata da familiari e amici che pregavano per lei.

 

Ci sono molte storie simili di lama, monaci, monache e praticanti spirituali che sono stati in grado di affrontare la morte con serenità e dignità, e in qualche caso sono stati persino capaci di rimanere in uno stato di meditazione durante e dopo la loro morte.

 

Con un corretto esercizio e una giusta preparazione, noi tutti possiamo avere una morta tranquilla e positiva.

 

È importante esaminare i pensieri, le sensazioni e gli atteggiamenti che abbiamo riguardo alla morte e al morire, per vedere se sono realistici e salutari.

Come vi sentite quando leggete o ascoltate le notizie di un disastro, dove molta gente è stata uccisa improvvisamente e inaspettatamente?

 

Come vi sentite quando venite a sapere che uno dei vostri familiari o amici è morto o gli è stato diagnosticato un cancro?

 

Come vi sentite quando vedete un carro funebre o passate davanti a un cimitero?

 

Come pensate che sarà morire? Credete in qualcosa oltre la vita, in un aspetto positivo della morte?

 

Ci sono due atteggiamenti non salutari che qualche volta le persone hanno verso la morte. Uno è di essere spaventati pensando che sarà un’esperienza terribile, dolorosa o che significherà un totale annientamento. Questa paura porta alla negazione e al voler evitare di pensare e parlare della morte. Vi sembra una buona idea, considerando il fatto che un giorno la dovremo affrontare? Non sarebbe meglio accettare la realtà della morte e poi imparare a superare le nostre paure ed essere preparati quando succederà?

 

L’altro atteggiamento non salutare è quello noncurante e irriverente quando si è portati a dire: “Io non ho nessuna paura della morte. So che un giorno dovrò morire, ma tutto andrà bene, potrò gestirla”.

 

Avevo questo atteggiamento quando ero più giovane, ma un giorno mi trovai in mezzo a un terremoto e per alcuni momenti pensai veramente che sarei morta e allora scoprii che in realtà mi ero sbagliata, ero terrorizzata dalla morte e totalmente impreparata ad essa!

 

Nel Libro tibetano del vivere e del morire Sogyal Rimpoce cita un maestro tibetano che diceva: “La gente fa spesso l’errore di essere superficiale verso la morte e pensa: bene, la morte succede a tutti. Non è un grosso problema, è naturale. Andrà benissimo. Questa è una teoria piacevole fino a quando non si sta morendo”.

Se vi accorgete di avere uno di questi due atteggiamenti, allora sarebbe una buona idea indagare di più su cosa sia la morte.

 

Saperne di più sulla morte e sul morire ci aiuterà a diminuire la paura della morte (perché noi tendiamo ad avere paura di ciò che non conosciamo o non capiamo) e aiuterà coloro che hanno un atteggiamento irriverente a prendere la morte più seriamente e a rendersi conto dell’importanza di prepararsi a essa.

 

Questo opuscolo è solo una breve introduzione all’argomento della morte e del morire. L’elenco di letture raccomandate, inserito alla fine, vi permetterà di sapere dove trovare ulteriori informazioni.

 

Prima di tutto esaminiamo come viene vista la morte nella tradizione buddhista.

 

LE PROSPETTIVE BUDDHISTE SULLA MORTE

La morte è un aspetto naturale e inevitabile della vita

Talvolta si pensa alla morte come a una punizione per le cose negative che si sono compiute oppure come un fallimento e un errore, ma non è affatto così. È un aspetto naturale della vita.

 

Il sole sorge e tramonta, le stagioni vanno e vengono, i bei fiori appassiscono, le persone e gli altri esseri nascono, vivono per un certo periodo e poi muoiono. Una delle cose principali che il Buddha scoprì e ci indicò è la verità dell’impermanenza: le cose mutano e muoiono.

 

Vi sono due aspetti dell’impermanenza, uno evidente e l’altro sottile. L’impermanenza evidente si riferisce al fatto che tutto le cose create -che comprendono gli esseri umani e gli altri esseri viventi, tutti i fenomeni in natura e tutte le cose create dall’uomo non dureranno per sempre, ma usciranno dall’esistenza a un certo punto.

 

Come il Buddha stesso disse: Ciò che è nato morirà. Ciò che è stato raccolto verrà disperso. Ciò che è stato accumulato verrà esaurito. Ciò che è stato costruito crollerà e ciò che è stato in alto cadrà in basso.

E ancora:

La nostra esistenza è impermanente come le nubi autunnali. Osservare la nascita e la morte degli esseri è come guardare i movimenti di una danza. Una vita intera è come il lampeggiare di un fulmine nel cielo, come un torrente che precipita da una montagna ripida.

L’impermanenza sottile si riferisce ai cambiamenti che avvengono in ogni momento in tutte le cose animate e inanimate.

 

Il Buddha diceva che a ogni momento le cose non rimangono le stesse, ma cambiano costantemente.

Ciò trova conferma nella fisica moderna come fa notare Gary Zukav in The Dancing Wu Li Masters:

Ogni interazione subatomica comporta la distruzione delle particelle originarie e la creazione di nuove particelle subatomiche.

 

Il mondo subatomico è una danza continua di creazione e distruzione, di massa che si trasforma in energia e di energia che si trasforma in massa. Le forme effimere entrano ed escono dall’esistenza, creando una realtà infinita che viene sempre ricreata.

 

Il Buddha impartì l’insegnamento dell’inevitabilità della morte in una maniera molto abile a una sua discepola, Kisa Gotami.

 

Kisa Gotami era sposata e aveva un figlio che era molto caro al suo cuore. Quando aveva circa un anno il bambino si ammalò e morì.

 

Sopraffatta dal dolore e incapace di accettare la morte del figlio, Kisa Gotami lo prese fra le braccia e andò alla ricerca di qualcuno che potesse riportarlo in vita. Alla fine incontrò il Buddha e gli chiese di aiutarla.

 

Il Buddha accettò e le domandò di portargli alcuni semi di senape che avrebbe dovuto trovare in una casa in cui non fosse morto nessuno.

 

Kisa Gotami andò di casa in casa nel villaggio e sebbene tutti fossero disposti a darle dei semi di senape non riuscì a trovare una casa in cui non c’era stata la morte.

 

Pian piano si rese conto che la morte era capitata a tutti e quindi ritornò dal Buddha, seppellì il figlio e divenne una sua seguace.

 

Sotto la sua guida riuscì a ottenere il nirvana, la totale liberazione dal ciclo di nascita e morte.

 

Le persone hanno forse paura che pensare alla morte e accettarla li renderà morbosi o rovinerà il loro godimento dei piaceri della vita. Ma sorprendentemente è vero il contrario. Negare la morte causa tensione, accettarla porta pace.

 

Ci aiuta a diventare consapevoli di ciò è veramente importante nella vita, ad esempio, essere gentili e affettuosi verso gli altri, essere onesti e altruisti, in modo da mettere la nostra energia in queste cose ed evitare ciò che potrebbe crearci paura e rimpianto di fronte alla morte.

È molto importante accettare la morte ed esserne consapevoli.

 

Nel Sutra del Parinirvana il Buddha disse:

Di tutte le arature, quella autunnale è la suprema.

Di tutte le impronte, quella dell’elefante è la suprema.

Di tutte le percezioni, il ricordo della morte e dell’impermanenza è la suprema.

 

La consapevolezza e il ricordo della morte sono estremamente importanti nel buddhismo per due ragioni principali:

1)            Comprendendo che la nostra vita è transitoria, sarà più probabile che trascorreremo il tempo in maniera saggia, compiendo azioni positive, benefiche e virtuose ed evitando azioni negative e non virtuose. Il risultato sarà che potremo morire senza rimpianti e nella nostra prossima vita rinasceremo in circostanze fortunate.

 

2)           Ricordare la morte ci renderà consapevoli della grande necessità di prepararci alla morte. Ci sono vari metodi (ad esempio, la preghiera, la meditazione, lavorare con la nostra mente) che ci permetteranno di superare la paura, l’attaccamento e altre emozioni che potrebbero sorgere al momento della morte e disturbare, inquietare o addirittura rendere negativa la mente.

 

3)           Prepararci alla morte ci permetterà di morire in maniera tranquilla, con uno stato della mente chiaro e positivo. I benefici della consapevolezza della morte possono essere corroborati dagli stati di esperienze di quasi morte. Queste si manifestano quando una persona sembra morire, ad esempio, su un tavolo operatorio o in un incidente d’auto, ma poi ritorna in vita e descrive l’esperienza avuta. Come sottolinea Sogyal Rimpoce nel Libro tibetano del vivere e del morire:

 

Forse una delle rivelazioni più sorprendenti è come essa [l’esperienza di quasi morte] trasforma la vita di coloro che l’hanno sperimentata.

 

I ricercatori hanno notato una sorprendente serie di effetti e cambiamenti successivi: una minore paura della morte e una sua accettazione più profonda; un maggiore interesse altruistico; una visione amplificata dell’importanza dell’amore, un minor interesse per i conseguimenti materialistici; una maggiore fede nella dimensione spirituale e nel significato spirituale della vita e, naturalmente, una più ampia apertura a credere nella vita oltre la morte.

 

La morte non è la fine di ogni cosa, ma un passaggio a un’altra vita

Ognuno di noi è costituito dal corpo e dalla mente. Il corpo è fatto dalle nostre parti fisiche pelle, ossa, organi, ecc.- e la mente è costituita dai nostri pensieri, percezioni, emozioni, ecc.

 

La mente è un flusso continuo e continuamente mutevole di esperienze: non ha né inizio né fine. Quando moriamo la mente si separa dal corpo e prende una nuova vita. Poter accettare e integrare questo concetto è molto utile per superare la paura della morte ed essere meno attaccati alle cose della vita.

 

Nella tradizione tibetana, ci viene suggerito di pensare alla nostra esistenza in questa vita come all’esperienza di un viaggiatore che rimane un paio di notti in un albergo. Anche se la camera e l’albergo sono di suo gradimento, egli non si abitua a quelle comodità perché pensa che non è il suo posto e sa che domani riprenderà il cammino.

 

Il tipo di vita in cui nasceremo e le esperienze che avremo sono determinate dal modo in cui viviamo.

 

Le azioni positive, benefiche ed etiche condurranno a una buona rinascita e ad esperienze felici mentre le azioni negative e dannose porteranno a una rinascita sfortunata e a esperienze dolorose.

 

Un altro fattore cruciale per determinare la nostra prossima rinascita è lo stato della mente al momento della morte.

 

Dovremmo cercare di morire con uno stato d’animo positivo e tranquillo per assicurarci una buona rinascita.

 

Morire con rabbia, attaccamento o altri atteggiamenti negativi può condurci a nascere in circostanze sfortunate nella nostra prossima vita.

 

Questa è un’altra ragione per cui è così importante prepararci alla morte, poiché per avere uno stato mentale positivo in quel momento, dobbiamo cominciare ora a imparare a mantenere la nostra mente libera da atteggiamenti negativi e a familiarizzarci il più possibile con atteggiamenti positivi.

È possibile diventare liberi da morte e rinascita

 

Morire e rinascere sono due sintomi dell’esistenza ciclica comune (samsara), la condizione di problemi continuamente ricorrenti, insoddisfazione e non-libertà in cui siamo tutti coinvolti.

 

La ragione per cui siamo in questa situazione è la presenza nella nostra mente di difetti mentali - soprattutto attaccamento, rabbia e ignoranza- e le tracce delle nostre azioni (karma) compiute sotto l’influenza dell’ignoranza.

 

Una volta Buddha era come noi, imprigionato nel samsara, ma trovò la via per liberarsi e raggiunse lo stato di perfetta e completa illuminazione.

 

Lo fece non solo per se stesso, ma a vantaggio degli altri esseri, perché si rese conto che tutti gli esseri hanno il potenziale per diventare illuminati: la cosiddetta natura di Buddha, che è la vera, pura natura della nostra mente.

Buddha ha una perfetta e pura compassione e amore per tutti noi, per tutti gli esseri viventi e ci ha insegnato che anche noi abbiamo la capacità di liberarci dalla sofferenza e di ottenere l’illuminazione. È di questo che parla il suo insegnamento, il Dharma.

 

Il Dharma ci mostra come liberare la nostra mente dai difetti mentali e dal karma - le cause di morte, rinascita e di tutti gli altri problemi del samsara - e quindi come liberarci dal samsara e raggiungere lo stato definitivo dell’illuminazione. Ricordare la morte è una delle più potenti fonti di energia di cui abbiamo bisogno per mettere in pratica gli insegnamenti del Buddha e quindi ottenere dei risultati di felicità

 

Vediamo ora alcuni modi in cui possiamo cominciare a prepararci alla morte.

 

COME PREPARARSI ALLA MORTE

 

I quatto compiti del vivere e del morire

Christine Longaker, una donna americana con oltre 20 anni di esperienza con i morenti, ha formulato quattro compiti che ci aiuteranno sia a prepararci alla morte sia a vivere la nostra vita in maniera piena e significativa.

 

I quattro compiti sono:

1) Capire e trasformare la sofferenza.

Sostanzialmente questo significa arrivare ad accettare problemi, difficoltà ed esperienze dolorose, che sono una parte inevitabile della vita, e imparare ad affrontarli.

Se noi impariamo ad affrontare le più piccole sofferenze che incontriamo nella nostra vita,riusciremo meglio ad affrontare le sofferenze più grandi che avremo innanzi quando moriremo. Possiamo chiederci: come reagisco quando sopraggiungono problemi fisici o mentali? Il mio modo di reagire è salutare e soddisfacente o potrebbe essere migliorato? Quali sono le maniere con le quali posso affrontare meglio i problemi?

Le pratiche proposte dalla tradizione tibetana includono la pazienza, il pensare al karma, la compassione e il Tong-Len (prendere e dare).

 

2) Entrare in connessione con gli altri, guarire le relazioni e lasciare andare.

Questo compito si riferisce alle nostre relazioni con gli altri, in particolare famiglia e amici. In questo caso, i punti principali sono: imparare a comunicare onestamente, con compassione e con disinteresse e a risolvere qualsiasi problema non risolto che possiamo avere con gli altri.

Pensa alle tue relazioni con la tua famiglia, gli amici, le persone con cui lavori e così via. Hai dei problemi non risolti con loro? Come puoi iniziare a lavorare per risolverli?

 

Consigli: la meditazione del perdono per risolvere i problemi.

4)           Prepararsi spiritualmente alla morte.

5)

Christine scrive:

“Ogni tradizione religiosa sottolinea che per prepararci spiritualmente alla morte è molto importante iniziare ora una pratica spirituale giornaliera, una pratica così profondamente radicata da diventare parte della nostra carne e ossa, la nostra risposta riflessiva a ogni situazione della vita, comprese le nostre esperienze di sofferenza”.

 

Verifica: prova ad immaginare il momento della tua morte. Che pensieri e sentimenti verranno fuori dalla tua mente in quel momento? Ci sono idee o pratiche spirituali, che tu hai imparato o sperimentato, che ti potrebbero dare conforto e pace in quel momento?

 

4) Trovare significato nella vita.

Molti di noi passano la vita senza una chiara idea sullo scopo e il significato della propria esistenza. Questa mancanza di lucidità può diventare un problema quando diventiamo più anziani e più vicini alla morte, perché diventiamo meno capaci e più dipendenti dagli altri. Perciò è importante esplorare quesiti come: “Qual è lo scopo della mia vita? Perché sono qui? Cosa è importante e cosa non è importante?”.

Vivere in maniera etica

Le esperienze dolorose o spaventose, che accadono al momento della morte e in seguito, sono il risultato di azioni negative, o karma. Per impedire tali esperienze, dobbiamo astenerci da azioni negative e fare quante più possibili azioni positive.

 

Per esempio, noi possiamo fare del nostro meglio per evitare le dieci azioni non virtuose (uccidere, rubare, avere una cattiva condotta sessuale, dire parole dure, mentire, calunniare, spettegolare, avere bramosia, malevolenza, e punti di vista negativi)

 

e praticare le dieci virtù (astenersi consapevolmente dall’uccidere, e così via e fare azioni opposte alle dieci non virtuose).

 

È anche bene prendere voti o precetti e fare pratiche quotidiane di purificazione.

Un altro aspetto dell’etica buddhista è quello di lavorare sulla mente per ridurre le cause stesse delle azioni negative: difetti mentali, o emozioni disturbanti, come rabbia, bramosia, orgoglio, e così via.

 

E la consapevolezza della morte è uno dei più efficaci antidoti dei difetti mentali.

Un esempio per chiarire questo punto: “sono venuta a conoscenza della storia di una donna che aveva litigato col figlio poco prima che quest’ultimo uscisse di casa con suo padre per andare a pescare. Il figlio fu ucciso lungo il tragitto. Potete immaginare il dolore che la madre deve aver sofferto, non soltanto per la perdita del figlio, ma anche per le ultime parole colleriche che gli aveva detto”.

 

Non c’è modo di sapere quando la morte arriverà per noi o per gli altri. Ogni volta che ci separiamo da qualcuno, anche per poco tempo, non c’è certezza che lo incontreremo di nuovo. Rendendoci conto di questo, possiamo cercare di evitare l’attaccamento a sentimenti negativi e di risolvere i nostri conflitti con gli altri il più rapidamente possibile. Questo ci garantirà di non morire con quelle responsabilità nella nostra mente o di non vivere con rimorsi dolorosi se la persona con la quale abbiamo avuto un problema è morta prima di aver avuto la possibilità di scusarci e chiarire la questione.

 

Inoltre, siccome ci avviciniamo alla morte, è bene cominciare a dare via i nostri beni, o almeno fare testamento. Fosse anche spirituale per chi non ha che quello…..

 

Fare questo ci aiuterà a ridurre attaccamento e preoccupazione (Cosa accadrà alle mie cose? Chi prenderà che cosa?) al momento della morte.

 

Studiare gli insegnamenti spirituali

L’apprendimento di insegnamenti spirituali come quelli dati dal Buddha, ci aiuterà a superare i difetti mentali e il comportamento negativo e ci aiuterà a diventare più saggi e compassionevoli. Inoltre, quanto più conosceremo la realtà o verità -la natura della nostra vita, l’universo, il karma, la nostra capacità di sviluppo spirituale e come portarla avanti, tanto meno avremo paura della morte.

Coltivare una pratica spirituale

Mentre stiamo morendo potremo fare esperienza di disagi fisici e dolore.

 

Inoltre potremo fare anche esperienza di pensieri ed emozioni disturbanti, come rimorsi per il nostro passato, paure per il futuro, tristezza per doverci separare dai nostri cari e dai nostri beni, e rabbia per le disgrazie che ci stanno succedendo.

 

Come è stato detto prima, è importante mantenere la nostra mente libera da tali pensieri negativi e avere invece pensieri positivi al momento della morte.

 

Esempi di pensieri positivi possono comprendere:

- ricordare un oggetto della nostra fede come Buddha o Dio;

- accettare tranquillamente la nostra morte e i problemi a essa associati;

- non avere attaccamento per i nostri cari e per i nostri beni;

- sentirci positivi per il modo in cui abbiamo vissuto la nostra vita, ricordando le cose buone che abbiamo fatto;

- sentirci gentili, amorevoli e compassionevoli verso gli altri.

Allo scopo di essere capaci di invocare tali pensieri o atteggiamenti al momento della morte, abbiamo bisogno di familiarizzarci con essi.

La familiarità con gli stati positivi della mente dipende dal tempo e dallo sforzo che noi mettiamo nella pratica spirituale mentre siamo vivi. Il miglior momento per cominciare è adesso, dato che non possiamo sapere quando verrà la morte.

Alcune pratiche raccomandate dalla tradizione buddhista includono:

 

1) Prendere rifugio

Nel buddhismo prendere rifugio è un modo di sentire fiducia e di fare affidamento nei Tre gioielli:

il Buddha, il Dharma e il Sangha, accompagnato da un sincero sforzo di imparare a integrare gli insegnamenti buddhisti nella nostra vita.

 

Negli insegnamenti buddhisti si dice che prendere rifugio al momento della morte ci garantirà di ottenere una rinascita fortunata e di evitarne una sfortunata nella successiva esistenza. Aver fiducia nei propri insegnanti spirituali, o in uno specifico buddha o bodhisattva, come Amitabha o Guan Yin, ci darà lo stesso risultato e, al momento della morte, porterà grande conforto alla mente.

 

2) La pratica della terra pura

Una pratica popolare, specialmente nella tradizione mahayana, è quella di pregare per la rinascita in una terra pura, come la Terra Pura della Beatitudine (Sukhavati) del Buddha Amitabha.

 

Le terre pure sono rese manifeste dai Buddha per aiutare coloro che desiderano continuare la loro pratica spirituale nella vita successiva, liberi dalle distrazioni, controversie e interferenze del mondo ordinario.

Bokar Rimpoce menziona quattro requisiti essenziali che occorre coltivare allo scopo di prendere rinascita nella Terra Pura di Amitabha:

 

1) creare familiarità con le immagini della terra pura e meditarci sopra,

2) avere un desiderio sincero di nascere là e pregare regolarmente per una tale rinascita,

3) purificare le nostre azioni negative e accumulare azioni positive e dedicarle alla nascita nella terra pura,

4) avere la motivazione di bodhicitta, l’aspirazione a raggiungere l’illuminazione (uddhità) per essere in grado di aiutare tutti gli esseri, come la ragione per desiderare di nascere nella terra pura.

3) La pratica dell’attenzione consapevole

 

L’attenzione consapevole è una pratica meditativa che riguarda l’essere consapevoli di qualunque cosa stia accadendo nel corpo e nella mente, accompagnata da equanimità, libera da attaccamento a quello che è piacevole e avversione per quello che è spiacevole.

Una forte familiarità con questa pratica dà la capacità di affrontare dolore e sconforto, tenere la mente libera da emozioni disturbanti, e rimanere sereni mentre stiamo morendo.

Parecchi libri sull’attenzione consapevole e la meditazione sono menzionati nella lista di letture raccomandate.

 

4) La pratica della gentilezza amorevole

Questa pratica riguarda il coltivare sentimenti di cura, attenzione e gentilezza verso tutti gli altri esseri. Quando affrontiamo difficoltà o dolori, il nostro forte attaccamento all’ “Io” aumenta la nostra sofferenza, mentre l’essere meno preoccupati verso noi stessi e più preoccupati per gli altri diminuisce la nostra sofferenza.

Al momento della morte, pensare agli altri esseri viventi e augurare loro di essere felici e liberi dalla sofferenza porterà grande pace alla nostra mente.

Lama Zopa Rimpoce dice che questi sono i migliori pensieri e sentimenti che noi possiamo avere nella mente prima e durante la morte. Non soltanto ci aiutano ad avere una morte più serena, ma purificano anche le nostre negatività e accumulano potenzialità positive o meriti, che assicurano una buona rinascita nell’esistenza successiva.

Familiarizzarsi con gli stadi del processo di morte

Una delle ragioni per cui le persone tendono ad aver paura della morte è perché non conoscono cosa gli succederà.

 

Nella tradizione del buddhismo tibetano, c’è una chiara e dettagliata spiegazione del processo del morire, che coinvolge otto stadi. Gli otto stadi corrispondono alla graduale dissoluzione di vari elementi, come i quattro elementi: terra, acqua, fuoco ed aria. Quando si attraversano gli otto stadi, ci sono vari segni interni ed esterni.

 

I quattro elementi si dissolvono nei primi quattro stadi.

Nel primo stadio si dissolvono gli elementi della terra, i segni esterni riguardano il corpo che diventa più sottile e più debole, e come segno interno sorge la visione di un miraggio.

 

Il secondo stadio concerne la dissoluzione dell’elemento acqua; il segno esterno è che i liquidi del corpo esterno si asciugano e come segno interno sorge la visione di fumo.

 

L’elemento fuoco si dissolve nel terzo stadio; il segno esterno è il declinare del calore e del potere digestivo del corpo, e internamente, come segno interno si ha una visione di scintille.

 

Nel quarto stadio, dove l’elemento aria o vento si dissolve, il segno esterno è che il respiro cessa e come segno interno si ha la visione di una fiamma pronta a uscire.

 

Questo è il momento in cui una persona normalmente viene dichiarata clinicamente morta. Gli elementi fisici grossolani si sono tutti dissolti, il respiro si è fermato, e non c’è più alcun movimento nel cervello o nel sistema circolatorio.

 

Tuttavia, secondo il buddhismo, la morte non è ancora avvenuta perché la mente o coscienza è ancora presente nel corpo.

Ci sono diversi livelli della mente: grossolani, sottili e molto sottili.

La mente grossolana o coscienza include le nostre sei coscienze (visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, tattile e la coscienza mentale) e le ottanta concezioni innate.

Le sei coscienze si dissolvono nei primi quattro stadi del processo di morte, le ottanta concezioni si dissolvono nel quinto stadio, e seguendole si fa esperienza di una visione bianca. Nel sesto stadio, la visione bianca si dissolve e appare una visione rossa. Nel settimo stadio, la visione rossa si dissolve e appare una visione nera. Le visioni bianca, rossa e nera costituiscono il livello sottile della coscienza.

Infine, nell’ottavo stadio, la visione nera si dissolve e la mente molto sottile di chiara luce si manifesta. Questo è il livello più sottile e puro della nostra mente, o coscienza. I meditatori esperti sono capaci di usare questa mente di chiara luce per meditare e guadagnare una realizzazione di assoluta verità, e persino raggiungere l’illuminazione. Questo perché tali meditatori non hanno paura della morte e l’aspettano persino con impazienza, come se stessero andando a una festa!

Questa è una breve spiegazione degli otto stadi.

 

Ulteriori spiegazioni dettagliate si possono trovare in altri libri, come IL LIBRO TIBETANO DEI MORTI.

 

Siccome noi siamo naturalmente più spaventati di quello che non conosciamo, familiarizzandoci con gli stadi del processo di morte, possiamo alleviare alcune delle nostre paure sulla morte.

 

Se siamo in grado di praticare le meditazioni che imitano il processo di morte e risvegliano la mente di chiara luce, che si trovano nella tradizione tibetana vajrayana, possiamo persino essere in grado di ottenere una realizzazione durante il processo della morte.

 

Ci sono soltanto poche pratiche spirituali raccomandate, che possiamo imparare ed esercitare durante il corso della nostra vita, che ci aiuteranno a essere più preparati alla morte.

 

Tuttavia, per persone con differenti caratteristiche e personalità vi sono molti altri metodi adatti alla loro mente. Quando giunge il momento di scegliere il metodo giusto per noi, possiamo usare la nostra intuizione e saggezza o consultare gli insegnanti spirituali nei quali riponiamo fiducia. Vediamo adesso cosa possiamo fare per aiutare chi sta morendo.

 

L’ASSISTENZA A CHI STA MORENDO

 

Negli insegnamenti buddhisti viene detto che aiutare un’altra persona a morire in uno stato sereno e positivo della mente è uno dei più grandi atti di gentilezza che possiamo offrire. Questo perché il momento della morte è tanto cruciale per determinare la futura rinascita. Tuttavia, l’assistenza a una persona morente non è un compito facile.

 

Quando le persone stanno morendo, fanno esperienza di numerose difficoltà e cambiamenti e ciò fa naturalmente aumentare la loro confusione e le emozioni dolorose. Le persone hanno bisogni fisici: il sollievo dal dolore e dal disagio, l’assistenza nel fare compiti essenziali come: bere, mangiare,

alleviare il proprio dolore, fare il bagno e così via.

 

Hanno bisogni emotivi: essere trattati con rispetto, gentilezza ed amore; parlare ed essere ascoltati o, certe volte, essere lasciati soli e in silenzio.

 

Hanno bisogni spirituali: per dare senso alla loro vita, alla loro sofferenza, alla loro morte; per avere speranza su cosa c’è dopo la morte, per sentire che saranno curati e guidati da qualcuno più saggio e più forte di loro.

 

Di conseguenza una delle abilità più importanti nell’assistere le persone morenti è cercare di capire i loro bisogni e fare del nostro meglio per prendersene cura.

 

Possiamo realizzare al meglio questo compito mettendo da parte i nostri bisogni e desideri ogni qualvolta facciamo loro visita, disponendo la nostra mente a stare semplicemente là per loro, pronti a fare qualunque cosa debba essere fatta, qualunque cosa li aiuterà a essere a proprio agio, felici e in pace.

Qui noi ci concentreremo sui bisogni spirituali e come provvedere ad essi.

Lavorare sulle nostre emozioni

 

Come detto in precedenza, quando le persone si avvicinano alla morte hanno talvolta l’esperienza di emozioni disturbanti come paura, rammarico, tristezza, attaccamento alle persone e alle cose di questa vita e persino rabbia.

 

Possono avere difficoltà ad affrontare queste emozioni e sentirsene sopraffatti come se vi affogassero dentro.

 

La cosa utile da fare durante questi periodi difficili è sedersi con loro, ascoltare con compassione e offrire parole confortanti per calmare la loro mente.

 

Ma per essere capaci di compiere questo compito efficacemente, dobbiamo sapere come affrontare le nostre emozioni.

 

Essere in presenza della morte, molto probabilmente, procurerà nella nostra mente le stesse emozioni disturbanti che procura nella mente delle persone che stanno morendo: paura, tristezza, attaccamento, senso di impotenza e così via.

 

Possiamo non aver avuto una precedente esperienza di alcune di queste emozioni e possiamo sentirci sorpresi e persino confusi nel trovarle nella nostra mente.

 

Pertanto abbiamo bisogno di sapere come affrontarle in noi stessi prima di poter realmente aiutare qualcun altro ad affrontarle. Uno dei migliori metodi per affrontare le emozioni è la meditazione consapevole.

 

Un altro è ricordarci dell’impermanenza: il fatto che noi, gli altri, i nostri corpi e menti e proprio ogni cosa nel mondo che ci circonda sta costantemente cambiando e non è mai la stessa da un istante all’altro.

La consapevolezza e l’accettazione dell’impermanenza sono i più potenti antidoti all’attaccamento, come pure alla paura, che è spesso un senso di resistenza al cambiamento.

Anche il coltivare una salda fede nei Tre Gioielli del rifugio (il Buddha, il Dharma e il Sangha) è estremamente utile per darci la forza e il coraggio di cui abbiamo bisogno per guardare ed affrontare le emozioni disturbanti.

 

Se la persona morente è un membro della famiglia o un amico, avremo la sfida aggiuntiva di dover affrontare l’attaccamento e le aspettative in relazione a lei/lui.

Sebbene sia difficile, la cosa migliore che possiamo fare è imparare a lasciar andare la persona.

Attaccarsi alla persona è irrealistico e causerebbe soltanto più sofferenza per entrambi. Di nuovo, dobbiamo ricordare che l’impermanenza è il più efficace rimedio all’attaccamento.

Donare speranza e trovare perdono

Sogyal Rimpoce, nel Libro tibetano del vivere e del morire, dice che due cose sono molto importanti nell’assistere una persona morente: donare speranza e trovare perdono.

 

Quando si sta morendo, molte persone sperimentano senso di colpa, rimorso, scoraggiamento o senso di disperazione.

 

Noi possiamo aiutare queste persone permettendo loro di esprimere i propri sentimenti e ascoltandoli con compassione e senza giudicare.

Ma anche incoraggiandoli a ricordare le cose buone che hanno fatto nella loro vita e a sentire positivamente il modo in cui hanno vissuto.

Li possiamo aiutare a concentrarsi sui loro successi e virtù, non sui loro punti deboli e peccati.

Se sono aperti all’idea, ricordiamo loro che la natura della mente è fondamentalmente pura e buona (nel buddhismo viene chiamata natura di Buddha) e che i loro sbagli ed errori sono temporanei e rimovibili, come la polvere da una finestra.

Alcune persone potrebbero essere preoccupate e pensare che le loro azioni cattive, essendo così numerose e grandi non potranno mai essere perdonate.

 

Se tali persone credono in Dio o nel Buddha, assicuriamoli e ricordiamo loro che l’incondizionato e puro amore compassionevole di Dio e Buddha perdona sempre, indipendentemente dagli errori compiuti. Se le persone non hanno tale fede, allora ciò di cui hanno bisogno è perdonare se stessi.

 

Noi possiamo aiutarli a fare questo, incoraggiandoli a esprimere un sincero dispiacere per i loro errori e chiedere perdono. Questo è tutto ciò che hanno bisogno di fare. Ricordiamo loro che qualsiasi azione abbiano fatto nel passato è ora terminata e non può essere cambiata, così è meglio lasciarla andare.

 

Tuttavia possiamo cambiare da questo momento in poi. Se la persona si dispiace sinceramente dei suoi errori e desidera trasformarli, non c’è ragione per cui non possa trovare il perdono. Se ci sono precise persone che il morente ha danneggiato e che sono ancora vive, incoraggiamolo a esprimere il suo dispiacere e a chiedere il perdono.

 

Sogyal Rimpoce scrive:

 

“Tutte le religioni sottolineano il potere del perdono, e questo potere non è mai tanto necessario, e tanto più profondamente sentito, come quando si sta morendo. Attraverso il perdonare e l’essere perdonati, noi purifichiamo noi stessi del male che abbiamo commesso e ci prepariamo con maggiore completezza al viaggio attraverso la morte”.

 

Come aiutare qualcuno che non è buddhista

Se la persona morente appartiene a un’altra religione fate uno sforzo per capire cosa conosce e in cosa crede, e parlatele di conseguenza.

Ad esempio, se crede in Dio e nel paradiso, incoraggiatela ad avere fede e pregare Dio, a sentirsi fiduciosa che sarà con Dio in paradiso, dopo che avrà lasciato questa vita. E abbiate un atteggiamento rispettoso verso la persona e le sue credenze e pratiche. Ricordate che la cosa più importante è aiutare la persona ad avere pensieri positivi nella mente, in accordo con le sue credenze e pratiche religiose.

 

Non tentate di imporre le vostre convinzioni o di convertirla. Farlo potrebbe essere irrispettoso e non etico e potrebbe causarle confusione e turbamento.

Se la persona non ha religione, usate una terminologia non religiosa al fine di aiutarla a liberarsi dai pensieri negativi quali rabbia e attaccamento e sviluppare pensieri positivi e uno stato mentale sereno.

Se mostra interesse a conoscere quello in cui credete, potete parlargliene, ma state attenti a non predicare.

Potrebbe essere più efficace avere una discussione nella quale condividete apertamente le idee con l’altro. Per esempio, se la persona vi chiede cosa succede dopo la morte, invece di lanciarvi immediatamente in una spiegazione sulla rinascita, potreste dire qualcosa come: “Io non sono veramente sicuro. Cosa ne pensi tu?”. E cominciare da lì.

 

Ricordate che la cosa più importante è aiutare la persona a rimanere il più possibile libera da pensieri negativi, ad avere uno stato mentale positivo e sereno.

Se la persona non è buddhista e non vuole essere confortata ascoltandovi o vedendovi fare una preghiera o pratica buddhista, allora potete fare queste pratiche in silenzio, senza farlo vedere.

Ad esempio, potreste sedervi accanto e meditare sulla gentilezza amorevole e mandare l’energia della gentilezza amorevole dal vostro cuore per colmarla di pace. Oppure potreste visualizzare il Buddha o Cenresig sopra la testa della persona e recitare in silenzio le preghiere o i mantra mentre visualizzate un raggio di luce che scorre dal Buddha alla persona, purificandola e aiutando la sua mente a divenire più pura e serena.

È molto probabile che la persona sentirà gli effetti di queste pratiche anche se non ha idea che sono state fatte a suo beneficio.

 

Il tempo della morte

 

Potete continuare a fare meditazione o recitare preghiere, mantra, i nomi dei Buddha e così via mentre la persona sta morendo, e per tutto il tempo possibile dopo che ha smesso di respirare.

 

Ricordate che la cessazione del respiro non è segno di morte secondo il buddhismo.

 

È soltanto il quarto degli otto stadi del processo di morte, e il punto reale di morte è dopo l’ottavo stadio, quando la coscienza lascia il corpo.

 

Quanto tempo occorre alla persona per giungere a quello stadio dopo che ha smesso di respirare? Non vi è certezza; dipende da vari fattori quali le cause di morte (per esempio, se la persona è stata gravemente ferita in un incidente automobilistico, la coscienza potrebbe lasciare il corpo più velocemente che non se si trattasse di una morte naturale) e lo stato mentale della persona (un

meditante esperto potrebbe essere capace di stare nell’ottavo stadio, lo stato di chiara luce, molto più a lungo di qualcun altro con poca o nessuna esperienza meditativa).

 

Come possiamo sapere se una persona è veramente morta? Secondo la tradizione tibetana, ci sono diversi segni indicanti che la coscienza ha lasciato il corpo: il calore al cuore che non viene più percepito, l’odore che comincia a sprigionarsi dal corpo e una piccola quantità di liquido che viene emessa sia dalle narici sia dall’organo sessuale.

E’ meglio lasciare il corpo indisturbato fino a quando questi segni non saranno presenti, il che potrebbe essere parecchie ore o persino parecchi giorni dopo che il respiro si è fermato.

SI DICE CIRCA TRE GIORNI NEI QUALI LA PERSONA NON DOVREBBE ESSERE TOCCATA…. A MAGGIOR RAGIONE NE’ CREMATA NE’ SEPOLTA

 

Fare questo è possibile se la persona è morta in casa, ma potrebbe essere difficile in ospedale, perché l’ospedale ha delle regole riguardanti il tempo in cui un corpo può essere tenuto in una stanza o all’obitorio.

Potete domandare al personale ospedaliero di spostare il corpo in un’altra stanza dove potrebbe essere lasciato per diverse ore, mentre si continuano a recitare preghiere e mantra. Poi portarlo a casa e non toccarlo per tre giorni

È meglio non toccare il corpo dal momento in cui il respiro si è fermato fino a quando la coscienza se ne è andata. Tuttavia, se è necessario toccare il corpo durante questo tempo, innanzitutto tirate i capelli sulla corona della testa (o toccate la corona se non ci sono capelli).

Questo stimolerà la mente della persona a uscire dalla corona, che è il punto propizio per una rinascita fortunata, come una terra pura.

Dopo potrete toccare altre parti del corpo. Nella tradizione buddhista si raccomanda di non piangere in presenza di qualcuno che sta morendo o ha smesso di respirare. È anche bene non parlare del patrimonio della persona e come potrebbe essere distribuito. Ascoltare tali suoni potrebbe disturbarne la mente. I membri della famiglia e gli amici possono andare in un’altra stanza a piangere o a discutere di questioni pratiche. In presenza della persona morta, è meglio che si odano solo i suoni delle preghiere, i mantra e gli insegnamenti spirituali.

 

 

Se non c’è “un ministro della sua fede”  disponibile, allora fate soltanto qualsiasi preghiera o pratica che conoscete con tutta la fede, sincerità e compassione che potete generare nel vostro cuore.

 

L’assistenza dopo la morte

 

Dopo che la persona è deceduta, possiamo continuare a beneficiarla facendo azioni positive e virtuose, come dire preghiere (o dire ai monaci e alle monache di farlo), fare offerte, liberare animali che sarebbero destinati a essere macellati, fare meditazione etc., e dedicare i meriti di queste azioni affinché la persona abbia una buona rinascita, e si liberi dalle esistenze cicliche e raggiunga l’illuminazione.

 

È perfettamente corretto fare queste pratiche sia se la persona era buddhista o meno.

Va bene usare un po’ del denaro della persona per creare meriti, per esempio, facendo donazioni agli istituti di carità. Anche il merito accumulato dai membri della famiglia (parenti diretti della persona deceduta) è particolarmente potente e utile.

 

Facendo azioni virtuose e dedicando i meriti alla persona deceduta, si aiuta la persona nel bardo

 

(lo stadio intermedio tra la morte e la vita successiva, che potrebbe durare fino a 49 giorni).

 

Tuttavia, una volta che la persona ha preso la rinascita, il merito che noi le dedichiamo potrebbe aiutarla, per esempio accorciando la lunghezza di una rinascita sfavorevole.

 

CONCLUSIONE

Spero che le idee presentate in questo opuscolo vi aiuteranno ad accettare maggiormente la morte e ad averne meno paura, sia la vostra che quella altrui.

 

C’è una grande ricchezza di materiale che ci può aiutare e che proviene dalle antiche religioni e tradizioni spirituali, così come dalle scienze moderne come la psicologia, la sociologia e la medicina delle cure palliative, che possono guidarci a vivere la vita in maniera tale da rimanere tranquilli, calmi e coraggiosi di fronte alla morte. E quando qualcuno che amiamo attraverserà questa esperienza, noi potremo essere per loro una sorgente di conforto, serenità e speranza.

 

Possa questo piccolo testo ispirarvi ad apprendere di più su questo argomento. E possano tutti gli esseri eliminare dalle sofferenze della morte e raggiungere la più alta pace e felicità oltre il ciclo della nascita e della morte.

 

APPENDICE

 

Un Tong-len semplice (prendere e dare)

Meditare usando il proprio problema

 

Si può usare questo metodo ogni volta che c’è un problema-fisico, emotivo, di relazione o di lavoro. Sedetevi, calmate la mente e create una motivazione positiva per fare la pratica. Focalizzatevi poi sul vostro problema, fatelo sorgere nella mente, sentite quanto è doloroso, quanto la vostra mente vuole allontanarlo… Poi pensate: ”Non sono l’unica persona ad avere questo problema. Ce ne sono molte altre…” Pensate ad altre persone che possono vivere un problema uguale o simile, alcune anche con un’intensità maggiore (ad esempio, se avete perso una persona

cara, pensate a coloro che ne hanno perse molte in una guerra o in un’epidemia).

Poi generate compassione pensando: ”Come sarebbe bello se tutte queste persone fossero libere dalla sofferenza”. Decidete poi di accettare e fare vostro questo problema in modo che non debbano patirlo altri esseri. Lo potete fare col respiro: visualizzate di inspirare la sofferenza sotto forma di fumo nero. Esso giunge al vostro cuore dove è collocata la mente egoica nera e dura come un sasso. Il fumo scuro della sofferenza si assorbe nel sasso dell’egoicità e lo distrugge… Poi espirate la felicità, le qualità positive e il merito sotto forma di luce chiara dando a voi stessi e a tutte le altre persone tutte le qualità necessarie per affrontare il problema e per progredire lungo il sentiero dell’illuminazione. Concludete la meditazione sentendo la gioia di aver fatto questa pratica e dedicate il merito (l’energia positiva) affinché tutti gli esseri siano felici e liberi dalla sofferenza.

 

Meditazione sul perdono

Man mano che sviluppiamo la nostra pratica di meditazione diventiamo naturalmente più consapevoli di quello che succede nella nostra mente. Ci diventa più chiaro quello che sentiamo e perché. Cominciamo a scoprire i conflitti della nostra vita ed entriamo in contatto con le ferite di vecchie relazioni. Lentamente siamo in grado di definire le cose ancora in sospeso e di guarire le ferite.

La pratica della meditazione sul perdono è un mezzo meraviglioso di guarire il dolore di vecchie ferite che ci bloccano il cuore e ci impediscono di avere fiducia e di amare noi stessi e gli altri. Il perdono è la chiave per aprire i nostri cuori, per apprendere dalle lezioni dolorose del passato, per muoverci verso il futuro senza ostacoli. Cominciate sedendo in maniera tranquilla, con il corpo rilassato e la mente focalizzata sul respiro. Lasciate che ricordi, immagini ed emozioni fluiscano liberamente nella vostra mente: cose che avete fatto, detto e pensato per le quali non vi siete perdonati.

 

Dal profondo del cuore dite a voi stessi: ”Mi perdono per qualsiasi cosa ho fatto in passato, in maniera intenzionale o meno, con le azioni, le parole e i pensieri.

 

Ho sofferto abbastanza! Ho appreso e sono cresciuto e ora sono disponibile ad aprire il cuore a me stesso. Che io possa essere felice, libero da confusione, che possa conoscere la gioia della vera comprensione di me stesso,

degli altri e del mondo.

 

Che possa giungere a conoscere la mia completezza e integrità e aiutare gli altri a fare la stessa cosa”.

Immaginate ora, nello spazio di fronte a voi, una persona che amate e che volete perdonare o del cui perdono avete bisogno. Comunicate direttamente al suo cuore la seguente frase:

 

”Con tutto il mio cuore ti perdono per qualsiasi cosa tu abbia fatto che mi ha procurato dolore, in maniera intenzionale o meno, con le tue azioni, parole o pensieri. Ti perdono e ti chiedo di perdonarmi per qualsiasi cosa io ti abbia fatto, in maniera intenzionale o meno, con le mie azioni, parole o pensieri chiedo il tuo perdono. Che tu possa essere felice, libero e gioioso. Che si possa entrambi aprire i nostri cuori e le nostre menti a un incontro di amore e comprensione, procedendo nel nostro cammino di completezza”.

 

 

Immaginate che questo messaggio sia stato ricevuto e accettato, e confermate la guarigione che ha avuto luogo dentro di voi e fra voi due. Poi lasciate che l’immagine si sciolga nello spazio. Poi pensate alle innumerevoli persone verso le quali avete chiuso il vostro cuore. Ricordate come vi siete sentiti e cosa avete fatto quando la gente vi ha fatto del male, vi ha parlato duramente, ha preso il “vostro” parcheggio… Pensate a quante persone avete ferito in qualche modo, con le vostre

azioni, parole o pensieri consapevoli o inconsapevoli.

 

Quante volte siete stati voi a fare del male, a imporvi, a parlare duramente? Immaginate questi innumerevoli esseri che stanno davanti a voi. Verso tutti loro esprimete queste parole: ”Vi perdono e vi chiedo di perdonarmi per qualsiasi cosa io abbia fatto, in maniera consapevole o inconsapevole e che vi ha ferito. Che io e voi tutti si possa creare le basi della felicità nelle nostre vite. Che si possa conoscere la gioia di conoscere e sperimentare veramente la nostra interrelazione. Che si possa aprire i nostri cuori e le nostre menti uno all’altro e incontrarci in armonia”.

 

Ripetete questa meditazione riflessiva quante volte volete. Alla fine immaginate e sentite nella maniera più vivida e incondizionata possibile che avete veramente lasciato andare tutta la colpa e il biasimo verso voi stessi. In questo preciso momento permettetevi di sentire il perdono e un’ accettazione paziente di tutte le vostre azioni passate.

 

http://www.sangye.it/altro/?p=2071

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