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Il Potere della Mente

Tutte le arti marziali e in particolare il Taiji Quan, si basano sullo sviluppo armonico di quello che i maestri chiamano il principio dei ” Tre Poteri ” o delle “Tre armonie “, e cioè: il potere della mente, il potere dell’energia e il potere del corpo. Nel mio precedente articolo, comparso nel numero di giugno 99, intitolato “ Rapporto tra corpo, mente ed energia “, abbiamo cominciato ad esaminare il potere della mente (Yi ) inteso come idea, attenzione, intenzione e volontà cosciente ( Yi Nian ), nel presente esamineremo lo Yi come coscienza, consapevolezza, intuizione ( Yi Shi ). Ciò non rappresenta un inutile esercizio intellettuale, ma è invece un passaggio obbligato, perché il Taiji è un arte estremamente raffinata ed i suoi confini non sono limitati al campo marziale, ma lo trascendono. Il significato che i maestri cinesi danno al termine Yi è molto complesso e coinvolge in maniera interattiva la mente, nei suoi molteplici aspetti; il corpo, con le sue potenzialità; e lo spirito. Yi è l’alfa e l’omega, è il principio e la fine, è la luce che illumina la mente. Con Yi Shi il praticante incomincia un vero e proprio processo di evoluzione interiore che lo coinvolge in maniera profonda. Infatti, mentre Yi Nian, nei suoi vari aspetti di volontà, attenzione, concentrazione, molto utili nella vita quotidiana, può essere priva di valenze spirituali; Yi Shi al contrario, coinvolgendo aspetti metafisici dell’esistenza umana, ne è ricca. Così come le tre qualità di Yi Nian, che sono comuni a tutti gli esseri umani, sono in base al loro livello di sviluppo quelle che fanno la differenza tra un uomo di successo, in grado di orientare la sua vita vivendola da protagonista e l’uomo velleitario e inconcludente che, invece, la subisce. Alla stessa maniera lo sviluppo di Yi Shi (coscienza, consapevolezza, intuizione), fa la differenza tra l’uomo di successo mondano, che non si pone obiettivi di carattere spirituale ( un grande campione sportivo, un imprenditore affermato o un famoso scienziato sono tutti esempi di personalità che hanno sviluppato ad un buon livello volontà, attenzione e concentrazione ) e l’uomo che, invece, fa della trasformazione interiore e del miglioramento di sé lo scopo della sua vita, espandendo la sua coscienza oltre i confini della realtà fittizia dell’Io.

Coscienza

Quello che differenzia l’essere umano dagli altri esseri viventi é la coscienza di sé, egli non solo sa e sente di esistere, ma é conscio di ciò. Sostanzialmente si può parlare di due fondamentali stati di coscienza: una di tipo biologico, bagaglio comune di tutti gli esseri umani; ed una che possiamo chiamare metafisica. La prima, relata alla mente ordinaria, nasce dai sensi e dall’attività di pensiero, il suo motto é il “cogito ergo sum” di cartesiana memoria; la seconda, relata alla Mente Universale, é metafisica e va oltre la comune attività di pensiero. La coscienza biologica o ordinaria, legata all’Io, é dualistica: Io e inconscio, psiche e soma, soggetto e oggetto, ragione ed istinto, cuore e cervello. La coscienza metafisica, al contrario, frutto di una intensa fase introspettiva, scevra da ogni analisi intellettuale, da ogni pensiero discorsivo e conclusioni logiche, é senza ‘ Io ‘. La coscienza metafisica si sviluppa attraverso la pratica della meditazione e della pacificazione del pensiero cosciente, armonizzando i nostri pensieri fino al punto di fermare il dialogo interiore ed operare il rovesciamento dell’orientamento della nostra visione interiore dalla molteplicità all’unità, dall’Io al non Io, dall’individualità all’universalità. Le grandi tradizioni orientali, perfettamente consce di ciò, hanno elaborato tecniche sofisticatissime per raggiungere lo scopo di bloccare il “dialogo interiore” e rompere il“circolo vizioso” che mantiene in vita la falsa “percezione”del mondo e sviluppare la vera consapevolezza., che si manifesta quando la mente entra in uno stato di assoluto silenzio e non genera più pensieri: - Si è consapevoli di “essere”, senza bisogno di pensare, per esserne consapevoli. Far tacere i pensieri, bloccare il dialogo interiore è uno dei punti chiave per accedere ad una retta visione di noi stessi e della realtà circostante. Il silenzio interiore ed il vuoto mentale che ne consegue, di cui parlano le tradizioni, sembrano per l’uomo ordinario un’opera titanica difficilmente realizzabile che solo pochi individui particolarmente dotati possono raggiungere. Infatti è così, sono veramente pochi coloro che riescono, ma non tanto per una difficoltà intrinseca all’opera, ma piuttosto per un approccio errato. Così è, molto spesso, quando si approcciano le dimensioni interiori, siamo noi stessi che con i nostri preconcetti mentali vanifichiamo i nostri sforzi. L’ipotesi, che nel nostro caso rende impossibile la soluzione, è che per sua“forma mentis” l’uomo occidentale è portato a pensare che tutto passa attraverso un’attività di pensiero. Ma pensare di non pensare non produce il “vuoto”, bensì un altro pensiero: si cerca di smettere di pensare pensando allo smettere di pensare. E’ una situazione assurda e paradossale, che genera solo frustrazione e dolore, senza apparente via d’uscita. Ma come spesso accade la soluzione è più semplice del previsto, basta operare un cambiamento passando a un livello logico superiore: Il silenzio è semplicemente al di fuori della sfera di attività del pensiero. Il processo del pensiero è una delle attività umane più alte e più nobili, ma per quanto grande è limitato, il problema è di comprendere quindi che esso è solo una delle infinite forme di percezione e che restare ancorati alla sua sfera di azione ci taglia fuori da tutte le altre realtà dimensionali. Vediamo quindi come praticamente possiamo procedere per rendere possibile il raggiungimento di alcuni traguardi che ci permettono di rendere più stabile e forte la nostra mente. Per farlo dobbiamo tracciare una specie di percorso definendo in maniera chiara i passi fondamentali. Il silenzio interiore e il vuoto mentale si generano l’un l’altro in un flusso circolare che si autoalimenta, però mentre il vuoto mentale è silenzio interiore assoluto, in quanto vi é un’assenza totale di pensieri, il raggiungimento dello stato di silenzio interiore non presuppone automaticamente il vuoto mentale, né rappresenta solo la condizione indispensabile ma non sufficiente. Per capire meglio dobbiamo chiarire la differenza tra il ” semplice silenzio ” interiore, che consegue alla cessazione del dialogo interno, e quello “assoluto ” che consegue al blocco dell’attività pensante della mente. Il primo non presuppone un’assenza totale di pensieri, ma solo la cessazione del loro fluire disordinato, caotico e rumoroso , il secondo richiede non solo la realizzazione di determinate condizioni tecniche ( cessazione del dialogo, silenzio, blocco dell’attività pensante etc. ), ma anche lo sviluppo di determinate caratteristiche di ordine spirituale, senza le quali qualsiasi tecnica risulta completamente inutile. In una prima fase, quindi, non si cerca di fare il vuoto mentale, ma solo di armonizzare l’attività della mente spegnendo gradualmente il dialogo interno: si pensa non in maniera discorsiva con parole, ma per immagini, un po’ come se sullo schermo della mente si proiettasse un film senza sonoro. Nella mente c’è silenzio, ma non assenza di pensieri: è come in una valle di alta montagna, ed i nostri pensieri sono come uccelli che volteggiano silenziosi nell’aria.

Consapevolezza

La consapevolezza viene comunemente intesa come“essere coscienti di …”, ma in realtà é qualcosa di più complesso che presuppone anche un vero e proprio processo di conoscenza. Quindi: Consapevolezza come processo dinamico di conoscenza che permette di prendere coscienza di…. . Una conoscenza, ovviamente, che non scaturisce da un sapere esclusivamente mentale, intellettuale e astratto; ma da un sapere di ordine diverso, diretto e immediato che nasce dall’esperienza di tutto il corpo e la mente, un sapere che é pratica attiva con tutto il proprio essere. Dopo questa definizione di carattere generale, possiamo parlare per meglio precisare i contenuti di diversi tipi di consapevolezza che, pur avendo identica funzionalità, sono però differenti nel centro focale agendo a diversi livelli di sviluppo. Abbiamo così la consapevolezza della forma corporea ( Xing ), dell’energia e della mente-cuore ( Xin ). La suddivisione, data la loro naturale interdipendenza, é solo formale non sostanziale, ogni problema inerente ad ognuna di esse ha ripercussione sulle altre, come pure ogni cosciente miglioramento. La consapevolezza corporea, che é il punto di partenza che apre la strada alle altre due, possiamo definirla come la conoscenza di se stessi attraverso il corpo’.

Differenziazione ed Integrazione

Operativamente il praticante deve essere attento ad ogni movimento e posizione del corpo, deve affinare sempre di più la sua capacità di percezione delle variazioni toniche dei muscoli raffinando ulteriormente la sensibilità cinestetica per sentire quali parti del corpo troppo tese devono essere rilassate, e quali troppo deboli, invece, devono essere rinforzate, deve rendere il suo corpo intelligente e vivo, deve essere in grado di differenziare la parte destra dalla sinistra, l’alta dalla bassa, l’anteriore da quella posteriore, il centro dalla periferia. Dalla differenziazione delle varie parti strutturali deve essere ingrado di passare all’integrazione, armonizzando la destra con la sinistra, l’alta con la bassa….. e così di seguito in processo di apprendimento sempre più sottile e raffinato in grado di ristabilire l’equilibrio dinamico di tutta lastruttura corporea in maniera efficace ed economica. Senza sviluppo cosciente della consapevolezza corporea non c’é progresso nella pratica perché non creandosi la fusione armonica tra Yi ( pensiero cosciente), Xing ( forma corporea) e Qi (energia interna) manca il giustomodo di agire. Infine, la consapevolezza della mente-cuore (Xin ), é la presa di coscienza dei propri processi mentali e delle proprie emozioni; é una attenzione continua ai propri stati interiori, che sviluppa la capacità introspettiva della mente di osservare se stessa, la sua esperienza e le sue emozioni.

Intuizione

“ Il Pensiero di una Mente Pura é Pura Intuizione ”.

Quando la mente é libera dai pensieri che la distraggono, i sensi funzionano in maniera chiara e finalizzata. Quando la mente é chiara e trasparente come le limpide acque di un lago di montagna, allora riflette tutto quello che le sta attorno. Questa capacità di una mente pacificata di entrare in risonanza con l’ambiente circostante cogliendone le sottili sfumature costituisce la base per lo sviluppo di un’altra caratteristica fondamentale: l’intuizione. L’intuizione appartiene al regno dello spirito, é come questo non può essere allenata direttamente, é un frutto che sorge spontaneamente quando tutte le condizioni coincidono. Come un contadino non lavora direttamente sul frutto, ma sul terreno e sulla pianta, così per sviluppare l’intuizione bisogna lavorare sul rilassamento e sulla pace interiore. Il contadino sa per esperienza che per ottenere dei buoni frutti non deve forzare la natura, ma deve seguirla e aiutarla nel suo compito. Non può tirare il grano per farlo crescere più in fretta, ma deve avere una infinita pazienza per farlo giungere a maturazione. Sa che non é lui a far maturare i frutti, ma é perfettamente conscio degli sforzi quotidiani che deve compiere affinché la natura svolga la meglio la sua azione. Analogamente si deve comportare il praticante. Ogni tensione fisica o emotiva allontana l’obiettivo; andare oltre per eccesso di tensione é lo stesso che rimanere indietro, in ambedue i casi non lo si coglie. Bisogna liberarsi di ogni tensione e portare l’attenzione sui giusti mezzi e sul giusto modo di fare; solo allora si svilupperà quella tranquillità che assicura l’efficacia dello sforzo, un bel giorno l’obiettivo sarà raggiunto in modo del tutto spontaneo. Sarà come cogliere un frutto maturo, un premio naturale prodotto dall’unione armonica delle cinque qualità della mente ( Volontà, Attenzione, Concentrazione, Coscienza, Consapevolezza ), che sono, metaforicamente, come le dita di una mano che agendo assieme staccano il frutto maturo dall’albero. Dalla volontà si sviluppa l’attenzione, e quando si é     “ volontariamente attenti ” si sviluppa la concentrazione. Quando si è in grado di ” concentrarsi volontariamente “ senza interruzioni per il tempo che si desidera, allora si sviluppa una introspezione così costante da fare emergere uno stato di coscienza più profondo, che produce una nuova dimensione di esperienza personale in perfetta armonia con la nostra fonte più vera. Quando questo avviene la mente si apre ad una conoscenza d’ordine superiore che sviluppa la vera consapevolezza. La fusione armonica di queste cinque qualità della mente aprono le porte della pura intuizione e lo Yi evolve nello Shen.

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“ Il Pensiero di una Mente Pura é Pura Intuizione ”.

“ La Pura Intuizione é Pura Percezione ”.

“ La Pura Percezione é Pura Sensibilità ”.

Sviluppare la sensibilità richiede un particolare lavoro sia sul corpo che sulla mente, come una sensibilissima bilancia dobbiamo essere in grado di percepire le differenze e le variazioni toniche dei nostri muscoli e dei nostri stati emotivi, senza questa abilità non c’é apprendimento, ne evoluzione nella capacità di apprendere. Rigidità ed eccessivo uso della forza tolgono sensibilità, al contrario la sensibilità e la leggerezza affinano la percezione così che anche una piuma che sfiora il corpo può essere avvertita. Tutto il corpo e in particolare braccia e gambe debbono diventare come degli acuti sensori che tengono sotto controllo l’ambiente circostante e l’avversario, avvertendone ogni minima variazione così da adeguare perfettamente ogni azione alla sua. Se non si sviluppa la sensibilità allora bisogna imparare ad essere veloci per essere in grado di parare o schivare un eventuale attacco, se invece si ha la perfetta percezione dei suoi movimenti lo si può precedere anche con un movimento relativamente lento. Molto spesso le tecniche più spettacolari nascondono, nella rapidità del gesto, una scarsa percezione. I veri maestri non sono mai spettacolari, la loro azione é sempre perfettamente calibrata, poco o niente traspare all’esterno, fuori sembra lento, dentro é veloce come il fulmine.“ Chi é lento nello spirito deve essere veloce con il corpo ”.

fonte : http://www.psicologia-integrale.it/archives/1157

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Il coraggio della Consapevolezza

Questo articolo è tratto dalla rivista SATI, 1998, n. 3, edita dell’A.ME.CO Associazione Italiana per la Meditazione di Consapevolezza.

CORRADO PENSA

La psicologia insegna che la madre saggia è colei che cura, sostiene e protegge il suo bambino da una parte, mentre è pronta, d’altro canto, a dargli fiducia. In questo modo, sentendosi rassicurato, il bambino impara a stare volentieri anche da solo e sviluppa interesse per esplorare ciò che non conosce.

A me sembra utile chiedersi quale può essere nel cammino spirituale un equivalente della madre saggia, ossia un qualcosa che, sostenendoci intelligentemente, ci permette di avanzare con fiducia e coraggio.

Io credo che tale equivalente è ciò che potremmo chiamare la base della pratica ed è rappresentato da un insieme di cose, o meglio di condizioni, per usare il linguaggio dharmico, condizioni che, appunto, sostengono e sospingono. Vediamo di passarle brevemente in rassegna.

a) In primo luogo ricordiamo tutto ciò che è sangha e dunque gruppi di pratica, insegnanti, monasteri e monaci, centri urbani di Dharma, centri di ritiro. L’elemento chiave è arrivare a sentire tutte o alcune di queste ‘condizioni’ come familiari e affidabili. Il meditante che per un attimo si commuove rimettendo piede in un luogo di ritiro, che in passato fu propizio a un’apertura del cuore, percepisce una sorta di calore e di affidabilità. Consideriamo inoltre la contentezza che possiamo avvertire allorché ci affacciamo in un posto dove siamo soliti praticare in gruppo: quella contentezza è una forma implicita e per niente superficiale di presa di rifugio nel sangha. E sempre nel sangha io includerei la tradizione grazie alla quale ci sono pervenuti attraverso i secoli gli insegnamenti che seguiamo. La gratitudine verso la tradizione è un’altra forma di presa di rifugio nel sangha.

b) Naturalmente farà parte della base della pratica una buona comprensione delle dottrine essenziali del Dharma, a cominciare dall’insegnamento circa le quattro verità fondamentali. Qui non si parla di una realizzazione profonda di tali dottrine, né, d’altra parte, di una conoscenza erudita. Intendiamo piuttosto lo sviluppo di un certo interesse e di un certo gusto a riflettervi, aiutandosi con l’ascolto e lo studio del Dharma. Anche qui la chiave importante è quel certo senso di familiarità e di fiducia che può nascere da questo tipo di riflessione.

c) Una sincera attrazione per la sfera dell’etica e della sua coltivazione, con tutte le difficoltà che ciò comporta, dato che ‘il mondo’, oggi come ieri, è sempre andato in direzione opposta a una vita virtuosa. E ciò in modi grossolani o molto sottili. Ora un’etica che tende sempre più a farsi sensibilità, a farsi impegno via via meno fragile e più tranquillo alimenta anch’essa un agio e una fiducia ‘materne’.

d) La pratica formale di calma concentrata nel suo aspetto più diffuso in questa tradizione, ovvero l’attenzione al respiro o ad altra sensazione fisica rilevante, alimenta col tempo una forza, un’energia che è importante per diverse ragioni. Tra esse spiccano, ancora una volta, la serenità e la fiducia che vengono al seguito di una mente più unificata. Notiamo che la pratica di calma concentrata per riuscire soddisfacente e fruttuosa dovrà essere intrinsecamente ‘condizionata’ da a), b) e c).

e) Personalmente apprezzo molto, accanto alla pratica formale di raccoglimento sul respiro, una modalità di raccoglimento di tipo più informale che per molti si rivela strumento eccellente di lavoro interiore: la pratica della metta (benevolenza) in azione, ossia evocata il più possibile nel fitto della vita quotidiana. Essa pure, col tempo, produce una sensazione di fondo, assai netta, di sostegno. Chi ha dimestichezza con questa pratica sa che anch’essa procede per fasi: fasi difficili, fasi agevoli. Un giorno può sembrarci che la metta ormai abbia preso fissa dimora in noi, il giorno dopo abbiamo quasi l’impressione di non averla mai praticata, tanto si è fatta ardua.

Questi cinque punti configurano una versione di ciò che abbiamo chiamato la base della pratica. Superfluo dire che possono esserci versioni differenti da questa, a seconda del lignaggio di pratica che uno segue e dalle inclinazioni spirituali dell’individuo. L’importante è che l’insieme degli ingredienti riescano a compaginarsi in una base, in un fondamento nutriente capace di sostenerci ‘maternamente’.

Ora questo fondamento sembra imprescindibile per i più a causa di una ragione molto precisa, che è questa: praticare davvero la consapevolezza e dunque esercitarla a tutto campo significa avventurarsi in un territorio in larga parte ignoto, anche se ci appare familiare.

Per esempio, sappiamo bene che talora ci coglie quel tale astio sordo. Dunque, roba risaputa. Tuttavia, in realtà non ci siamo mai ‘seduti’ dentro l’astio in silenzio ad ascoltarne la pulsazione e, probabilmente, non abbiamo alcuna intenzione di farlo, malgrado i nostri interessi spirituali. Ecco la terra incognita e la paura di attraversarla.

La vasta capacità intrinseca al nostro cuore - annota Ajahn Munindo - ha già in se stessa tutto quello che cerchiamo. Il problema è che noi preferiamo non affrontare la paura di entrare in una realtà più ampia 1.

In breve il punto sembra esser questo: per potere aprirsi di più (molto di più) alla realtà, per imparare a entrare in intimità col movimento della mente e della vita, abbiamo bisogno di lasciare andare una contrazione fondamentale, quella contrazione chiamata anche io-mio. L’incessante pensare per pensare, il nostro profondo attaccamento al discorrere mentale è, in effetto, un continuo fasciarci, coprirci, chiuderci. Infatti, così facendo, noi dipingiamo e definiamo la realtà in termini noti e abituali, poco conta se negativamente o positivamente.

L’enormità, il fatto sconcertante che la pratica pian piano ci rivela è che noi, per lo più, siamo ben poco in contatto con le cose così come sono. E ciò perché la contrazione fondamentale dell’io-mio ci preclude la realtà. Questa sorta di paralisi ci porta a una radicale incapacità di ascolto ovvero di consapevolezza.Sicché piuttosto che alimentarci dell’ascolto diretto (di cose, situazioni, persone) noi ci nutriamo, piuttosto, di giudizi, concetti, reazioni espresse prima e durante l’ascolto, ascolto che finisce così per aver luogo ben di rado. E il nostro ‘spazio del cuore’, potenzialmente assai vasto, non può che restringersi e contrarsi.

Il pensare incessante e ripetitivo interferisce con la capacità di connetterci con il nostro mondo. Isolati dentro le nostre teste, aspiriamo acutamente a quella connessione dalla quale il nostro pensare ci tiene lontani… Può essere una scoperta non da poco quella di accorgersi che tanta parte del nostro pensare è noiosa, ripetitiva e irrilevante e che, oltre a ciò, ci isola e ci taglia fuori proprio da quel sentimento di connessione che tanto apprezziamo 2

. Del nostro continuo raccontarci e giudicare la realtà senza ascoltarla fa parte organicamente la compulsione a controllarla il più possibile di modo che essa ci appaia così come ce la raccontiamo, come vogliamo che sia e come siamo saldamente abituati a raccontarcela e a volerla. E dunque, per esempio, l’indugiare frequente in pensieri circa il futuro è spesso un tentativo di esorcizzare l’imprevisto, di cercare ‘sicurezze’ di vario genere, di disporre e ridisporre le cose per far fronte all’indistinto, all’ignoto.

E così pure altro esempio abbastanza evidente di controllo quando rimuginiamo ciò che vorremmo dire a quel tale o ciò che gli avremmo voluto dire, di nuovo siamo preda della coazione a controllare, di nuovo rifiutiamo l’ascolto di ciò che è: in questo caso rabbia, paura e simili. Da notare che queste strategie di controllo e diversione sono diventate talmente abituali da apparirci come la più innocua ‘normalità’. Per questa ragione, se vogliamo lavorare su tutto ciò, abbiamo bisogno di una pratica che diventi per lo meno altrettanto normale.

Ma perché la pratica possa cominciare a intaccare questo groviglio è cruciale capire ciò che efficacemente sottolineava poc’anzi Epstein, vale a dire che l’incessante controllare e proliferare mentalmente ha come risultato più cospicuo quello di isolarci, alienarci, separarci e dunque di addolorarci. Attaccati a come vorremmo che la realtà sia, non entriamo in contatto con la realtà e soffriamo.

Solo se cominciamo a comprendere questa contraddizione potrà sorriderci la prospettiva di apprendere l’arte del lasciare andare la compulsione al controllo e alla proliferazione mentale.

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Ciò comporterà di mettere in discussione tutto il peso e la densità che siamo abituati a dare alle nostre conclusioni, opinioni, giudizi; tutto il potere che conferiamo alle nostre percezioni, pur sapendo che sono spesso sbagliate; tutta l’autorità che impartiamo alle nostre emozioni.

Tuttavia tale messa in questione può aver luogo soltanto se cambia musica e solo se ci ritroviamo sempre più a dare il potere alla consapevolezza, invece di identificarci meccanicamente con l’avversione, l’attaccamento, la paura, con l’abitudine a controllare e a evocare il noto. Ma perché la consapevolezza possa ‘decollare’ sarà necessaria - almeno per la grande maggioranza dei cercatori interiori - la ‘madre saggia’, ossia quella base spirituale affidabile e calda che dicevamo.

Così sorretta, la consapevolezza potrà osare esplorare, a cominciare dai ‘nodi del cuore’. Infatti, come già si diceva, noi non vogliamo contemplare in silenzio la nostra rabbia, anche se il progetto ci affascina e lo raccomandiamo in giro. Piuttosto, noi vogliamo parlare nella rabbia, vogliamo pensare e immaginare nella rabbia, anche se tutto ciò che diciamo è prevedibile. Anzi, è importante proprio perché è prevedibile, ripetitivo, noto, abituale. In questa maniera noi non incontriamo mai davvero la rabbia. Al contrario, ne rimaniamo separati da quella barriera proliferante alla quale siamo così attaccati.

Riepilogando: se, grazie a quella ‘madre saggia’ che è la base della pratica, nasce in noi il coraggio della consapevolezza, ci accorgiamo anzitutto della costante contrazione di vita nella quale ci muoviamo e, inoltre, tocchiamo con mano che le numerose strategie di controllo e di diversione alle quali si ricorre sono fallimentari e hanno come unico effetto quello di aumentare la contrazione.

Già questa prima intuizione (in genere gradualissima) comincia a indebolire la contrazione fondamentale. È un po’ come trasalire al rendersi conto di un grosso errore che siamo venuti facendo per molto tempo. Quindi la consapevolezza, vedendo la fecondità del lasciare andare, è mossa da ulteriore fiducia e coraggio e prende a muoversi oltre quella resistenza che ci separa e ci divide. Questa è la vera capacità di consapevolezza intima, ossia la capacità di riposare in silenzio attento e, in qualche modo, affettuoso, dentro la paura o qualsiasi altro moto mentale. Ecco allora che la separazione-alienazione cronica da ciò che accade, la barriera giudicante-proliferante-controllante prende a dare segni di scioglimento. E questo evento - che non soltanto è lento e graduale ma anche travagliato e punteggiato da ricadute - è evidentemente carico di conseguenze.

Alcune che mi sembrano di grande rilievo sono le seguenti. Anzitutto intimità e comunione sia con lo spiacevole sia con il piacevole significa cominciare veramente a capire e gustare la vita nel presente in spirito di connessione. Ancora molto incisivo Epstein:

Allorché siamo afflitti da sensi di indegnità è facile sentirsi manchevoli e vedere nell’amore di un’altra persona l’unica possibilità di soluzione per il nostro disagio. La meditazione tende a operare in direzione contraria rispetto a questa conclusione di manchevolezza, lavorando a restaurare la capacità di connessione dall’interno… Nel far ciò la meditazione mette in questione ciò che nella nostra cultura si dà per scontato e cioè che la connessione può avvenire solo in virtù di un altro. Nella visione buddhista la connessione è già presente. Noi non siamo separati e distinti come pensiamo di essere. La connessione è il nostro stato naturale: dobbiamo solo imparare a permettercelo 3

. Intimità significa, inoltre, lasciare andare, abbandonare la resistenza cronica (di cui fa parte la mente cronicamente giudicante) e approdare a un maggior agio.

Infine intimità significa comprensione più profonda.

E dunque se comprendiamo più profondamente ciò che non è salutare, ciò che causa sofferenza - per esempio abitudini, atteggiamenti, attività - tutto ciò è destinato ad attenuarsi e talora, suscitando grande felicità, a finire.

D’altra parte, se comprendiamo sempre più nettamente ciò che è salutare, ovvero tutto quanto contribuisce al bene, questa comprensione ci indurrà a una memorabile conversione del cuore.

Un’ultima annotazione. Questo scritto ha suggerito in vario modo come la consapevolezza vada suonata sempre in accordo armonico con il silenzio interiore, l’intimità, l’accettazione, l’abbandono, il lasciare andare. Vorremmo sottolineare questa cosa ancora una volta, data la sua grande rilevanza per un corretto intendimento della pratica.

In proposito, ricordiamo il lapidario “L’osservatore è l’osservato” di Krishnamurti 4. Che vuol dire? Se per esempio osserviamo la paura, se dunque l’osservato è la paura e se noi la osserviamo col desiderio che se ne vada, con fastidio e giudizio nei nostri confronti, allora quella mente che osserva la paura si rivela della medesima stoffa della paura, ha lo stesso sentire, la stessa logica, è la paura. Dunque l’osservatore è l’osservato, l’osservatore della paura è il censore impaurito e irritato. Siamo evidentemente agli antipodi della consapevolezza non giudicante.

Ma quando invece la consapevolezza è permeata di silenzio e di abbandono, è come se entrasse in scena un livello del tutto differente, nel quale c’è una liberante percezione che il dolore è sia nell’osservatore-giudice, sia nella paura osservata-censurata. E allorché questa percezione non è più un fatto episodico, bensì una naturale occorrenza, questo è segno che la consapevolezza, ben sostenuta dalla ‘madre saggia’, sta fiorendo dentro di noi.

NOTE

1. Ajahn Munindo, The Gift of Well-being, River Publications, Harnham, Gran Bretagna, 1998, p. 68. Trad. nostra.

2. M. Epstein, Going to pieces without falling apart. A Buddhist perspective on wholeness, New York 1998, pp. 58-9. Trad. nostra.

3. Ivi, p. 75.

4. È un tema che attraversa tutta l‘opera di Krishnamurti. Abbondanti riferimenti nei voll. 15 e 16 dei Collected Works. In italiano si può vedere la recente antologia: Krishnamurti, Libertà totale, Ubaldini Editore, Roma 1998, pp. 247-8.

 

fonte : http://www.psicologia-integrale.it/archives/2002

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Il principio del minimo stimolo

Da molto tempo la pratica clinica , sia medica che psicologica, ha rilevato l’importanza essenziale dei piccoli stimoli, piuttosto che degli stimoli grandi, per rafforzare la capacità di autoregolazione e autoriparazione dell’organismo vivente. In questo scritto esaminiamo in particolare la tecnica del massaggio dolce di Eva Reich e alcuni approcci nati nell’ambito dell’osteopatia. Emerge da questo esame il ruolo preminente giocato da quella variabile fisica chiamata “fase”, che nel gergo dei fisici corrisponde al ritmo di oscillazione, rispetto allo scambio di energia, generalmente ritenuto l’elemento fondamentale della dinamica del vivente. Le conseguenze profonde di questo cambiamento di punto di vista sono discusse alla luce dei principi della fisica quantistica.

Sez.1

Introduzione

 

La relazione tra lo stimolo ricevuto da un organismo vivente e la conseguente risposta è un elemento fondamentale per la comprensione della dinamica profonda di un organismo. Le terapie convenzionali, sia mediche che psicologiche, si fondano, anche se in modo non sempre consapevole, sull’opinione che la risposta di un organismo vivente sia proporzionale allo stimolo ricevuto. Questo fatto è visibile ad esempio nella attitudine della medicina convenzionale a proposito dell’azione dei campi elettromagnetici sugli organismi viventi. Questa azione è considerata trascurabile poiché l’intensità di questi campi è comunemente al di sotto di certi livelli minimi. Allo stesso modo perché gli psicologi comportamentisti trascurano l’importanza dei sentimenti sottili? In un notevole numero di approcci al lavoro sul corpo esiste la prassi di, come si suole dire, “darci dentro”, cioè di costringere il corpo, in particolare il suo apparato muscolare, ad un duro lavoro, considerato “conditio sine qua non” per ottenere un risultato.

Esistono, al contrario, nella storia delle terapie, importanti tendenze che attribuiscono un ruolo decisivo, per la riorganizzazione di un organismo, a stimoli lievissimi, laddove stimoli molto maggiori hanno un’importanza minore o nulla. Citiamo ad esempio la terapia del tocco a farfalla elaborata negli ultimi cinquant’anni da Eva Reich[1]e la così detta biodinamica nata alla fine dell’ottocento dalla intuizione dei medici Still [2], Sutherland[3]e Rollin Becker[4].

Nonostante l’apparenza “eretica” di queste tendenze esse si trovano molto più in accordo con i pilastri della fisiologia classica di quanto non siano le tendenze più diffuse della psicologia e medicina convenzionale. In effetti intorno alla metà dell’ottocento la fisiologia classica fu in grado di stabilire una relazione universale, valida per tutte le specie viventi, sia animali che vegetali, tra stimolo e risposta. Si tratta della legge di Weber e Fechner[5] la quale stabilisce la proporzionalità della risposta, non allo stimolo ma al logaritmo dello stimolo. Per aiutare il lettore non esperto di matematica, riportiamo in figura 1 il grafico della funzione log S/So. Chiamiando R l’entità della risposta, S l’entità dello stimolo e C una costante di proporzionalità si ha R=C logS/So dove So è un valore particolare dello stimolo per cui la risposta è nulla.

 

Il grafico riportato in figura 1 ci mostra che quando S è maggiore di So la risposta è positiva, cioè rivolta verso l’esterno: se il mio ginocchio è colpito da una martellata reagisco con un calcio. L’entità della risposta cresce molto più lentamente dell’entità dello stimolo, cosa molto utile per la protezione dell’organismo da stimoli troppo grandi. Tuttavia è stupefacente il risultato dell’esame di ciò che accade quando lo stimolo S è più piccolo dello stimolo soglia So, per il quale si ha risposta nulla. Quando lo stimolo è minore di So l’entità della risposta cresce al diminuire di S, ma acquista il segno negativo, cioè è una risposta non rivolta verso l’esterno, ma verso l’interno; in altre parole l’organismo agisce su se stesso, si ristruttura, si riorganizza, tanto più quanto minore è l’entità dello stimolo. Ecco dunque una base razionale per la formulazione del principio del minimo stimolo: quanto minore è lo stimolo tanto maggiore è la potenzialità dell’organismo di riformarsi e riorganizzarsi, ciò che è appunto il fine di ogni terapia. Naturalmente il tipo di riorganizzazione dipende dalla natura dello stimolo, cosa che va indagata caso per caso e costituisce lo scopo di questo articolo, che è organizzato nel modo seguente. Nella sez.2 discuteremo come il principio del minimo stimolo sia emerso all’interno del filo di pensiero iniziato da Wilhelm Reich e continuato da sua figlia Eva. Nella sez. 3 faremo cenno ad altri approcci incluso il metodo biodinamico [6] fondato anche esso sul principio del minimo stimolo. Nella sez. 4 daremo le grandi linee di un approccio alla biologia fondato sulla fisica quantistica capace di fornire una base razionale a questi concetti mentre nella sez. 5 trarremo alcune conclusioni.

Sez. 2

L’approccio psicodinamico: Wilhelm e Eva Reich.

L’inizio del ‘900 vede una grande rivoluzione scientifica iniziata con il lavoro di Sigmund Freud, in cui si cerca di comprendere le leggi dell’inconscio profondo, cioè di quell’ambito oscuro dell’organismo chiamato da Freud Es che da origine alle pulsioni, alle emozioni, ai sogni e che costituisce una struttura permanente, il carattere, che governa l’insieme dei comportamenti di un soggetto [7], [8]. Da dove emerge l’inconscio di un individuo e la sua personalità? Convinto dell’intrinseca unitarietà della realtà, Freud pensava , con ottime ragioni, che l’Es dovesse emergere in ultima analisi dal mondo degli atomi e delle molecole, usualmente riservato alla competenza dei fisici. Tuttavia Freud pensava con ottime ragioni che la fisica del suo tempo fosse incapace di comprendere l’emergenza della sfera emotiva dalla struttura molecolare del corpo. Ogni incursione di questa fisica inadeguata del suo tempo all’interno della nascente scienza psicodinamica avrebbe comportato la soppressione delle intuizioni più profonde e geniali della rivoluzione in corso a vantaggio di un becero comportamentismo meccanicista. Il problema non era infatti quello di giustificare le scoperte della nuova psicodinamica con una scienza fisica vista come una sacra scrittura incapace di progresso. Il problema era invece l’opposto: sarebbe venuto il giorno in cui la fisica sarebbe progredita fino al punto di essere in grado di comprendere il mondo della psicodinamica? Non quindi il mondo della psicodinamica sarebbe dovuto andare a lezione dai fisici ma piuttosto i fisici avrebbero dovuto apprendere dalla rivoluzione nata con Freud dove erano i limiti della propria comprensione presente del reale che impedivano di comprendere come la materia a un certo grado del suo sviluppo facesse emergere una psiche. Freud era profondamente ancorato al mondo accademico per cui si rifiutò di affrontare questa impresa, troppo al di sopra delle possibilità della sua epoca e, nonostante i suoi dialoghi con Einstein sulla natura della guerra [9] , consigliò ai suoi seguaci di ignorare la fisica. La saggezza di questo consiglio può essere meglio compresa se si considera il destino di quelle correnti di psicologia o terapia non convenzionale che, alla ricerca di un riconoscimento accademico e/o istituzionale, hanno “cercato il dialogo” con la scienza fisica, chimica e biologica convenzionale fondata, come vedremo nella sezione 4, su una visione della materia come mero aggregato di atomi indipendenti. In questi casi gli indirizzi terapeutici che erano nati da intuizioni relative al funzionamento olistico degli individui, cioè non riconducibili ad un insieme di eventi molecolari indipendenti, non hanno visto riconosciute dalla scienza convenzionale la loro originalità e fecondità e hanno dovuto accontentarsi di un ruolo subalterno come ausiliari del mondo istituzionale, diventando medicine complementari della medicina istituzionale, riconosciuta come l’unica proprietaria della verità: extra institutionem nulla salus. Seguendo questa strada di subordinazione il potenziale creativo della rivoluzione psicodinamica sarebbe sparito completamente, seguendo il percorso di altre rivoluzioni del ‘900.Questo era appunto il giusto timore di Freud .

Per fortuna esiste nel mondo anche chi non si sottrae a compiti superiori alle proprie forze e così facendo “dischiude all’avvenir novella via”. Vi fu un fisico teorico, Wolfgang Pauli, uno dei fondatori della moderna fisica quantistica, che accettò un dialogo alla pari con il mondo della psicodinamica, impersonato nel caso specifico da Carl Gustav Jung [10]. Come si dirà nella sezione 4 la fisica quantistica concepisce la realtà fisica non come un mero aggregato di atomi ma aggiunge ad essi una rete di relazioni non necessariamente localizzabili nello spazio e nel tempo il cui insieme costituisce il vuoto quantistico. Il vuoto è una base non separabile in entità localizzabili che interagisce con tutti gli oggetti localizzabili nello spazio e nel tempo. Esso consente un comportamento olistico della materia poiché può mettere in fase i movimenti di corpi separati, in accordo con l’affermazione di Blaise Pascal: “il tutto è superiore alla somma delle parti”.

Nel dialogo tra Pauli e Jung emersero alcune suggestioni che sono rimaste come semi di sviluppi futuri. Una prima suggestione è che il mondo della psiche, che non può incarnarsi in nessun particolare corpo materiale, possa invece essere l’insieme delle relazioni risonanti stabilite attraverso il vuoto quantistico tra le varie parti dell’organismo, assicurandone un comportamento unitario; la psiche diventa perciò il modo di essere della materia organismica. Queste relazioni risonanti non richiedono un flusso di energia, quanto piuttosto, in accordo con l’intuizione di Prigogine [ 11], una concentrazione dell’energia interna già presente nell’organismo implicante una diminuzione della sua entropia. Il movimento dell’organismo non è quindi prevalentemente un movimento dall’esterno che richiede un consistente apporto di energia quanto piuttosto un movimento dall’interno fondato sulla riorganizzazione dell’energia interna e messo in moto da stimoli di tipo informativo. La base razionale del principio del minimo stimolo comincia perciò a delinearsi. Su questo filo di pensiero è utile citare il lavoro di un pioniere pressoché sconosciuto, Ervin Bauer [12], biologo nato in Ungheria durante l’impero austroungarico, educato in Germania alla scuola vitalistica di Driesch [13] , emigrato nella Russia sovietica in quanto coinvolto nella Repubblica Sovietica ungherese del 1919 e infine sparito nelle prigioni staliniane nel 1937. Egli scrisse nel 1935 un trattato di biologia teorica, sparito con lui e ritrovato negli anni ’80 in cui cercava di definire le leggi di un organismo vivente e poneva come punto centrale proprio l’intuizione discussa in precedenza.

Una seconda e più profonda suggestione ha a che fare con la natura extratemporale del vuoto quantistico, capace di connettere eventi localizzati in luoghi e tempi diversi. Jung intuì che questo risultato della fisica quantistica desse luogo a una fenomenologia differente da quella basata su eventi localizzabili nello spazio e nel tempo legati dal principio di causalità [14]. In quest’altra dinamica invece si instaura un processo collettivo implicante eventi localizzati in luoghi e tempi diversi, che diventano perciò eventi sincronici. Si apre una prospettiva affascinante che consente di trovare una base razionale a molte intuizioni prodotte dal mondo della psicodinamica, dalla psicogenealogia di Anne Ancelin Schϋtzenberger [15] alle costellazioni familiari di Bert Hellinger [16]. In tutte queste tendenze si osserva in modi diversi la “presenza”, all’interno della dinamica psichica di persone viventi qui e ora, di esperienze psichiche avvenute in epoche diverse. Discuteremo questo punto in esteso più avanti alla luce dei risultati della fisica quantistica.

Il tema delle basi fisiche della dinamica dell’Es fu ripreso con maggior vigore da Wilhelm Reich, il cui processo di comprensione attraversò tre fasi. In una prima fase che copre gli anni ’20 e gli inizi degli anni ’30, i cui esiti sono sintetizzati nell’opera “L’analisi del carattere” [17], egli si muove sul terreno tracciato da Freud, di cui era uno dei principali assistenti. In questa fase egli si concentrò sugli aspetti dinamici e funzionali delle strutture caratteriali, su come le strutture psichiche dessero luogo a corrispondenti strutture somatiche, il cui insieme veniva a costituire la “corazza caratteriale”. La correlazione tra strutture fisiche e psichiche divenne il centro dell’indagine reichiana e suggerì la strada alternativa di intervenire sulle strutture psichiche anche attraverso un intervento sulle strutture fisiche. Questa prospettiva fu perseguita nel secondo periodo reichiano che copre gli anni ‘30 e che portò alla elaborazione della così detta vegeto terapia [18] . La vegetoterapia riconosce che l’organismo vivente è caratterizzato fondamentalmente da una “pulsazione” originata dal ritmo respiratorio dell’intero organismo. Questa pulsazione dà ad esso la sua unità e la sua armonia; il disturbo psichico corrispondente alla nevrosi nasce da una alterazione della pulsazione in cui la fase di inspirazione, che corrisponde al processo di carica energetica, assume un ruolo dominante rispetto alla fase espiratoria, che corrisponde alla scarica energetica, alla quale è associata la possibilità di provare piacere. In accordo con le concezioni di Freud la nevrosi è vista come conseguenza della soppressione del piacere, ma Reich va oltre poiché comincia ad indagare le modalità fisiche con cui questo processo avviene. L’approfondimento della dinamica di questo processo segna il terzo periodo della ricerca reichiana che va dalla fine degli anni ’30 alla sua morte nel 1957. In questo periodo Reich cerca la base organica della pulsazione del vivente e la riconduce ad una particolare forma di energia da lui definita orgone [19], [20] . All’interno del pensiero di Reich resta ancora oscuro se l’orgone sia una forma di energia, da porre accanto alle altre, come l’energia gravitazionale e quella elettromagnetica oppure sia, come vedremo nella sezione 4, un modo di essere della energia di interazione elettromagnetica tra i componenti dell’organismo, quando questi riescono a sintonizzare le loro oscillazioni individuali. A parte questo problema Reich investigò in profondità la dinamica dell’orgone nell’organismo malato e in questo ambito fu capace di ricondurre la malattia fisica del cancro alla deformazione energetica prodotta dal blocco del principio del piacere [20].

Mentre la vegetoterapia era fondata sul tentativo di allentare la corazza caratterialeattraverso l’esecuzione di esercizi fisici implicanti lo scambio di significative quantità di energia ( questo approccio è stata la principale fonte di ispirazione della bioenergetica di Alexander Lowen [21) , nella fase dell’orgone comincia a farsi strada l’idea che l’oscillazione organismica possa essere un fenomeno di tipo risonante;in esso non è importante l’intensità dell’apporto energetico quanto invece la coincidenza tra la frequenza di oscillazione dello stimolo e la frequenza propria di oscillazione dell’organismo. Quando questa coincidenza si verifica, e si stabilisce conseguentemente una relazione di risonanza, l’oscillazione propria dell’organismo si autoamplifica, diventa dominante rispetto alle oscillazioni spurie che ne perturbano la dinamica e alla fine le rimuovono.

Questo avviene tanto piu’ facilmente quanto più piccola è l’entità dello stimolo, al di sotto del limite a cui entrano in gioco i meccanismi di allarme dell’organismo che danno luogo alla comparsa dello stress e dei conseguenti blocchi energetici. Invece nel caso di forti stimoli, come quelli connessi con la pratica della vegetoterapia e della bioenergetica, esiste sempre la possibilità che scattino i meccanismi di allarme dell’organismo, si produca stress e nuovi blocchi energetici prendano il posto dei vecchi. Diventa quindi possibile che i processi energetici ipoteticamente “liberatori” che appaiono in queste pratiche possano essere soltanto modalità di difesa della corazza caratteriale di fronte agli stimoli. La scoperta del principio del minimo stimolo, dovuta principalmente ad Eva Reich, figlia di Wilhelm, segna perciò un salto in avanti fondamentale nella psicodinamica.

 

 

 

SEZ 3 Il minimo stimolo nelle terapie corporee.

 

A partire dalla seconda metà dell’ ‘800 e fino ad oggi un gran numero di approcci terapeutici è nato e si è sviluppato al di fuori della medicina e psicoterapia convenzionali, istituzionali. Le terapie istituzionali si fondano sulla scoperta dei “sintomi”, cioè delle deviazioni sia fisiche che psichiche dell’organismo da uno “stato di sanità” definito sulla base della statistica degli organismi “presunti” non malati , e sulla loro conseguente repressione mediante l’uso di appropriate sostanze chimiche (farmaci) oppure di appropriati interventi psicologici.

Gli approcci terapeutici alternativi, benché molto diversi tra di loro , convergono prevalentemente sul riconoscimento che l’organismo vivente abbia ricevuto dalla natura una capacità di autoriparazione, la cui entità dipende strettamente dalla possibilità dell’organismo di seguire il ritmo di una propria pulsazione naturale (in questo quadro l’approccio di Reich converge pienamente con quello di queste altre terapie).

L’organismo soffre e quindi “si ammala”, quando la capacità di autoriparazione è ostacolata da una qualche perturbazione che colpisce la pulsazione naturale e la sua capacità di adattarsi ai mutamenti richiesti dall’ambiente; la malattia è quindi sempre una difficoltà di dialogo tra l’organismo e il suo ambiente, cioè l’insieme di altri organismi e oggetti con cui esso è in relazione. Per superare questa difficoltà l’organismo viene messo in contatto con altre pulsazioni naturali presenti nell’ambiente. Queste sono scelte tra quelle che fanno normalmente parte del processo complesso che è alla base della formazione della pulsazione naturale di quell’organismo e che d’altra parte non appartengano al novero delle influenze disturbanti alla base del conflitto all’origine della patologia. In tal modo la pulsazione naturale riesce a ricostituirsi sulla base del rafforzamento delle sue parti sane . Le varie proposte terapeutiche differiscono tra loro per la scelta del particolare ritmo naturale da far intervenire in aiuto. Si può adoperare ad esempio il ritmo musicale che l’organismo riconosce come ”bello” (musicoterapia). Il giudizio di bellezza è connesso con la sensazione di piacere interiore che l’organismo riceve dall’ascolto di quella musica. Questa sensazione di piacere è, in accordo con Reich, il segno che l’organismo è di nuovo mosso dalla sua pulsazione naturale e quindi la sua capacità di autoriparazione è di nuovo all’opera. E’ ben noto che la musicoterapia così come le altre forme di arte terapia producono effetti positivi in tutti i trattamenti terapeutici. Il loro effetto terapeutico è tanto più grande quanto maggiore è la partecipazione emotiva dell’organismo coinvolto. Questo coinvolgimento è rafforzato dalla partecipazione attiva del soggetto allo stimolo musicale, come avviene quando la musica non è mera fruizione, ma diventa canto e danza. E’ ovvio che l’effetto è tanto più grande quanto maggiore è la durata dell’esperienza. Nel caso però di malattie molto gravi, come le malattie degenerative, quella che si perde è proprio la capacità di provare piacere e l’organismo, che ha certamente avuto una qualche ragione per ammalarsi, difende la sua “scelta” di malattia opponendosi alla rinascita della capacità di autoregolazione. Reich aveva appunto sottolineato che l’elemento decisivo di ogni terapia è il trattamento delle resistenze. Ed è appunto qui che il principio del minimo stimolo gioca un ruolo essenziale [22].

Siccome si può presumere che la causa patogena sia meno organizzata dell’intero organismo essa può rispondere solo a stimoli aventi una intensità non infinitesima. Esiste perciò un intervallo d’intensità dello stimolo, al di sotto di una soglia critica, percepibile unicamente dalla parte sana dell’organismo, per così dire dalla sua “forza vitale”, ed invece non percepibile dalla causa patogena.

Questo stimolo minimo deve naturalmente avere una pulsazione intrinseca capace di risuonare con la pulsazione dell’organismo in condizioni di sanità. La sua azione determinala crescita per risonanza della capacità di autoriparazione dell’organismo, facendo avvenire tutto ciò all’insaputa della causa patogena che vede ad un certo punto franare il terreno sotto i piedi. Quanto ora esposto appare come una fantasia ma ad un attento esame si rivela consistente con un certo numero di pratiche terapeutiche, incluso il tocco di Eva Reich [1].Prendiamo ad esempio l’approccio biodinamico [6] fondato da Rollin Becker [4] nell’ambito dell’osteopatia fondata da Still [2]. Still costruisce il suo metodo a cavallo tra l’800 e il ‘900 su base puramente empirica; egli dichiara di aver preso ispirazione soltanto dall’esperienza e da Dio (per lui l’osteopatia è sacra perché cura con tutta la natura).

Rollin Becker, invece, e il suo maestro W. Sutherland [3] si riferiscono esplicitamente a correnti del pensiero scientifico; in particolare Becker cita esplicitamente la fisica quantistica come fonte d’ispirazione. Riprenderemo questo punto nella sez 4.

In questo approccio il soggetto sofferente è esposto per un tempo adeguato ad una pluralità di stimoli provenienti sia dall’ambiente naturale (luci, suoni, forme..) sia dal corpo del terapeuta medesimo che si suppone essere meno sofferente del paziente. Il terapeuta si pone in posizione di ascolto rispetto al paziente, diventa cioè capace di sentire nel proprio corpo, attraverso le proprie pulsazioni, il ritmo di oscillazione del paziente. Può quindi in primo luogo scoprire quali siano le parti del paziente la cui pulsazione è disturbata o irregolare, può cioè fare una diagnosi. Ma questa non è la cosa più importante; la cosa più importante è che il contatto prolungato tra la pulsazione presumibilmente sana del terapista e la pulsazione disturbata del paziente può, nel lungo periodo, rafforzare la capacità di autoriparazione di quest’ultimo. E’ evidente tuttavia l’esistenza di una relazione inversa che produce per il terapeuta il pericolo di ammalarsi, a meno che egli non difenda la propria sanità con una prolungata interazione risonante con le pulsazioni naturali dell’ambiente. Questa interazione risonante di minimo stimolo si riscontra anche in altre pratiche terapeutiche come ad esempio la scansione dei colori [23], [24] oppure l’hado-shiatsu [25], [26] ; in quest’ultima tecnica l’operatore riceve dal contatto con il paziente l’indicazione di quali siano i meridiani bisognosi di trattamento.

Il tocco di Eva Reich fa parte di quest’insieme di pratiche terapeutiche in cui il contatto risonante tra pulsazioni avviene per via tattile. Il tocco non è un mezzo per applicare forza o trasmettere energia, come nella pratica del Rolfing, ma l’entità minima indispensabile per trasmettere pulsazioni da un corpo a un altro; non si trasmette energia, ma si trasmette ritmo di oscillazione, proprio come fa un direttore d’orchestra con i suoi orchestrali. Allo stesso modo con cui un direttore d’orchestra trasforma un rumore caotico in una sinfonia, il respiro calmo e regolare della mamma trasforma il pianto disperato del suo bambino in un ritmo tranquillo e pacificato.

 

Sez 4

L’organismo vivente alla luce della fisica quantistica.

L’esperienza ha riconosciuto finora due tipi di movimento degli oggetti: 1) il movimento generato da una causa esterna, che si manifesta come forza e richiede un flusso esterno di energia e/o impulso, 2) il movimento proveniente dall’interno dell’oggetto medesimo o automovimento, movimento spontaneo.

Illustriamo questi due movimenti con un esempio. Prendiamo un’automobile nel cui serbatoio siano rimasti pochi decilitri di carburante e un gatto affamato e digiuno da vari giorni. Mentre il gatto affamato impiega le ultime “gocce” di energia rimaste per cercare cibo nell’ambiente, l’automobile non è in grado di utilizzare le ultime gocce di carburante rimaste nel serbatoio per andare alla ricerca del più vicino distributore; essa può raggiungere il distributore soltanto se viene spinta o trainata da un soggetto esterno. Questa è la differenza tra lo stato inerte e lo stato vivente della materia.

La fisica classica fondata da Galileo e Newton nel ‘600 si è concentrata sulla descrizione del solo stato inerte della materia. Attraverso la formulazione del principio d’inerzia essa concepisce anzi l’intera materia come inerte, marcando una forte differenza con le correnti magiche del pensiero rinascimentale che ebbero la formulazione più consapevole in Giordano Bruno [27]. La fisica quantistica, nata all’inizio del ‘900, ristabilisce la possibilità del contatto col pensiero del Rinascimento e anche con la tradizione Romantica, che aveva ripreso i temi dell’automovimento (“e vado e vengo e intesso la veste vivente di Dio” dal Faust di Goethe).

La tradizione vitalistica della biologia, particolarmente presente nella Germania dell’800 [13] , deve la sua nascita alla tradizione del Romanticismo. La tradizione vitalistica ha cercato di mettere al centro dell’attenzione l’automovimento come caratteristica dell’essere vivente. Ma essa incontrò sulla sua strada il muro rappresentato dall’influenza del pensiero della fisica classica nel mondo della biologia. Basti ricordare a tal proposito l’importanza di figure come Von Helmholtz, principale esponente della scuola medica di Berlino, oppure la figura dei “cacciatori di microbi” come Robert Koch. Freud cerca di mettere al riparo la sua nascente scuola proprio dall’influenza di questa corrente fisicalista della biologia.

Torniamo alla fisica quantistica [28] , [29], [30]. Essa riconosce il ruolo essenziale giocato dalle fluttuazioni spontanee di tutti gli oggetti fisici che non possono non fluttuare. Mentre la natura degli antichi era caratterizzata dall’ horror vacui, la natura della fisica quantistica è caratterizzata dall’ horror quietis.

Ogni oggetto è caratterizzato sia da fluttuazioni indotte dall’esterno mediante apporti di energia sia da fluttuazioni spontanee. Si definisce stato fondamentale di quell’oggetto, ovvero nel gergo dei fisici ”vuoto”, lo stato di minima energia dell’oggetto. Il vuoto è quindi l’insieme delle fluttuazioni spontanee dell’oggetto. Queste fluttuazioni spontanee impediscono di rendere “chiuso” l’oggetto, poiché esso comunica con l’ambiente proprio attraverso queste fluttuazioni. Un esame approfondito, che richiede l’uso del formalismo matematico della Teoria Quantistica dei Campi, mostra che le fluttuazioni del ritmo di oscillazione dei corpi, che nel gergo dei fisici è denominato “fase”, si diffondono nell’ambiente in forma di potenziali di particolari campi, denominati nella teoria “campi di gauge”; l’esempio più semplice è il campo elettromagnetico che è il campo che governa le interazioni tra atomi e molecole. La fase, a differenza della energia, può viaggiare a velocità maggiori della velocità della luce. Questo fatto produce una violazione della causalità nel senso di Einstein. Pertanto le interazioni fondate sulla trasmissione di energia obbediscono al principio di causalità (nessun effetto anteriore all’arrivo della causa) mentre le interazioni fondate sulla trasmissione della fase, in quanto mediate da un messaggero che può muoversi anche a velocità infinita o addirittura andare indietro nel tempo, non seguono il principio di causalità e possono connettere soggetti posti in luoghi e tempi diversi. Di qui la base razionale per comprendere l’origine dei fenomeni sincronici intuiti da Jung.

Si aprono a questo punto due possibilità. La prima possibilità si ha quando le fluttuazioni dei corpi e del vuoto restano reciprocamente non sintonizzate dando luogo ad una grande indeterminazione del ritmo di oscillazione complessivo. In questo caso i corpi mantengono la loro individualità, per cui resta possibile determinare con accuratezza la loro struttura atomica; l’oscillazione spontanea non gioca in questo caso un ruolo centrale e la dinamica complessiva, come nella fisica classica, resta consegnata alla dinamica delle forze e delle energie esterne. L’automovimento svanisce e resta il movimento dall’esterno di corpi da considerare quindi inerti. Questo è il mondo descritto dalla biologia molecolare convenzionale, alla base della medicina istituzionale.

Ma esiste una seconda possibilità. In opportune condizioni, chiarite dalla analisi fisica, le fluttuazioni della materia e del vuoto si possono sintonizzare, mettere in fase, entrare in una danza collettiva che richiama l’orgasmo della intuizione reichiana. I fisici chiamano “coerente” questo stato della materia. In questo stato è invece il numero dei componenti a restare indeterminato mentre il ritmo di oscillazione acquista una definizione sempre più precisa. Questo risultato è l’espressione di un principio di indeterminazione, valido in fisica quantistica, che afferma che le incertezze del numero di componenti di un sistema fisico e della sua fase sono inversamente proporzionali. E’ evidente che per diminuire al massimo l’incertezza del ritmo di oscillazione di un sistema fisico, e quindi renderlo più coerente, è necessario ampliare il più possibile l’incertezza del numero dei partecipanti alla danza collettiva. Bisogna perciò evitare di chiudere il sistema, cosa che renderebbe costante il numero dei componenti, bisogna al contrario aprirlo il più possibile all’esterno aumentando a dismisura il numero dei potenziali partecipanti alla danza collettiva. E qui sorge il problema centrale.

Per partecipare alla danza collettiva bisogna che i ritmi di oscillazione degli aspiranti partecipanti, in gergo fisico le loro frequenze, debbano essere uguali. Però l’uguaglianza assoluta non esiste in natura; la probabilità che due frequenze siano assolutamente uguali, e non invece poco diverse, è zero. Come possono fare allora questi oggetti a risuonare? Nella loro solitudine non potrebbero mai farlo, occorre un ambiente amico, un ambiente ricco di fluttuazioni di bassissima frequenza, di un rumore diffuso che consenta ai due oggetti fisici, aspiranti ad entrare in risonanza, o, per dirla con Reich, ad entrare in orgasmo, di rubare all’ambiente quella oscillazione piccolissima che colma appunto la differenza e rende uguali le frequenze di oscillazione dei partner.

Per facilitare il raggiungimento della condizione di risonanza tra i componenti, un gran numero di piccole oscillazioni è molto più utile di un’unica oscillazione di pari entità complessiva. Questo meccanismo fisico è stato discusso recentemente nell’ambito della fisica del laser da A.Beige, P. Knight e G.Vitiello [31] . L’instaurazione della coerenza in un sistema fisico apre la possibilità del suo auto movimento. Un sistema coerente è infatti capace di concentrare la sua energia dall’insieme di tutti i suoi gradi di libertà su un piccolo numero di essi. In tal modo l’energia non vede più la sua direzionalità diluita in mezzo al gran numero di possibilità connesse al gran numero di gradi di libertà, ma acquista la direzionalità proprio attraverso l’eliminazione della agitazione “inutile” delle sue molecole. Quando l’energia è dispersa su un gran numero di gradi di libertà, la variabile chiamata dai fisici entropia ha un valore molto grande, che però diminuisce quando l’energia si concentra su pochi gradi di libertà. L’energia ad alto contenuto entropico può produrre poco lavoro esterno; abbassando l’entropia il sistema fisico acquista la capacità di compiere lavoro esterno, purchè ovviamente sia un sistema aperto all’ambiente. Per un sistema fisico acquistare coerenza equivale ad acquistare capacità di auto movimento.

Discutiamo ora la rilevanza dei principi introdotti sulla dinamica degli organismi viventi [32] . Un organismo vivente è caratterizzato dall’essere coerente in modo variabile con il tempo, nel senso che le sue frequenze di oscillazione variano nel tempo, proprio come le note di una musica, le lettere di una parola, le parole di un discorso. Si può dire che proprio l’insieme delle frequenze di oscillazione di un organismo, considerato nella sua globalità, costituiscano il modo d’essere di quell’organismo, la sua individualità specifica. Si può a questo punto azzardare l’ipotesi che sia proprio quest’insieme di oscillazioni coerenti, variabili con il tempo, la base fisica della psiche di quell’organismo, in particolare del suo Es? Si può inoltre avanzare l’ipotesi che l’orgone di Wilhelm Reich sia proprio la forma assunta dal’energia dell’organismo nelle condizioni della coerenza? In tal caso la scomparsa dell’orgone diventa la conseguenza della perdita della coerenza dell’organismo, con la conseguente perdita dell’automovimento e il conseguente ritorno allo stato di materia inerte.

Se perciò la conservazione dell’orgone implica il mantenimento della condizione di risonanza dobbiamo richiedere, alla luce di quanto discusso in precedenza, che l’ambiente circostante sia ricco di un gran numero di piccoli stimoli piuttosto che di un piccolo numero di grandi stimoli. Possiamo perciò comprendere meglio il percorso intellettuale di Eva Reich che fu capace di riconoscere che la dinamica dell’orgone scoperta da suo padre poteva svolgersi in modo ottimale soltanto nel quadro di un ambiente governato da minimi stimoli, come richiesto dal principio classico di Weber e Fechner.

Negli ultimi decenni è stato riconosciuto il ruolo centrale dell’acqua ( che costituisce il 70% della massa e il 99% delle molecole di un organismo umano) nella dinamica del vivente e si è osservato come la dinamica dell’acqua liquida presenti caratteristiche analoghe a quelle postulate per l’orgone [32] , [33] , fornendo quindi alla finora misteriosa nozione di orgone una chiara base fisica.

Sez5

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Conclusioni

La connessione del principio del minimo stimolo con le dinamiche della fisica quantistica e in particolare con l’esistenza del vuoto consentono di trovare una base razionale alle terapie non convenzionali discusse all’inizio di questo articolo. Infatti la capacità di autoregolazione e autoriparazione dell’organismo fa parte della sua capacità di auto movimento, che abbiamo visto essere governata dall’esistenza di un regime coerente. L’esistenza di un regime coerente, d’altra parte, come risulta evidente dalla fisica del laser, è resa possibile dall’esistenza di un ampio “reservoir” di piccole oscillazioni esterne capaci di oliare, di lubrificare l’accesso alla condizione di risonanza. Una delle risonanze importanti nel processo terapeutico è quella tra l’organismo del terapeuta e l’organismo del paziente; risonanza non soltanto mentale ma anche corporea. Attraverso la comune connessione con il corpo del terapeuta, ipoteticamente capace di autoregolazione , le parti energeticamente dissonanti del corpo del paziente possono essere aiutate a riacquistare una coerenza. Allo stesso modo un aiuto è fornito dall’esistenza di un vasto serbatoio di oscillazioni luminose, acustiche, meccaniche (movimenti leggeri e quindi il tocco), mentali (e quindi la parola) e così via.

Analizziamo in particolare la dinamica indotta dall’uso della parola. La parola , essendo ambigua, si rivolge contemporaneamente sia all’Io che al’Es, sia al pensiero primario che al pensiero secondario. Se la parola resta nell’ambito del razionale, lo scambio, per quanto profondo e illuminante, coinvolge soltanto l’Io. Se invece la parola mantiene l’ambiguità originale, come ad esempio nella poesia o nella metafora, penetra nel profondo e può portare ad intuizioni di guarigione, fondate sulla risonanza tra Io ed inconscio.

Infine bisogna mettere in rilievo la possibilità di risonanze tra eventi lontani nello spazio e nel tempo. Possiamo quindi comprendere la profondità delle intuizioni e delle osservazioni di Anne Ancelin Schϋtzenberger [15] sulla possibilità che eventi accaduti a secoli di distanzaabbiano effetti su soggetti purchè essi conservino un legame emotivo con essi. Uno di questi eventi importanti per la vita di un soggetto può essere proprio la sua connessione emotiva risonante con una esperienza positiva avvenuta alla nascita quale è il minimo stimolo del tocco leggero proposto da Eva Reich [1]. Attraverso questo tocco leggero (massaggio a farfalla) si stabilisce il ponte risonante del nuovo nato con la madre e più in generale con la sua genealogia, mediatrice del rapporto con l’intero genere umano [34].

 

Bibliografia

 

1)E. Reich, E. Zornanszky (2006) –Bioenergetica dolce- Tecniche Nuove , Milano

2)A.T. Still (1899) – Philosophy of Osteopathy- ristampato nel 1995 dall’American Academy of Osteopathy- Edizione italiana : Filosofia dell’Osteopatia-Ed.Castello (2000)

3)W.G. Sutherland (1939)-The Cranial Bowl- The Osteopathic Cranial Academy, USA.

Edizione italiana :La Sfera Craniale – Ed. Futura (2004)

4)R.E. Becker (1997)-Life in Motion: The Osteopathic Vision-Stillness Press, USA

Edizione italiana : La vita in movimento – Ed. Futura (2009)

5)H. Chisholm (Ed.) (1911)- Weber’s Law , in Encyclopaedia Britannica, 11th Ed.-Cambridge University Press

6) E. Chiappini (2011)- Capitolo del presente volume

7) S. Freud (1967) – Opere (12 volumi) –Boringhieri, Torino

S. Freud (1976) – Introduzione alla psicoanalisi –Bollati-Boringhieri, Torino

9) S,Freud (1933)- Why War?- in J.Strachey (Ed.) The standard edition of the complete psychological works of Sigmund Freud, Vol.22- Hogarth Press, London (1964), Pag.197-215.

10) Il Carteggio Pauli- Jung ( a cura di C. A. Meier )(1999)- Il Minotauro ,Roma

11) I.Prigogine,G,Nicolis (1977) – Self-organization in non-equilibrium systems-Wiley Interscience, New York , USA.

12) E.S. Bauer (1935)- Theoretical Biology- IEM, Moscow-Leningrad

Edito in inglese dall’Accademia delle Scienze Ungherese nel 1982.

13) H. Driesch (1908)- Science and Philosophy of the Organism-A.& C. Black London.

14) C.G. Jung (1952) –Synchronicity. An Acausal Connecting Principle. Pubblicato nel

1972 da Routledge and Kegan Paul.

15) A. Ancelin Schuetzenberger (1993) – Aïe, mes aïeux! Liens transgénérationnels, secrets de famille, syndrome d’anniversaire, transmission de traumatismes et pratique du génosociogramme. Edizione italiana: La sindrome degli antenati- Di Rienzo, Roma (2004)

16) B. Hellinger (2006)- No waves without the Ocean : Experiences and Thoughts-

Carl-Auer- Systeme Verlag , Heidelberg, Germania.

17) W. Reich (1973) – Analisi del carattere – Sugar, Milano.

18) W. Reich (1975) – La funzione dell’orgasmo – Sugar, Milano .

19) W. Reich (1981) – Esperimenti bionici – Sugar, Milano.

20) W. Reich (2002) – Scritti elettrofisiologici – Quaderni di Andromeda, Bologna.

21) A. Lowen (1978) – Il linguaggio del corpo- Feltrinelli, Milano.

22) S. Wendelstaedt (2010) – Il principio del minimo stimolo e i processi di auto regolazione – in AA. VV. – Grounding- Franco Angeli Ed.

23) R.P. Bajpai , L.S.Brizhik, E. Del Giudice , F. Finelli, F.-A. Popp, K.-P. Schlebusch (2010) –Light as a trigger and a probe of the internal dynamics of living organisms-Journal of Acupuncture and Meridian Studies , 3, 291-297

24) F. Finelli (2011) – Capitolo del presente Volume

25) P. Stefanini (20 E1)- Hado Shiatsu- Capitolo 16 nel volume : D.F.Mayer, M.S.Micozzi (Ed.)- Energy Medicine East and West: a natural history of Qi-Churchill , Elsevier- pag. 218-221.

26) P. Stefanini (2011)- Capitolo nel presente Volume.

27)E. Bloch (1997) – Filosofia del Rinascimento- Il Mulino , Bologna.

28) G.Preparata (2001) – L’Architettura dell’ Universo – Bibliopolis, Napoli

29) G.Preparata (2002) – An Introduction to a Realistic Quantum Physics – World Scientific ,Singapore , London, New Jersey.

30) E. Del Giudice (2010 ) – Una via quantistica alla teoria dei sistemi- Nel volume: L.Urbani Ulivi (Ed.)-Strutture di Mondo- Il Mulino , Bologna- pag.47-70.

31) A. Beige, P. Knight, G. Vitiello (2005) –Cooling many particles at once- New Journal of Physics, 7, 96-105.

32) E.Del Giudice, P.R. Spinetti, A. Tedeschi (2010) – Water dynamics at the root of metamorphosis in living organisms – Water, 2,566-586.

33) A. Tedeschi (2010)- Is the living dynamics able to change the properties of water?- Journal of Design & Nature and Ecodynamics, 5, 60-67.

34) M. Tosi (2011) – Capitolo nel presente Volume.

 

FONTE : http://www.psicologia-integrale.it/archives/2005

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Longevita' : allunga la vita di 10 anni con 7 piccole attenzioni

Tutti vorremmo avere una vita lunga e, se possibile, in salute, e per questo molti cadono in presunti rimedi miracolosi che servono solo per spillare denaro. Il dr. Clyde Yancy, cardiologo canadese, ha invece redatto una sorta di “guida” su come fare ad allungare la propria vita con solo 7 piccole attenzioni che possono migliorare il nostro stato di salute e farci arrivare senza problemi a 90-100 anni. Come fare? Lo vedremo dopo il salto.

Il trucco, secondo il medico, è prevenire, ed in generale ridurre, l’incidenza dellemalattie cardiovascolari. La tecnica, che dovrebbe valere per qualsiasi stadio della vita, dovrebbe essere seguita pedissequamente in particolar modo dopo i 50 anni, in modo da aggiungere ulteriori 40 o 50 anni alla propria carta d’identità. In questo modo, conclude Yancy, le persone dovrebbero rimanere al riparo da alcune malattie croniche,ictus, e persino da alcuni tipi di cancro. Ecco i famosi “passaggi”:

1. Diventare attivi: L’inattività è la prima nemica della longevità. Le persone che sono fisicamente inattive hanno il doppio delle probabilità di contrarre malattie cardiache o ictus.

2. Conoscere e controllare i livelli di colesterolo: Quasi il 40% degli adulti canadesi ha il colesterolo alto, e questo può portare depositi di grassi nelle arterie che aumentano il rischio di malattie cardiache e ictus.

3. Seguire una dieta sana: mangiare sano è una delle cose più importanti a qualsiasi età, ma nonostante sia una raccomandazione che tutti conosciamo, si calcola che almeno la metà di noi non la rispetti.

4. Conoscere e controllare la pressione del sangue: La pressione alta colpisce circa un canadese su cinque. Tramite la conoscenza ed il controllo della pressione sanguigna è possibile tagliare il rischio di ictus fino al 40% e il rischio di infarto fino al 25%.

5. Raggiungere e mantenere il peso-forma: quasi il 60% degli adulti canadesi sono sovrappeso o obesi, i principali fattori di rischio delle malattie cardiache e ictus. Essere obesi può ridurre la vita di quasi quattro anni.

6. Gestire il diabete: Il diabete aumenta il rischio di ipertensione, aterosclerosi, malattia coronarica e ictus, soprattutto se i livelli di zucchero nel sangue sono scarsamente controllati.

7. Smettere o evitare di fumare: la regola aurea è non cominciare mai a fumare o, se già lo fate, smettere. Non è mai troppo tardi. Sono migliaia le persone che ogni anno muoiono a causa del fumo, ed ancor di più sono quelle che muoiono o subiscono danni per l’esposizione passiva al fumo. Non appena si smette di fumare, il rischio di malattie cardiache e ictus comincia a diminuire. Dopo 15 anni, il rischio sarà quasi quello di un non fumatore.

Questi i consigli del dottor Yancy. E voi inizierete a seguirli?

Fonte http://www.health24.com/ e http://www.medicinalive.com

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GLI EFFETTI MEDICINALI DEL BASILICO

L'intrigo aromatico questa volta si chiama basilico, non solamente quello "dolce" ma anche, e in particolare, quello "santo", apprezzato rimedio del Sistema Medico Ayurverdico che i botanici chiamano Ocimum Sanctum. Quasi come il nostro basilico (Ocimum basilicum, anch'esso appartenente alla famiglia delle Labiate) al basilico santo, chiamato anche tulasi in lingua Hindi, sono state attribuite importanti virtù medicinali, magiche e religiose. Diversi studi scientifici, condotti sperimentalmente, hanno confermato alcune capacità mediche attribuite al basilico santo e, tra queste, quelle analgesiche, antibatteriche, antinfiammatorie, antiossidanti. Quest'ultima proprietà è stata al centro dell'attenzione in un convegno (British Pharmaceutical Conference) tenutosi in settembre a Manchester, nel Regno Unito. I ricercatori hanno notato che l'estratto di basilico santo era efficace sia nell'eliminare tutte quelle molecole dannose per il nostro organismo, sia nel proteggere dai danni causati da alcuni radicali liberi in diversi organi, quali fegato, cuore e cervello. Sotto la guida del dottor Vaibhav Shinde, del Poona College of Pharmacy di Maharashtra, in India, hanno dunque valutato le proprietà antiossidanti, anti-aging del basilico santo. Questo studio ha, ancora una volta, contribuito a dare sostegno alla medicina Ayurvedica che indica, e adopera anche, questa pianta come "ringiovanente". Ma anche il basilico nostrano non scherza, né per le proprietà terapeutiche attribuitegli, né come antiossidante. "Giova alle passioni e alla malinconia e genera allegrezza", scriveva nel 1500 il medico e botanico Castore Durante. Qualche secolo più tardi, in un testo di medicina naturale del 1886, sul basilico veniva scritto: "Questa pianta ha goduto, da tempi remoti, di grande reputazione in molte specie di malattie, come nella pazzia incoerente, puerperale e nelle demenze senili". Val bene spendere una parola sul contenuto in polifenoli di entrambe le varietà di basilico, nonché della presenza preziosa dell'acido rosmarinico che la sa lunga sulla capacità antiossidante; da non sottovalutare inoltre il contenuto di olio essenziale in ambedue le varietà. Ampiamente utilizzato (con accortezza) per le proprietà aromatiche, in medicina l'olio essenziale di basilico (dolce) ha dimostrato sperimentalmente un notevole potenziale antigenotossico (che potrebbe essere anche attribuito alle proprietà antiossidanti)

fonte: www.larepublica.it

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