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Categoria: "Crescita spirituale"

CHI AMA NON E' ADDORMENTATO

CHI AMA NON E' ADDORMENTATO

Le persone innamorate si possono riconoscere dagli occhi: e’ come se fossero sognanti, piu’ addormentate di altri. 

Hanno gli occhi intorpiditi dal sonno. 

Le persone che sono “IN AMORE” sono totalmente diverse: puoi vedere che non vivono in un sogno, stanno guardando la realta’ e crescono attraverso di essa 

Perdendoti nell’amore rimani bambino

Quando ti elevi in amore diventi piu’ maturo. 

E a poco a poco l’amore diviene non un rapporto ma uno stato del tuo essere. 

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Allora non ti accade piu’ di amare questo e di non amare quello

Sei pronto a condividere il tuo amore con chiunque ti venga vicino.

Qualsiasi cosa accada regali il tuo amore 

Diventa uno stato dell’essere: non sei piu’ innamorato, adesso sei in amore!!!

www.oshomiasto.it

 

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Occorre attendere di sentirsi pronti per decidere di continuare un cammino di crescita spirituale ?

Un pensiero di Osho per rispondere al dilemma di ogni allievo :

Occorre attendere di sentirsi pronti per decidere di continuare un cammino di crescita spirituale ? 

Solo le persone intelligenti possono essere confuse,

possono permettersi di essere confuse. 

Le persone stupide non si permettono di essere confuse

e quindi non cercheranno mai un maestro (un cammino spirituale)

Non possono andare da un Mastro, è troppo rischioso ! 

Sanno che il Maestro li manderà in confusione …

E in uno stato di confusione non sapranno più chi sono,

cosa stanno facendo e per quali motivi lo stavano facendo … 

Un cammino spirituale quando si inizia ti porta in confusione

Quando si prosegue ti porta via la tua vecchia identità,

che era tua sicurezza. 

Scegliere di continuare il cammino, è pericoloso …

… ma attraverso il pericolo trovi la tua strada,

attraverso il pericolo divieni consapevole ! 

Solo attraverso la ricerca tu potrai ritrovare la strada di casa. 

Se attendi a seguire il percorso perché non ti senti pronto,

perché non ti senti preparato, non ti sarà di alcun aiuto,

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rimanderai solo una decisione che potevi prendere subito. 

Una decisione non può non creare turbamento,

solo i morti o chi non vive non è mai confuso. 

La confusione dimostra solo una cosa,

che sei ancora vivo e che stai crescendo. 

Non cercare la certezza, 

la certezza di essere pronti per fare qualcosa significa suicidio. 

Io sono per la chiarezza non per le certezza. 

La chiarezza la trovi nel Cammino …,

la certezza appartiene invece alla tua mente che desidera rimanere stagnante

in quello che già conosce. 

La vita, al contrario vuole muoversi …

… e se continui a vivere e a seguire il cammino,

un giorno tornerai finalmente a casa !

Grazie a osho per illuminare il mio cammino

 

 EMANUEL WWW.SPAZIOSACRO.IT

 

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Sri Ramana Maharsi :il grande testimone

Sri  Ramana Maharsi 

Rimanendo testimone (questa lettura ci aiutera’ molto)

- Rimanendo testimone - di Walter Keers 

D. Potreste spiegarmi il fenomeno di Sri  Ramana Maharsi, che apparentemente ottenne l’illuminazione del tutto spontaneamente, senza fare alcunché?

R. Nessuno può dare una spiegazione delle cose. Le cose sono come sono e non c’è niente da spiegare. La sola cosa possibile è mettere in evidenza la ragione per cui sembra di non essere a conoscenza di ciò che siamo.

D’altra parte ci sono alcune cose che sono del tutto ovvie. Quando, a diciassette anni, “Venkataraman” fu preso dal panico e sentì che stava per morire avrebbe potuto precipitarsi dal dottore e chiedere un tranquillante, cosa che la grande maggioranza di noi avrebbe fatto. Ma già a quell’età egli era talmente maturo che accettò e si arrese al panico senza fuggire. Il che sta a dimostrare che era un ragazzo molto coraggioso. Lasciò che il panico lo investisse, si stese sul pavimento, e si abbandonò a ciò che sembrava inevitabile: «Io sto per morire. Che cosa sta veramente accadendo?».

In altre parole, egli si ritirò spontaneamente dalla sua individualità e assunse la posizione del Testimone.

È importante riconoscere che, in questo modo, egli rinunciò a ogni desiderio di continuare a vivere nel tempo e nello spazio. Poi, come tu dici, l’illuminazione sopraggiunse senza che ci fosse bisogno di fare qualcosa, ed è inevitabile che sia così. Infatti, la realizzazione avviene solamente quando smettiamo di fare qualcosa, quando dimentichiamo il "facitore" in noi, frutto di proiezioni, e rimaniamo "testimoni" di ogni evento che appare e scompare. Inoltre egli adottò il "punto di vista del Testimone" nel momento più critico fra tutti: quando il panico che giace alla radice dell’individualità si precipitò su di lui.

Questo è forse l’aspetto più sorprendente dell’intera storia. Infatti il panico, così comune tra chi pratica la concentrazione, la meditazione Zen e altre discipline, è così radicale che solamente un uomo su un milione riesce ad accettarlo. Normalmente, la presenza di un Guru è indispensabile per superare una paura così acuta, ma sembra che non sia stato così nel suo caso.

Questi sono gli aspetti tangibili: l’arrendersi all’inevitabile, senza il desiderio di modificarlo o di scansarlo; l’aver adottato la posizione del Testimone, e l’assenza del desiderio di continuare a vivere. Quest’ultimo aspetto è forse il più illuminante.

Ognuno di noi può utilizzarlo per verificare la propria posizione: c’è in me il desiderio di durare, di continuare a vivere? Sento che c’è ancora parecchio da fare, da godere? Nutro ancora delle speranze per qualcosa? La speranza è uno degli alibi più sottili. Io spero che, se faccio la sådhanå nel giusto modo, mi realizzerò in tre o cinque anni...

Con tale atteggiamento, che implica assegnare altri tre o cinque anni alla mia ignoranza, alla mia individualità o ego, rendo virtualmente impossibile il riconoscimento che sono l’ultima realtà anche ora. La speranza implica il desiderio di continuare nel tempo; essa implica che accetto la credenza che sono un’individualità proiettata, un’immagine, che sta vivendo attraverso gli anni. La speranza, in altre parole, diviene un ostacolo, un alibi.

Ciò che sono deve sempre essere qui e ora, e non c’è niente nel futuro in cui riporre speranze. Se quello che sono non è qui e ora, ciò implica che non sono realmente "Io", poiché ciò che sono non può essere mai separato da me, come il calore non può essere separato dal fuoco, o la forma dalla visione.

Così questo straordinario ragazzo non sperò per il meglio, non sperò che tutto potesse finire bene ed essere in grado di cenare quella sera. Egli non tentò nemmeno per un attimo di fuggire; si stese sul pavimento, senza cercare di difendersi e consentendo alla morte di portare a termine il suo compito.

Questo è l’atteggiamento a cui la verità, la libertà, o Dio, o in qualunque modo preferiamo chiamarla, non può resistere, accettazione totale senza alcun desiderio di modificare qualcosa, fosse pure la morte. Questo atteggiamento può condurre a una cosa sola: alla completa libertà, che è chiamata realizzazione del Sé. Se la paura più definitiva e più profonda è accettata in modo così totale, per cui ti abbandoni a tutto ciò che possa succedere, niente altro potrà trattenerti. L’ego non potrà più ricattarti, e niente ti potrà più spaventare, poiché niente è più spaventoso della morte. Questa totale resa e l’assenza del desiderio di continuare a vivere, sono qualcosa che vale la pena di esaminare.

Noi tutti desideriamo ciò che nel nostro ambiente è conosciuto come realizzazione del Sé. Ma chiariamo subito questo punto: colui che desidera è l’individualità. Ciò che siamo, non sa che farsene del desiderio. L’io, l’individualità desidera la realizzazione, ma l’individualità non può sapere cosa significano queste parole. L’individualità, o ciò che va sotto tale nome, appare a livello di immagini, pensieri, sentimenti, concetti, e a quel livello la libertà diviene un’idea, un concetto. Però la libertà non ha niente a che vedere con i concetti.

Dal punto di vista delle immagini, la libertà o il Sé è qualcosa di completamente sconosciuto, in altre parole: il Sé è un qualcosa la cui esistenza non può mai essere accertata dalla mente. Esso è totalmente nuovo, totalmente ignoto e inaspettato. Ecco perché ciò che si chiama la realizzazione del Sé rappresenta la morte del vecchio, del noto.

D. È possibile prendere nota degli eventi come loro Testimone, senza tuttavia accettarli? L’omicidio e la violenza non rimangono comunque inaccettabili in tutte le circostanze?

R. Per accettazione io intendo la disponibilità a guardare qualcosa. Qualche tempo fa, una signora venne qui con certi problemi familiari. Ella disse: «Io ho fatto ciò che mi avete proposto e ho osservato tutto ciò che avveniva. Ma non mi ha aiutato molto, e devo confessare che osservo ogni cosa con un certo disgusto».

Questo, naturalmente, non è ciò che intendiamo per accettazione e osservazione. Ella aveva proiettato un osservatore dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Ma ciò che avrebbe dovuto osservare erano precisamente quei movimenti personali, del tutto intimi, all’interno della sua psiche, come il disgusto che aveva menzionato.

Accettazione non significa approvare o disapprovare. Significa solamente accettazione dei fatti. L’accettazione del fatto che ci sono assassini, che c’è violenza, indipendentemente dal nostro piacere o dispiacere. Ma osservare le cose esterne non aiuta molto. Ciò che va osservato è quello che avviene dentro di noi: la nostra paura, i nostri desideri, la nostra irritazione, la nostra gelosia. In breve tutto ciò che sentiamo come conflittuale con l’armonia. I modi sottili o subdoli di difesa dell’io, quando sono osservati oggettivamente, si rivelano semplici fenomeni. Noi possiamo vederli e osservarli così come guardiamo un film. All’inizio saremo tentati di unirci al loro flusso, ma gradualmente arriveremo a poterli osservare senza esserne coinvolti. Un mio amico ha paragonato questo modo di osservare a una sfilata di moda: tu siedi in una comoda poltrona e vedi la sfilata delle modelle che mostrano un vestito dopo l’altro. Ma non salti sul palco con un paio di forbici per modificare i vestiti in mostra! Tu guardi e questo è tutto!

Se volessimo formulare esattamente che cosa sia l’accettazione, potremmo dire che consiste nel permettere a ogni cosa che sorge all’interno di mostrare se stessa chiaramente e senza interferenze o giudizi da parte nostra, nella consapevolezza che noi siamo.

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Molto spesso ciò è abbastanza facile: senza sforzo possiamo consentire a una stanchezza fisica o a un dolore di rivelarsi. Poi potremmo prendere nota di piccole irritazioni quando qualcuno ci fa qualcosa di sgradevole.

La pratica dell’Osservatore diviene più difficile solo quando noi siamo preda della paura o della vergogna. In tali circostanze tendiamo a rimuovere certi ricordi e certi sentimenti. Così vedremo che qualsiasi cosa insensata che possiamo aver fatto, al momento era il meglio che potevamo fare; il motivo fondamentale, anche per la paura, è la ricerca dell’amore e della felicità. Quando ciò è visto chiaramente, siamo pronti a dimenticare noi stessi e ad accettare la nostra vergogna e paura, permettendole di rivelarsi all’occhio interiore della consapevolezza. Quando rifiutiamo certi sentimenti e ricordi, noi creiamo un ego che sente che deve proteggersi, ma quando permettiamo alle cose di accadere senza interferire allora non c’è ego: c’è solo la coscienza in cui i sentimenti sorgono e passano, in cui i pensieri vengono e vanno. Noi siamo allora il Testimone. Là in quel preciso non-luogo, in quel preciso non-momento vi è la porta, per così dire, tra sogno e illusione da una parte, e ciò che viene chiamato il Sé dall’altra. Ciò che noi siamo, il Sé, è dietro la schiavitù e la liberazione.

D. Si dice che quando la mèta è raggiunta, tutti i sentieri si incontrano. Ma nel caso di Sri Ramana  Maharsi non si trova traccia di altri sentieri. Più tardi non fu possibile dire se egli era principalmente un perfetto jñåni o un perfetto bhakta, Conoscenza o Amore. Egli ovviamente fu entrambi allo stesso tempo. Ma in questo racconto ancora non c’è traccia di qualcosa simile alla bhakti.

R. Non essere fuorviato dalle apparenti lacune del racconto. Questa realizzazione del Sé non avrebbe mai potuto avvenire se questo straordinario ragazzo non avesse avuto un cuore pieno d’Amore. Se egli non avesse amato il suo corpo, non avrebbe potuto mai lasciarlo andare, se non avesse amato la sua psiche, non avrebbe potuto abbandonarla.

D. Spesso lei ha detto che per "Amore" non intende il sentimento.

R. Infatti, e può essere utile eliminare qualche fraintendimento. Quando ami o quando sei felice, che cosa avviene?

L’evento che noi chiamiamo: "io sono felice" consiste di due parti. Una è la parte fondamentale: noi siamo la stessa felicità, la libertà stessa, al di là del sentimento; ma normalmente siamo ammaliati dai pensieri, dal senso dell’io, dai sentimenti dell’io e da altri oggetti che appaiono e scompaiono e l’armonia che noi siamo non viene percepita, ci sfugge. La tensione del corpo sorge nel momento in cui ci vediamo come un oggetto, un io.

Ma ciò che avviene quando dici: "io amo" o "io sono felice" è che per un momento tutte le identificazioni svaniscono. Come risultato, tutte le tensioni cessano e l’accumulo di energia del corpo viene liberato. Quella è la parte sensibile dell’evento: sentiamo il calore e la radianza in petto, e così via. Normalmente noi consideriamo quello come amore, ma in realtà il sentimento è solo un sintomo di ciò che l’Amore veramente è, un effetto, il risultato di far cadere tutte quelle strane idee che avevamo di noi stessi. Ogni idea su noi stessi è comunque un’idea strana. Pensare di essere buoni è altrettanto assurdo che credere di essere cattivi. Tu non sei una nozione, una opinione, qualcosa di accettabile o di non accettabile. Ma per poter andare dietro le apparenze, dobbiamo iniziare con l’accettazione, vera accettazione, di là dalle opinioni di buono o cattivo, e consentire alle cose di apparire nella loro completa nudità, nella luce della coscienza, senza alcuna interferenza o giudizio da parte nostra. Nel momento in cui assumiamo questa posizione, spontaneamente viviamo l’aspetto di "testimone" dell’ultima Realtà. E quindi gradualmente il nostro sacco si svuota, le paure e i desideri terminano la loro piccola danza perché svaniscono nella consapevolezza che noi siamo, e alla fine rimane la sola consapevolezza. Non è qualche cosa che debba essere ricercato o ottenuto. Noi siamo la consapevolezza anche ora. La sola cosa che la sådhanå consente, è di sbarazzarsi dell’idea che noi siamo qualche cosa di diverso dalla consapevolezza. Quando questa idea se n’è andata, immediatamente ci imbattiamo nella coscienza o la coscienza sembra penetrarci, o anche esplodere in noi. Non dobbiamo fare assolutamente niente affinché questo non-evento avvenga.

Quando la libertà è resa possibile, essa avviene. Essa è resa possibile accettando ciò che noi supponiamo di essere, guardandolo attentamente e poi lasciandolo andare. Quando vediamo che non siamo mai stati ciò che credevamo d’essere, tutte le idee ci lasciano, e ciò che rimane è ciò che siamo. È molto semplice. Ma questa silenziosa vigilanza, questo profondo ascolto a ciò che credevamo di essere è un lavoro interiore che deve essere fatto con profonda attenzione.

Ogni giorno vengono da noi persone che sono a conoscenza di cos’è che non va nella loro vita, ma in modo superficiale e ciò non li aiuta. Recentemente un alcolizzato venne qui per parlare dei suoi problemi: «Io so perché bevo – è perché mia madre non mi ha mai amato». Malgrado ciò, egli continuava a bere perché non aveva approfondito il senso della sua affermazione. Solo quando fu messo in grado di vedere e di sentire di nuovo la sua condizione di bambino, la sua grande tristezza, il suo pianto nel suo letto la notte, completamente solo, egli comprese veramente tutta la sua infelicità. E quando poi fu in grado di vedere che questo bambino dall’aria così triste era veramente inoffensivo, aperto, senza difese e fiducioso mentre era respinto dalla madre, egli poté comprendere che era ancora quel bambino aperto e fiducioso dietro le mura che lo avevano protetto contro tanta insensibilità.

E solo allora poté vedere che quel bambino era ed è una inesauribile sorgente di vita, di amore e di energia e che non c’era niente che doveva essere protetto, poiché nessuno poteva alienare ciò che egli era stato, ed era ancora. Quando tutto questo venne messo chiaramente a fuoco egli vide che non doveva più trincerarsi dietro le mura della sua infanzia e continuare a nutrire la paura di non essere amato.

La paura di non essere in grado di trovare amore fuori di sé cessò nel momento in cui comprese che egli stesso era la sorgente di tutto l’amore, e che le sue difese erano la sola cosa che gli impedivano di vivere questo amore come quella esperienza fondamentale che è la vita. Da quel momento egli non ebbe più bisogno dell’alcool.

Siamo tutti simili a questo uomo. Usiamo droghe nella speranza che esse ci diano il calore che cerchiamo, o che possano prevenire ulteriori delusioni. Alcuni di noi cercano il sesso come una droga, altri la capacità intellettuale, altri ancora costruiscono un’immagine di se stessi quali grandi consiglieri pieni di comprensione e così via. Tutto questo è necessario per riempire il vuoto del nostro io incapace di amare.

Nel momento in cui ci accorgiamo che noi siamo ciò che stiamo cercando, la ricerca dell’amore esterno diminuisce fino a cessare completamente.

La sola droga che tutte le droghe hanno in comune è l’ego, questa difesa estrema che apparentemente ci separa dall’Amore che siamo noi stessi. Ma questo ego non è un’entità reale. Non è altro che un modo di vedere. Quando lo cerchi e tenti di trovarlo ti accorgi che non c’è eccetto che nella tua immaginazione.

Quindi non dobbiamo cacciarlo via o combatterlo; dobbiamo semplicemente accettarlo, permettergli di mostrarsi in tutta la sua nudità, e ben presto scopriamo che non ha alcuna esistenza. Questo è tutto ciò che dobbiamo fare per farlo scomparire.

Ciò che resta è la libertà stessa. Non un ego libero, ma libertà dall’illusione che vi sia un ego.

Per molti di noi lo stadio finale consiste nel vivere per qualche tempo con l’impressione che la vita continui senza un ego. Eravamo così abituati alla sua presenza che ora viviamo per un po’ di tempo come se mancasse qualcosa. Questo diventa così naturale che presto ce ne dimentichiamo del tutto. Prima eravamo legati dal credere in un ego, ora siamo legati dalla sua assenza.

Questa è l’ultima cosa che ci dice che siamo ancora limitati. Quando questa assenza è vista come un oggetto col quale ci identifichiamo essa può dissolversi nella presenza che noi siamo. Solamente questa è libertà. La vera libertà, la radianza dalla quale il mondo crea se stesso di momento in momento, e che rimane come semplice radianza quando non c’è più il mondo.

Il sonno profondo – l’assenza di nome e forma – allora si converte nella luce stessa, che non ha niente in comune con la cieca assenza di memoria che credevamo che fosse.

 www.walterKeers.com

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SRI SANKARA : La filosofia Non-duale di Sri Sankara

 

SRI SANKARA 

 (Sri Adi Sankara, Shankara, Sankaracarya. vissuto solo 32 anni 

La filosofia Non-duale di Sri Sankara   

 

Introduzione

 

Il primo filosofo a condurre un'esposizione sistematica dell'Advaita fu Gaudapada, Ma fu Sankara a esprimere la perfetta forma finale della filosofia Advaita e a perfezionarla fin nei dettagli. Chi si avvicini con attenzione ai commenti di Sankara alle Upanisad principali, al Brahama Sutra e alla Bhagavad Gita, arriverà a comprendere con chiarezza il contenuto della filosofia Non-duale.   

L'insegnamento di Sankara si può riassumere in un solo verso: "Brahma Satyam Jagan Mithya Jivo Brahmaiva Na Aparah"  

Solo il Brahman Assoluto è reale; questo mondo è irreale; e il Jiva o anima individuale non è differente dal Brahman. Questa è la quintessenza della sua filosofia 

L'Advaita insegnato da Sri Sankara è un rigoroso, assoluto monismo [non-duale]. Secondo Sri Sankara, qualsiasi cosa è, è Brahman. Brahman in Sé è assolutamente omogeneo. Tutte le differenziazioni e la pluralità sono illusori.

Brahman - L'Uno Senza Secondo 
 

L'Atman (essenza individuale consapevole) è auto-evidente (Svatah-siddha) e non può essere dimostrato con prove estranee. Non è possibile negare l'Atman, poiché sarebbe la stessa essenza individuale a negarlo. L'Atman è la base di ogni tipo di conoscenza, inferenza e deduzione. Questo Sé è all'interno, all'esterno, prima, dopo, ad ogni lato.  

Brahman non è un oggetto, poiché è Adrishya (oltre il visibile), è ciò di cui le Upanisad dichiarano :  

"Neti, Neti" - non questo, non questo, non quello.  

Non significa però che Brahman sia un concetto negativo, un'astrazione metafisica o una non-entità, o un vuoto. Non è "altro". E' la totale pienezza, infinito, senza mutamento, auto-esistente, perfetto in sé, auto-consapevole e perfetta beatitudine. Esso è Svarupa (essenza), l'essenza del conoscitore. E' il Veggente (Drashta), il Trascendente (Turiya) e il Testimone Silenzioso (Sakshi).  


Il Brahman Supremo (POSSIAMO DIRE IL DIO SUPREMO) indicato da Sankara è impersonale, Nirguna (privo di Guna o attributi), Niraka (senza forma), Nirvisesha (senza caratteristiche), immutabile, eterno e Akarta (non-agente). E' situato oltre i bisogni e i desideri. E' sempre il Soggetto Testimone. Non può mai divenire oggetto poiché è al di là della portata dei sensi. Brahman è non-dualità, Uno senza secondo, poiché non vi è altri all'infuori di Esso. Ciò distrugge qualsiasi differenza, esterna o interna. Brahman non può essere descritto, poiché una descrizione implica differenziazione e Brahman non può essere distinto da altro.  

In Brahman non si hanno sostanze o attributi: Sat-Cit-Ananda (assoluta Esistenza, assoluta Consapevolezza, assoluta Beatitudine) costituiscono la reale essenza o Svarupa di Brahman, e non i suoi attributi.

Il mondo - Una Realtà Relativa

Secondo Sankara, il mondo non è una mera illusione. Il mondo è relativamente reale(Vyavaharika Satta), mentre il Brahman è assolutamente reale (Paramarthika Satta). Il mondo è il prodotto di Maya o Avidya (ignoranza). L'immutabile Brahman appare come il mondo mutevole attraverso l'incanto di Maya. Maya è il misterioso e indescrivibile potere di Dio che nasconde e manifesta se stesso come irreale. Maya non è reale, poiché svanisce quando si realizza la conoscenza dell'Eterno, dunque è irreale perché il suo potere perdura soltanto fino al sorgere della Consapevolezza. Dunque la sovrapposizione del mondo al Brahman è dovuta all'Avidya o ignoranza metafisica. 
 

Natura del Jiva e significato di Moksa 

(Natura dell'anima individuale e significato della liberazione)  

Per Sankara, il Jiva, o anima individuale, è reale solo in senso relativo. La sua individualità dura soltanto per quanto è soggetta alle Upadhi o condizioni limitanti dovute all'Avidya (ignoranza). Il Jiva identifica se stesso col corpo, la mente e i sensi finché è illuso dall'Avidya o ignoranza. Esso pensa, agisce e gode in relazione all'Avidya. In realtà esso non è differente dal Brahman o Assoluto.  

Le Upanisad dichiarano enfaticamente "Tat Tvam Asi" Tu sei Quello.  

Come la schiuma dell'onda diventa tutt'uno con l'oceano quando si dissolve, come lo spazio all'interno di un vaso diventa tutt'uno con con lo spazio universale quando il vaso si spezza, così il Jiva o sé empirico diviene uno con Brahman quando si perviene a conoscere Brahman. Quando la Consapevolezza sorge nell'individuo, attraverso l'annichilimento dell'Avidya, questi è libero dalla propria individualità e dalla finitudine e realizza la propria essenza come Satcitananda (Essere Coscienza Beatitudine). Si dissolve l'individualità nell'oceano delle Beatitudine, come un fiume che ha raggiunto l'oceano.   

La liberazione dal Samsara (ciclo di nascita e morte) significa, secondo Sankara, la totale dissoluzione dell'anima individuale nel Brahman  

Secondo Sankara, Karma (azione rituale) e Bhakti (devozione) sono strumentali a Jnana (conoscenza) che è Moksa (liberazione).

Vivarta Vada o Teoria della Sovrapposizione:  

Per Sankara questo mondo è solo relativamente reale . Questa affermazione si avvale della teoria Vivarta-Vada, o teoria della apparenza o sovrapposizione .  

Come un serpente è visto erroneamente al posto di una corda nella penombra, questo mondo e questo corpo sono sovrapposti al Brahman o Supremo Sé. Se si riesce a riconoscere la corda, l'illusione del serpente svanisce. Allo stesso modo, se si realizza la conoscenza del Brahman Imperituro, l'illusione del corpo e del mondo scompare.  

Secondo la teoria Vivarta-Vada, la causa produce l'effetto senza che vi sia un vero cambiamento in sé. Il serpente è solo un'apparenza sovrapposta alla corda. La corda non è stata affatto modificata in serpente. Brahman è eterno e immutabile, dunque non può modificare la sua natura come mondo. Brahman diviene causa del mondo attraversi Maya, il Suo imperscrutabile potere o Sakti. 

 

Quando si giunge a riconoscere che, ove si credeva ci fosse un serpente, c'è solo una corda, ogni timore svanisce.  

Così, quando si realizza l'eterno e immutabile Brahman, non si è più affetti dai fenomeni, dai nomi e dalle forme di questo mondo.  

Colui che ha distrutto l'Avidya o il velo dell'ignoranza con la conoscenza dell'Eterno, che ha rimosso la falsa conoscenza con la conoscenza realizzata dell'Imperituro o della Realtà vivente, risplende di verità, purezza, divino splendore e gloria.

 


(tradotto e adattato da http://www.hinduism.co.za )

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sri Aurobindo e Mere

Sri Aurobindo e Mere

Sri Aurobindo nasce a Calcutta, nell'India britannica, iI 15 agosto 1872.

Il padre, medico, vuole per i figli un'educazione europea e all'età di sette anni Aurobindo viene mandato in Inghilterra con i due fratelli maggiori perché lì compia gli studi.

Nonostante una vita di ristrettezze (i sussidi dal padre vengono presto a ridursi e in seguito a mancare del tutto) Aurobindo si rivela uno studente eccezionale, riuscendo a mantenere sé e i fratelli con borse di studio. Agli esami di Cambridge stupisce Oscar Browning, suo esaminatore, che lo definisce come "il più brillante conoscitore di Greco che mi sia mai capitato di esaminare".
Quando ritorna in India nel 1893, all'età di 21 anni, il giovane Aurobindo non conosce nulla del suo paese e della sua spiritualità. Tuttavia, poco prima di approdare, l'India lo accoglie con una improvvisa e inaspettata esperienza interiore.

Impara il Sanscrito e si dedica allo studio delle opere che hanno reso grande la tradizione spirituale indiana.

Allo stesso tempo crescono la sua intuizione e la sua visione interiore, senza tuttavia che ciò lo porti ad abbandonare l’attività nel mondo.

Si dedica anzi con impegno alla lotta per la liberazione dell’India dal dominio britannico, divenendo, assieme a Tilak e Lajpat Raj, la più importante figura del Risorgimento Indiano, molto prima dell’avvento di Gandhi.

Incarcerato nel 1908 con l’accusa di essere stato l’ispiratore di un attentato dinamitardo (portato a compimento a insaputa di Aurobindo dal gruppo guidato dal fratello minore, Barin) Sri Aurobindo passa un anno nelle carceri di Alipore.

Nell’ isolamento della cella la vita interiore di Sri Aurobindo si arricchisce di nuove e determinanti esperienze che lo mettono in contatto con una nuova energia evolutiva destinata, secondo lui,  a trasformare la terra e i destini dell’uomo.

Assolto dall’accusa e liberato, prosegue ancora per un poco I'attività politica e giornalistica, fondando due settimanali nel tentativo di ridare vita al movimento per l'indipendenza duramente colpito dalla serie di arresti. Ma il governo britannico non si rassegna alla sua assoluzione e cerca nuovi pretesti per farlo arrestare. Il viceré delle Indie lo definisce 'il più pericoloso nemico dell'Impero Britannico'. Informato di un mandato d'arresto nei suoi confronti, Aurobindo riceve il comando interiore di recarsi a Pondichéry, enclave francese nell’India del Sud, che egli raggiunge nell'aprile del 1910 e dove rimarrà per tutta la sua vita.

Alcuni giovani rivoluzionari lo seguono, tra cui Nolini Kata Gupta, ora riconosciuto come il più importante discepolo di Sri Aurobindo. Appena 17enne, Nolini aveva passato con Aurobindo un anno nelle carceri di Alipore.

A Pondichéry Aurobindo pone le basi del suo Yoga Integrale, che vede nell’uomo un essere di transizione che ha la possibilità di partecipare coscientemente a quello che egli definisce l’inevitabile passo evolutivo nell’esperienza della Terra: il sorgere di un superuomo spirituale e una nuova umanità spiritualizzata. 

Nel 1914 incontra per la prima volta Mirra Alfassa, la futura Madre, venuta a Pondichéry assieme al marito, il filosofo francese Paul Richard. Questi convince Sri Aurobindo a esporre per iscritto il suo pensiero e la sua visione. Nascono così, dal 1914 al 1920, quasi tutte le grandi opere di Sri Aurobindo, tra cui: la Vita Divina, la Sintesi dello Yoga, il Ciclo Umano, I'ldeale dell'Unità Umana. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale obbliga i Richard a lasciare Pondichéry.

Mirra ritornerà, e questa volta per sempre, accanto a Sri Aurobindo nell'aprile del 1920.

Nel 1926, a seguito di una radicale esperienza, Sri Aurobindo si ritira definitivamente nelle sue stanze, lasciando interamente nelle mani della Madre la gestione dell'Ashram e il contatto con i discepoli.

Sri Aurobindo lascia il corpo fisico il 5 dicembre del 1950. Il suo lavoro è continuato dalla Madre.

La Madre, Mère, nasce come Blanche Rachel Mirra Alfassa a Parigi il 21 febbraio 1878, da padre turco e madre egiziana.

Sin dalla prima infanzia è cosciente di un mondo subliminale, diverso da quello fisico, e di un ruolo particolare che lei è destinata a svolgere.

Nelle sue parole:

"Ho cominciato a contemplare e a fare yoga all'età di 4 anni. Su una poltroncina fatta apposta per me rimanevo senza muovermi, persa in meditazione.

Una luce molto brillante discendeva allora sul mio capo creando un movimento nel cervello. Naturalmente, non ne capivo nulla, non avevo l'età per comprendere.

Ma a poco a poco cominciai a sentire: 'Dovrò compiere un lavoro di enorme importanza che ancora nessuno conosce' ".

 

 

 
 

 "Come e quando sono diventata cosciente di una missione che dovevo adempiere sulla terra? ... È difficile dire quando avvenne, è come se fossi nata con essa, e con lo sviluppo della mente e del cervello cresceva anche la precisione e completezza di questa coscienza".

Nonostante tali esperienze, la piccola Mirra non accettava di uniformarsi all'idea convenzionale di Dio:

"Non potevo accettare un essere che dichiarava se stesso come unico e onnipotente, chiunque potesse egli essere. Fosse anche stato unico e onnipotente ... non aveva il diritto di proclamarlo!"

Tuttavia, tra gli undici e i tredici anni, come lei stessa raccontò, una serie di esperienze le rivelarono non solo l'esistenza di Dio, ma anche la possibilità data all'uomo di unirsi a Lui, di realizzarLo integralmente nella coscienza e nell'azione, di manifestarLo sulla Terra in una vita divina.

Si formava intanto inconsciamente la sua conoscenza occulta. Durante il sonno, numerosi maestri spirituali venivano a offrirle i loro insegnamenti. Molti li avrebbe poi incontrati nel corso della sua esistenza. Col tempo, la relazione con uno di essi divenne più precisa, e sebbene Mirra non sapesse nulla o poco dell'India e della sua filosofia, cominciò a chiamarlo Krishna.

Quando poi incontrò per la prima volta Sri Aurobindo a Pondichéry, la Madre riconobbe in lui il Krishna dei suoi sogni.

All'età di tredici anni, la coscienza della sua particolare presenza tra gli uomini, in questa terra sofferente e colma di miserie, cominciò a delinearsi con più chiarezza. Per quasi un anno, ogni notte, non appena andava a letto: 

"... mi pareva di uscire dal corpo e di sollevarmi al di sopra delle case, poi sopra la città [di Parigi], molto al di sopra. Mi vedevo allora rivestita di una magnifica veste dorata, molto più lunga di me stessa; e mentre mi sollevavo sempre più, la veste si allungava ancora allargandosi a cerchio attorno a me, formando una sorta di immenso soffitto sopra la città. Vedevo allora uscire da ogni dove uomini, donne, bambini, vecchi, persone malate o infelici; si raccoglievano sotto la veste distesa implorando aiuto, raccontandomi le loro miserie, le loro sofferenze, le loro penose difficoltà. In risposta la veste, flessibile e vivente, si estendeva verso ciascuno di loro, individualmente, e non appena essi la toccavano, si sentivano confortati e guariti, e tornando nei loro corpi erano più felici e più forti di prima. Null'altro mi appariva più bello, niente mi rendeva più felice; e tutte le attività della giornata mi sembravano monotone, senza colore, senza vita reale se confrontate con questa attività notturna che era per me la vera vita". 

Da allora, mai lei avrebbe cessato, neppure per un istante, di porre la sua vita al totale servizio degli uomini per la manifestazione sulla terra della verità che la creazione, come rivelata da Sri Aurobindo, rappresenta.

Anche al di fuori dello yoga, in molti furono affascinati dalla sua personalità. Alexandra David Neel, buddista e scrittrice, la prima donna occidentale ad entrare in Tibet, scrisse della Madre: "Ricordo la sua eleganza, la sua cultura, il suo intelletto dalle tendenze mistiche... Nonostante il suo grande amore e la grande dolcezza, nonostante perfino la sua naturalezza innata nel farsi dimenticare dopo aver compiuto nobili atti, non poteva riuscire a nascondere la forza tremenda che portava dentro di sé." Il poeta giapponese Shumei Okawa, che conobbe la Madre negli anni della sua permanenza in Giappone durante la Prima Guerra Mondiale, disse che la Madre: "aveva una volontà che muoveva le montagne e un intelletto acuminato come la lama di una spada" e che le sue immensità mistiche erano più profonde di un oceano. Tagore, premio Nobel per la letteratura nel 1913, l'avrebbe voluta per dirigere la sua famosa scuola di Shantiniketam.

In molti l'hanno descritta, manifestando a parole la loro ammirazione per un aspetto che coglievano della sua personalità, e la Madre rivelava a ciascuno quanto di se stessa loro potevano ricevere; ma fu solo Sri Aurobindo che la riconobbe, e la descrisse, senza riserve, come la Madre Divina.

Dal 1920 si stabilisce a Pondicherry, dove rimarrà tutta la vita, affiancando con il suo lavoro, pratico e spirituale, quello di Sri Aurobindo.

Scrive Sri Aurobindo:

"La coscienza della Madre e la mia sono la stessa: la Coscienza divina che è una in due, poiché tale è la necessità del gioco divino.

Chiunque si volga alla Madre fa il mio yoga...

Nulla può essere fatto senza la Sua conoscenza e la Sua forza, senza la Sua coscienza.

Se qualcuno sente veramente la coscienza della Madre, dovrebbe sapere che io sono lì, presente dietro ad essa; e se percepisce la mia coscienza, sa che è anche la coscienza della Madre".

Nel 1943 viene fondata la Scuola dell'Ashram, che diventerà il 'Centro Universitario' e poi il 'Centro Internazionale di Educazione Sri Aurobindo'.

Dal 1950 al 1958 la Madre tiene con i bambini della scuola e con i discepoli degli incontri che, registrati su nastro, diverranno le "Conversazioni". In esse sono esposte in termini semplici verità profonde che riguardano tutti gli aspetti sia della vita pratica dell'uomo che del suo rapporto con il cosmico e il trascendente.

Dal 1950 al 1973, il discepolo Satprem raccoglie dalla sua voce la storia quotidiana del suo yoga, volto alla trasformazione cellulare per il sorgere sulla terra di una nuova materia e una nuova umanità spiritualizzata. Un salto evolutivo come quello che dall'animale aveva portato all'avvento dell'uomo mentale, ora porterà alla nascita di una nuova razza oltre la mente, una razza spirituale e divina. L'esperienza della Madre è trascritta nei tredici volumi dell' "Agenda".

Nel 1968, a 15 km da Pondicherry (India), inaugura la città internazionale di Auroville. È la città che:

 "appartiene all'umanità...  il luogo di un costante progresso, ponte tra passato e futuro, luogo di ricerca materiale e spirituale, per un'incarnazione vivente dell'Unità Umana... dove persone di ogni nazione vivono seguendo lo yoga integrale…"

Per vivere ad Auroville "bisogna essere i servitori della Coscienza Divina". 

La Madre lascia il corpo fisico il 17 novembre 1973

 

 

(tradotto e adattato da http://www.hinduism.co.za )

 

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