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Il nome e cognome non bastano piu'...

Nel mondo esistono 7,5 miliardi di persone identificate da nome e cognome. Poiché molte hanno lo stesso nome e cognome può succedere che qualcuna venga confusa con qualcun’altra.
L’identificazione delle persone è diventata un problema difficile da risolvere. La gente si sposta, frequenta gli aeroporti, usa prodotti tecnologici che contengono informazioni riservate. Fino a oggi per identificare una persona si ricorreva al nome, al cognome e, dagli anni settanta, al codice fiscale. Nell’antichità si ricorreva solo al nome perché i paesi erano piccoli e tutti si conoscevano. Solo i nobili e i borghesi avevano più di un nome, soprattutto per fregiarsi di quello di qualche antenato illustre. Ma con il crescere della popolazione l’identificazione di una persona cominciò a diventare più difficile. Molte leggi locali imposero l’uso del nome e cognome ai fini dell’identificazione certa. Lo scopo era la riscossione delle tasse e in seguito la leva militare.
La Controriforma, alla fine del Cinquecento, impose che il nome fosse seguito dal cognome. Il cognome passava dal padre ai figli. La donna sposata assumeva quello del marito. Attualmente si stanno affermando altri sistemi di identificazione.

Il riconoscimento facciale
Tunnel dell’aeroporto di Dubai con 80 telecamere per il riconoscimento facciale
All’aeroporto di Dubai un tunnel dotato di 80 telecamere riprende il passeggero da diverse angolazioni per il riconoscimento facciale. Un programma elabora le immagini in modo da distinguere il volto dallo sfondo, quindi un algoritmo confronta lo schema ottenuto con una raccolta di fotografie. Il sistema è ancora in fase sperimentale e gli errori sono frequenti.
Molti si preoccupano della possibile schedatura dei cittadini da parte di un governo autoritario. Temono anche che un singolo cittadino possa essere identificato sui social e preso di mira da qualche squilibrato con comportamenti persecutori.

Rilevamento dell’iride
Riconoscimento dell’iride
Il riconoscimento dell’iride è una tecnologia che attraverso una telecamera riprende l’iride. Questa tecnologia è in grado di rilevare i movimenti della pupilla in modo da non farsi “imbrogliare” da una foto. Occorre inserire nel database le immagini dell’iride della persona che si sottopone al riconoscimento. Questo consente al rilevatore di confrontare le immagini riprese con i video immagazzinati. L’iride è diversa per ogni persona. Di solito questa tecnologia è integrata dal rilevamento facciale e dalle impronte digitali..

Le impronte digitali
Lettore di impronte digitali sotto lo schermo dei cellulari
Le impronte digitali sono le sottili creste di pelle sui polpastrelli delle dita. Pare siano esclusive di ogni persona. Non si modificano con il tempo. Alcuni costruttori di cellulari sono ricorsi al lettore di impronte digitali per impedire a un eventuale ladro di accendere il telefono.
I primi documenti firmati con l’apposizione di un’impronta risalgono al 500 avanti Cristo, a Babilonia e in Cina.

Lettore di impronte digitali
Esistono dei pratici ed economici lettori di impronte digitali che si possono collegare ai vecchi computer. Servono ad accedere al pc senza digitare ogni volta la password. Inoltre non consentono agli estranei di accedere al computer.

Poiché il sistema è ancora imperfetto lo si associa al riconoscimento facciale, soprattutto per l’accesso a banche online.

La rilevazione delle impronte per il riconoscimento è usata soprattutto per indagini di polizia: a chi è incorso in un fermo vengono rilevate le impronte che poi vengono conservate negli archivi.

Analisi e comparazione del Dna
Il Dna
Verso la fine del Novecento si è aggiunto agli strumenti di identificazione l’analisi del Dna. Il Dna è l’impronta genetica di ogni uomo. Esistono delle parti del Dna che variano da una persona all’altra permettendo l’identificazione.

Ricerca di tracce di Dna sulla scena del crimine
L’Italia si sta adeguando agli altri paesi europei con la creazione di una banca dati del Dna. Questo sta già consentendo di riaprire vecchi casi irrisolti.

Impianto di microchip sotto la pelle

Uno dei sistemi di identificazione che ha destato maggiore opposizione è l’inserimento di microchip sotto la pelle. È l’applicazione usata per identificare i cani e combattere il randagismo. In parecchie organizzazioni che custodiscono dati sensibili sono stati impiantati microchip sul personale. Ufficialmente la cosa è stata fatta per sveltire il loro riconoscimento quando accedono alle zone riservate. Nella foto sopra vediamo una manifestazione avvenuta negli Stati Uniti, a Palm Beach, contro l’inserimento del microchip sottopelle. Si voleva dotare di microchip i malati di Alzheimer. Alcuni commentatori paventano scenari apocalittici, cioè che attraverso i microchip si organizzi il controllo di tutta la popolazione.

L’istituzione del codice fiscale
Codice fiscale
Nel 1973 il ministro delle finanze Bruno Visentin ha introdotto il codice fiscale. Lo scopo è di rendere più facile ed efficiente la riscossione delle tasse. Il codice fiscale è un codice ispirato ai numeri che si usano nelle biblioteche per catalogare i libri, indicizzarli per argomenti trattati e segnalare dove si trovano fisicamente. Le prime sei lettere indicano il cognome e il nome, seguono due numeri per l’anno di nascita. La lettera che segue indica il mese di nascita. Seguono due cifre che indicano il giorno di nascita e il sesso: se il soggetto è una donna, al giorno di nascita viene aggiunto 40. Segue una lettera seguita da tre numeri che identifica il comune di nascita. Il codice fiscale termina con una lettera di verifica del codice. Purtroppo esistono dei codici uguali che devo essere cambiati.

Tessera sanitaria
Attualmente la tessera sanitaria riporta il codice fiscale e può essere usata in sua sostituzione. Le carte d’identità di ultima generazione riportano il codice fiscale.

Il cognome 

Codice napoleonico
Prima dell’introduzione del codice fiscale la popolazione italiana era identificata solo con il nome e il cognome. Il nome è quello attribuito al bambino quando lo si battezza o lo si iscrive allo Stato civile. Il cognome è il nome della famiglia che resta immutato e si tramanda. Dal 2014 in Italia può passare ai figli anche il cognome della madre. Possono passare ai figli  anche tutti e due i cognomi, quello della madre e quello del padre.

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Napoleone Bonaparte
L’obbligo per tutti di avere un nome e un cognome lo si deve all’introduzione in Italia del codice napoleonico, anche se di fatto era già usato dalla fine del Cinquecento, salvo in alcune zone isolate del Sud Italia. L’Italia era divisa in tanti staterelli. Napoleone voleva uniformare le leggi e i costumi in tutta Italia eliminando le differenze fra stato e stato. Istituì lo Stato Civile, cioè un ufficio che aveva l’incarico di registrare tutti i cittadini con un cognome e un nome. Coloro che erano sprovvisti del cognome dovevano comunicare all’ufficio quale volevano assumere. Se non lo facevano, l’ufficiale di Stato Civile doveva attribuirgliene uno.

Registro parrocchiale
Nel 1563 il Concilio di Trento aveva obbligato i parroci a tenere i registri parrocchiali con i nomi e cognomi. Diversi parroci li tenevano già. Dovevano annotare I battesimi, i matrimoni e, dopo l’inizio del Seicento, anche le morti. Solo nei paesi più piccoli e sperduti molte persone si identificavano solo con il nome. Magari erano conosciute anche con un soprannome, per il mestiere esercitato o una caratteristica fisica. Quando dovettero scegliersi un cognome, la maggior parte scelse il soprannome.

Cognome derivato da un mestiere
Alcuni cognomi derivano dal mestiere esercitato come Piccapietra, che si riferisce al mestiere dello scalpellino. Ferrero, Ferro, Fierro, Ferretti sono tutti cognomi che derivano dal mestiere del fabbro, un tempo era molto praticato perché si ferravano i cavalli e si rinforzavano le ruote dei carri con un anello di ferro. Forno, Fornaro, Forneris, Forner veniva attribuito ai fornai.

Edoardo Di Mauro: “Vocazione e Progetto”
Parecchi cognomi si sono formati a partire da nome del padre preceduto da “di” o “de” come Di Mauro o De Felice o, più raramente, dal cognome della madre come Di Annunziata. Ricordiamo anche D’Amico, D’Andrea, De Andrè, D’Anna, De Feo, De Sanctis, Del Greco. 

I notai e i preti che dovevano riuscire ad identificare con assoluta precisione le persone indicavano anche il nome del padre, il mestiere e le caratteristiche fisiche. In questo sito potrete fare ricerche sul significato del vostro cognome, sui vostri eventuali antenati e sulla diffusione in italia del vostro cognome. In questo potrete cercare di localizzare la provenienza.

Si dice che i cognomi italiani siano più di 25mila e che la loro varietà sia incredibile.

Cognomi di derivazione araba
Assedio di Siracusa, Arabi in Sicilia 878
Gli arabi conquistarono la Sicilia nel nono secolo. Esistono parecchi cognomi italiani di origine araba in Sicilia. Adesso si trovano anche al Nord a causa dell’emigrazione avvenuta negli anni sessanta. Citiamo Badalà o Vadalà, dell’arabo abd-allà, servo di Dio.  Caffaro deriva da kafer, miscredente; Morabito da morabit, eremita; Mulè da mawla, padrone. E poi ancora Sciortino deriva da surti, guardiano; Sodano da saudàn, negro; Zappalà da izzbin-Allah, “potenza in Allah”; Cabibbo da habib, amico o amato. Derivano da termini arabi anche Galiffi, Musumeci, Buscema, Cangemi, Farace, Fagalà, Garufi, Marabutto, Saladini, Tafuri e Macaluso, quest’ultimo da mahlus, liberato, forse significa “schiavo affrancato”.

Cognomi longobardi
Giuseppe Garibaldi
Dal II al VI secolo scesero in Italia i Longobardi. La radice longobarda pald/bald è presente nel cognome toscano Baldi e anche nel cognome dell’Eroe dei due mondi, Garibaldi. Deriva da gair=lancia e bald=abile cioè  abile con la lancia. Da nomi propri prendono origine anche Beltrami, con i derivati Beltramelli e Beltramo. Derivano da “corvo splendente”. L’uccello nero per noi è sinonimo di malaugurio, presso i Longobardi era invece considerato animale pari all’aquila e dunque sacro. Il diffusissimo Alberti, con i similari Alberta, Albertini, Albertario, Albertazzi, Aliberto, Aliberti, Albertis, Alberto derivano dal nome proprio germanico formato dai vocaboli athala (nobiltà) e berth (splendore), assegnato in seguito come cognome augurale.

I tre nomi dei nobili romani
Roma, musei vaticani, Busto di Caio Giulio Cesare
Molti studiosi sono convinti che prima dell’anno mille non esistessero cognomi in Italia, ma solo nomi. Secondo questa corrente di pensiero il medioevo avrebbe interrotto l’usanza romana dei tre nomi.
L’aristocrazia romana, come nel caso di Caio Giulio Cesare, aveva un prenome, cioè un nome proprio: in questo caso Caio. Seguiva il nome del clan nobiliare, in questo caso Giulio, in quanto appartenente alla gente Giulia. Infine il cognome della sua famiglia, cioè i Cesari. In epoca arcaica i romani avevano un solo nome, come Romolo, oppure due nomi all’uso sabino come Tito Tazio.

Annibale contro Publio Cornelioi Scipione Africano
Alcuni nobili romani avevano un quarto nome che era un soprannome. Nel caso di Publio Cornelio Scipione Africano, il soprannome “Africano” gli derivava dall’avere vinto il cartaginese Annibale in Africa.

Spartaco, lo schiavo che si ribellò a Roma guidando una rivolta
Gli schiavi in epoca arcaica non avevano diritto al nome, portavano quello del padrone seguito da -por che sta per puer, ragazzo. Per esempio, Gaipor era lo schiavo di Gaio. Poi gli schiavi ebbero un nome, come Spartacus.

Giulia Maggiore figlia di Ottaviano Augusto
Le donne non avevano diritto a fregiarsi di un nome proprio. Portavano il nome del padre o del marito. Giulia Maggiore è chiamata così per distinguerla dalla figlia detta Giulia Minore. Era figlia di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Portava il nome del padre Giulio che era distintivo del suo clan.

L’introduzione della nuova legge in Italia consentirà di usare i due cognomi, quello della madre e quello del padre. Ci avviamo anche noi ad avere più cognomi come gli spagnoli e i brasiliani. Eppure siamo in un’epoca dove i cognomi servono poco per identificarci. Stanno diffondendosi tecniche molto più raffinate e invasive.

Lorraine Lorena ha collaborato alla ricerca del materiale ed alla elaborazione dell’articolo.

http://www.giornalepop.it/il-nome-e-il-cognome/

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Vivere vicino all'acqua migliora la salute mentale

Avreste mai pensato che vivere vicino all’acqua potesse essere in qualche modo benefico? Ebbene uno studio australiano ha rivelato che questo tipo di vicinanza ha effetti positivi sulla salute mentale.

Guardare l’acqua di un fiume che scorre, la serenità o al contrario l'agitazione del mare, o ancora contemplare le placide rive di un lago, sono tutte cose che farebbero particolarmente bene per fronteggiare eventuali disagi psicologici. E’ quanto sostiene una ricerca che conferma quanto già sa chi vive vicino al mare: vedere ogni giorno l'acqua rilassa e, una volta abituati, è davvero difficile separarsene.

Un team di ricercatori della Nuova Zelanda e della Michigan State University (MSU) hanno scoperto che vivere in vista dell'acqua, denominata "spazio blu", ha un beneficio reale e quantificabile per la salute mentale.

Lo studio, realizzato a Wellington, città che ospita mezzo milione di residenti ed è bagnata dal Mare di Tasmania a nord e dall'Oceano Pacifico a sud, ha raccolto dati sulla visibilità degli spazi blu e verdi usando elementi topografici e confrontandoli poi con le informazioni del New Zealand Health Survey relative alla scala di stress psicologico di Kessler (parametro che aiuta a prevedere il rischio ansia e disturbi dell’umore).

I risultati sono stati chiari. Come ha dichiarato Amber Pearson, coautrice dello studio:

"L'aumento delle visioni dello spazio blu è associato in modo significativo a livelli più bassi di disagio psicologico"

 
E questo sarebbe vero anche indipendentemente da fattori come livello di salute, ricchezza, età, sesso e pericolosità del quartiere di residenza.

Quello che ha sorpreso di più i ricercatori è che gli spazi blu hanno avuto un effetto positivo maggiore rispetto agli spazi verdi. Come mai?

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Pearson ha ipotizzato che:

"Potrebbe essere perché lo spazio blu era tutto naturale, mentre lo spazio verde includeva aree create dall'uomo, come campi sportivi e campi da gioco, così come aree naturali come le foreste native. Forse se guardassimo solo alle foreste native potremmo trovare qualcosa di diverso" 
Non è comunque la prima volta che una ricerca mette in luce come vivere vicino all’acqua possa migliorare la salute. Qualche anno fa un precedente studio condotto dall’Università britannica di Exeter aveva valutato gli effetti benefici del mare sulle persone, riscontrando un migliore stato di salute in chi viveva vicino alle coste piuttosto che nell’entroterra. 

Stare vicini all’acqua ci rende anche più felici. Guardare il mare, ma anche un lago, un fiume o una cascata è per noi un potente antistress. Su questo argomento esiste un libro interessante ‘Blue Mind. Mente e Acqua’ che spiega il perché del fenomeno.

In realtà l’acqua è per noi benefica così come probabilmente lo è anche la natura in generale. Vivere vicino ad un bosco o a una foresta, ad esempio, aiuta a combattere lo stress e a regolare le emozioni. Anche in questo caso a dirlo è stata la scienza. 

Che ne pensate? Chi vive nelle grandi città o comunque lontano da acqua e verde è davvero più svantaggiato a livello di salute mentale o fisica?


 

Francesca Biagioli

https://www.greenme.it/vivere/salute-e-benessere/26752-vivere-vicino-acqua&idU=2&utm_source=newsletter_1345&utm_medium=email&utm_campaign=tutta-la-verita-sul-caffe-al-ginseng-soluzioni-green-per-depurare-l-acqua-analogia-del-treno-semi-di-lino-per-i-capelli

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Acqua e limone: cosa succede al corpo assumendola ogni giorno

Acqua e limone: cosa succede al corpo assumendola ogni giorno
 
Acqua e limone. Una bevanda che negli ultimi anni è diventata una salutare abitudine mattutina per molte persone. Ma cosa succede al corpo assumendola ogni giorno per un certo periodo di tempo?

Indice
Cosa succede al corpo
Per quanto tempo assumere acqua e limone
L’esperimento per due settimane
Controindicazioni ed effetti indesiderati
Una proposta salutare per quando ci si sveglia è quella di assumere una bevanda tiepida preparata con due semplici ingredienti: acqua e succo di limone fresco. Questa promette di essere un toccasana per la nostra salute a patto di berla con costanza per un certo periodo e di distanziare di qualche tempo la vera e propria prima colazione.

 

Ma quali sono i benefici reali che offre acqua e limone? 

Cosa succede al corpo
I vantaggi che si possono riscontrare se si assume quotidianamente questa bevanda sono:

Pelle più giovane e luminosa: grazie alla presenza nel limone di una buona dose di vitamina C e altre sostanze utili, si può notare un ringiovanimento della pelle e una maggiore luminosità del viso.
Maggiore facilità a dimagrire: c’è chi assume acqua e limone come aiuto durante una dieta dimagrante in quanto favorisce una perdita di peso più rapida (naturalmente se assunta all’interno di un’alimentazione equilibrata e sostenuta dalla giusta dose di attività fisica).
Migliore digestione e regolarità intestinale: acqua e limone aiuta l'apparato digerente e facilita il processo di eliminazione dei prodotti di scarto dall'organismo. Previene il problema della stitichezza ma impedisce anche la diarrea, assicurando funzioni intestinali regolari.
Sistema immunitario più forte: il limone aiuta a mantenere in buona salute le difese immunitarie del nostro organismo e bere acqua e limone ogni giorno contribuisce dunque a proteggerci meglio da influenze e infezioni di vario genere.
Equilibra il pH del corpo: per chi ritiene valida la teoria che vuole un corpo in salute con determinati pH, acqua e limone è un’ottima soluzione per tenere in equilibrio questo valore.
Disintossicante ed energizzante: acqua e limone contribuisce a disintossicare l’organismo a beneficio della pelle ma in generale di tutte le funzioni del corpo e dunque alla lunga potremmo ritrovarci con un grado di energia maggiore.
Remineralizza: il limone è una buona fonte di potassio, calcio, fosforo e magnesio e ha quindi un effetto remineralizzante sul nostro organismo.Può aiutare a reintegrare i sali del corpo anche dopo una sessione di allenamento intensa.
Diuretico: il succo di limone diluito in acqua funge da diuretico aumentando la produzione di urina e favorendo l’eliminazione dell’acqua in eccesso dal corpo (potrebbe migliorare dunque anche una situazione di ritenzione idrica).
Riduce infiammazione e dolore: questa bevanda è in grado di sciogliere l’acido urico e dunque lenire le infiammazioni delle articolazioni e i dolori dovuti ai depositi di questa sostanza nel corpo.
Migliora l’alito: chi soffre di alitosi potrebbe trovare giovamento dall’assumere acqua e limone. I limoni infatti rinfrescano l'alito.

Per quanto tempo assumere acqua e limone
Di acqua e limone si consiglia di berne una tazza ogni giorno appena svegli. La bevanda si può assumere quotidianamente anche per lunghi periodi a meno che non insorgano degli effetti collaterali (vedi sotto) o si avverta qualsiasi tipo di fastidio.

Per vedere i primi benefici è però necessario attendere almeno due settimane o in alcuni casi un mese.

 

L’esperimento per due settimane
Dina Gachman, blogger e scrittrice americana, ha voluto sperimentare su se stessa i benefici di bere quotidianamente acqua e limone e ha scelto di assumere la bevanda per due settimane nella dose di due tazze.

Nello specifico quello che ha notato è stato: 

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Leggero miglioramento nell’aspetto della pelle. Alcuni punti erano schiariti e la carnagione era meno opaca.
Si è sentita meno gonfia
Non si è ammalata durante l’esperimento (c’è da dire però che la probabilità in due settimane non era alta)
Si è sentita più propensa a fare attività fisica e mangiare cibi sani
Potete leggere tutto nel dettaglio qui. 

 

Controindicazioni ed effetti indesiderati
Nonostante i molti benefici di questa bevanda, acqua e limone presenta anche alcune controindicazioni ed effetti collaterali da tenere sempre bene a mente:

Smalto dei denti: è molto importante come prima cosa notare che quando il succo di limone viene direttamente a contatto con i denti può rovinare lo smalto in quanto ricco di sostanze acide. Si consiglia quindi di risciacquare abbondantemente la bocca subito dopo aver consumato la bevanda oppure di sorseggiarla con una cannuccia (opzione però decisamente meno ecologica).
Afte o lesioni in bocca: anche in caso di afte o lesioni profonde all'interno della bocca o sulle gengive, l’acido citrico presente nei limoni può dare problemi e causare più danni che altro. Prima di assumere la bevanda, quindi, aspettate che questi disturbi siano completamente risolti.
Bruciore di stomaco o ulcere: ulteriore controindicazione molto seria all’assunzione di acqua e limone è in caso di bruciore di stomaco e presenza di ulcere. Il limone andrebbe infatti ad aggravare la situazione attivando la pepsina, un enzima nello stomaco che scompone le proteine, e andando a peggiorare l’acidità e il fastidio.
Nausea, vomito o emicranea: in alcuni casi acqua e limone può dare come effetto collaterale la comparsa di nausea e vomito oppure di emicrania.
Carenza di potassio: l'uso eccessivo di succo di limone è stato collegato anche ad una possibile carenza di potassio considerato tra l'altro che aumenta la diuresi.
E’ importante che ognuno faccia i conti con il proprio organismo, c’è da sottolineare infatti che questo, come altri rimedi naturali, non sono sempre adatti a tutti. Impariamo a capire i messaggi che ci invia il nostro corpo per valutare se acqua e limone è una soluzione naturale davvero adatta a noi!

Voi avete già sperimentato i benefici di acqua e limone o siete tra quelli che hanno notato invece effetti collaterali?

Su acqua e limone potrebbe interessarvi anche:

Acqua e limone: 10 varianti per dimagrire
Acqua e limone: 12 domande e risposte ai dubbi più frequenti
Su gli effetti di altri rimedi naturali assunti giornalmente potrebbe interessarvi anche:

Zenzero
Semi di lino
Pepe nero
Curcuma
Alga spirulina
Ginseng
Francesca Biagioli

https://www.greenme.it/vivere/salute-e-benessere/26756-acqua-e-limone-corpo

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I nostri corpi sono come spugne, assorbono l'energia che e' intorno a noi

Ti è mai successo in compagnia con una persona di sentire una cattiva atmosfera, come se la persona stesse rubando la tua energia?

“Tutto è energia” è uno dei principali assiomi della scienza, e gli esseri umani non sono estranei alle trasformazioni energetiche.

Un interessante studio è stato condotto presso l’Università di Bielefeld, in Germania, il che dimostra che le piante possono assorbire energia da altre piante. Olivia Bader-Lee, un medico e terapeuta, ha seguito i risultati di questa indagine.

La scienza che studia il comportamento di energia negli esseri viventi è chiamato bioenergetica.

Questa ricerca è stata condotta nelle alghe, in particolare in Chlamydomonas reinhardtii. È stato scoperto che, oltre alla fotosintesi, si ha una fonte alternativa di energia: assorbire energia dalle altre alghe. La testa di questa ricerca è il biologo tedesco Olaf Kruse, ei suoi risultati sono stati riportati sul Naturesite.com

 

Secondo Bader-Lee, i nostri corpi sono come spugne, assorbono l’energia che è intorno a noi. “Questo è esattamente il motivo per cui ci sono persone che si sentono a disagio quando sono in un certo gruppo con una miscela di energia ed emozioni”.

“Il corpo umano è molto simile ad una pianta che assorbe l’energia necessaria per alimentare il vostro stato emotivo, e può stimolare le cellule e aumentare la quantità di cortisolo e catabolizzare, alimentando le cellule a seconda del bisogno emotivo.” Continua Bader-Lee.

Questo è il motivo per cui molte persone possono cambiare il loro stato d’animo: nervoso, stressato, arrabbiato, ansioso, triste, ma anche felice, ottimista e sorridente.

Bader-Lee dice che nel corso dei secoli, l’uomo ha perso quel legame con la natura, in cui lo scambio di energia potrebbe portare enormi benefici per l’umanità.

In ultima analisi, lo spirito è energia, e ciò che noi chiamiamo “soprannaturale” non è altro che la manifestazione di diverse energie nel mondo. Questo era noto nelle culture antiche in tutti i continenti, ma la scienza ha deciso di ignorarlo e solo pochi scienziati hanno il coraggio di affrontare questi problemi, per timore di critiche e del rifiuto da parte della comunità scientifica.

http://magaria.altervista.org/la-scienza-conferma-che-le-persone-assorbono-energia-dagli-altri/

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Il suono delle cellule : le nostre cellule sono sensibili alla musica

Ecco come “suonano” le nostre cellule

Le nostre cellule si muovono di continuo e, nel farlo, suonano. La vita non è statica. E nemmeno silenziosa.


Siamo composti da 37.200 miliardi di cellule che comunicano fra di loro. Meglio: vibrano. Ma c’è di più. Le cellule non oscillano e non suonano a caso. Ogni loro intonazione corrisponde a ruoli e compiti precisi.

“Riusciamo a distinguere le cellule che si stanno differenziando da quelle che producono molecole riparative, così come quelle che soffrono e muoiono”. Lo spiega Carlo Ventura, professore di Biologia molecolare all’Università di Bologna e direttore del laboratorio Guna ATTRE, Advanced Therapies and Tissue REgeneration, da poco istituito presso gli “Acceleratori di Innovazione” del CNR di Bologna. “Non abbiamo inventato nulla – precisa Ventura – questa ritmicità sonora è una caratteristica dell’universo. Oggi sappiamo che i ritmi circadiani appartengono alla materia vivente e sono poi gestiti dal cervello umano. Il ritmo è un codice oscillatorio e noi lo moduliamo”.
Libri e varie...

Così, in ogni cellula, danzano filamenti e microtuboli. “Sono oscillazioni ritmiche che manifestano una direzione precisa e che producono campi elettrici. Quando una cellula sfiora le vicine, queste vibrano all’unisono. E la ‘comunicazione’ avviene più rapidamente che attraverso i segnali chimici”.

Ci descrive il suono delle cellule?

“Non tutte le vibrazioni si possono udire; fra quelle che riusciamo a distinguere la differenza più evidente è fra le cellule sane e quelle sofferenti. Quando si crea una condizione ostile, la cellula che cerca di resistervi produce un rumore sgradevole: i suoni esprimono un significato“.

Le cellule sono sensibili alla musica che arriva dall’esterno?

“Sì. Esperimenti in laboratorio hanno mostrato che l’ascolto di musica classica o jazz allunga la sopravvivenza di due mesi nei ratti trapiantati. Al contrario, suoni forti e sgradevoli accelerano i decessi. È dimostrato, inoltre, che ascoltando la musica con consapevolezza la vibrazione arriva alle nostre cellule. L’uomo, anticamente, è arrivato a comporre musica per stare bene, per sentirsi uno con l’universo…”.

Quando è stato scoperto che le cellule oscillano ritmicamente e comunicano fra loro?

“Nel 1992 è uscito un primo lavoro su ‘Pnas’ ma passò quasi inosservato. Esperimenti di laboratorio mostravano che le cellule erano in grado di orientarsi recependo segnali elettromagnetici attraverso il vetro. Nel 2005, sempre su ‘Pnas’, lo stesso autore descrisse il fenomeno dello ‘scattering di luce’ (interazione di particelle): le cellule si riconoscono e si aggregano. Le cellule stabiliscono così una dimensione sociale che è il primo requisito per differenziarsi“.

Quali sono le applicazioni pratiche, in medicina, del fatto che le cellule rispondono alle leggi della risonanza?

“Nel nostro laboratorio studiamo le staminali e le possibili applicazioni in medicina rigenerativa. Il corpo umano ha una grande capacità di autorigenerarsi: dopo tre mesi l’80 per cento delle cellule del nostro corpo si è rinnovato (sono escluse quelle del cuore). Ciò avviene così frequentemente – nell’arco di una vita sostituiamo ciclicamente mediamente 37.200 miliardi di cellule – che non siamo mai uguali a noi stessi. La natura ci ha predisposto verso l’autoguarigione e noi cerchiamo di ottimizzare quello che avviene in natura”.

Esempi?

“Le staminali producono molecole che riparano i tessuti. Fra i nostri obbiettivi – e grazie a un brevetto con l’Università della California – c’è quello di riprogrammare le staminali in loco, attraverso vibrazioni (campi magnetici). Si può pensare di intervenire sul cervello, sul cuore, sui tumori“.

Si può già curare con le onde elettromagnetiche?

“Sono in uso da anni terapie elettromagnetiche per le patologie dell’apparato muscolo scheletrico e in campo neurologico; si trattano, ad esempio, i tremori del malato di Parkinson o i disturbi dell’equilibrio nell’anziano”.

Le nostre cellule si rinnovano di continuo. Aveva ragione il filosofo presocratico Eraclito, quando affermava che “non scendiamo due volte nello stesso fiume” per dire che, nel tempo, siamo sempre diversi. “Panta rei”, tutto scorre, nel nostro corpo come nell’Universo. Forse siamo davvero una scheggia del tutto.

E se la musica (buona) parla alle cellule, chissà che anche parole e pensieri non riescano a darci una carezza…

Nel video sotto potete sentire il suono del lievito a 30 gradi e il rumore dissonante delle cellule morte.

 

Articolo di Gioia Locati

Fonte: http://blog.ilgiornale.it/locati/2018/02/15/ecco-come-suonano-le-nostre-cellule/

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