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Tanto, alla fine, sbagliamo sempre meditazione del sacerdote ALESSANDRO DHEO'

Tanto, alla fine, sbagliamo sempre

(DALLA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO Luca 15)

 meditazione del sacerdote ALESSANDRO DHEO'

 

Tanto, alla fine, sbagliano tutti. Ma proprio tutti. Perché è una parabola e una parabola non è buon senso ma graffio alle orecchie, ferita sul cuore, scandalo per il pensiero. Sbagliano tutti perché è una parabola ma anche perché è la vita a essere così, non vince il buon senso, non vince la logica, non siamo esistenze composte ed educate. Siamo sempre figli e padri sbagliati: chiediamo eredità senza sapere dove andare, siamo padri senza autorità, figli che masticano rancore. Sbagliamo se ce ne andiamo, sbagliamo se restiamo, sbagliamo se facciamo festa. Sbagliamo se perdoniamo.

 

Perché è una parabola, non possiamo ridurla ad una favola dove il padre è buono perché è misericordioso, qui anche il padre sbaglia, e la parabola lo sa bene. Non è questo il punto. La parabola seve a fare a pezzi le apparenze, a svelare contraddizioni. La parabola esplicita la vita.

 

E poi è senza finale questa storia. Nessuno porta a compimento una qualche traiettoria. Rimangono tutti distanti. Neppure l’Onnipotente riesce, abbraccia un figlio che rimane muto nel cuore di una festa senza misura e senza logica. Si umilia per andare incontro all’altro figlio a cui non è riuscito far arrivare il suo amore. E lui rimane distante. La parabola è coraggiosa, non solo dice che tanto, alla fine, sbagliamo sempre tutti, ma anche che tutti dobbiamo fare i conti con una distanza incolmabile, senza fine. Si rimane sempre distanti dagli altri e forse anche da se stessi e si sta male.

 

            Il figlio minore prende le distanze. Non si capisce cosa stia cercando certo, in casa, sta male. Alla parabola non interessa indagare le ragioni profonde, solo descrivere l’urlo di un ragazzo che la vita la aggredisce. Parte con qualcosa che chiama “sogno”, agisce di pretesa (eredità) e poi si schianta contro la realtà (bisogno). Benedetta o maledetta carestia, non so, di certo la traiettoria porta il ragazzo dal sogno al bisogno, e la vita si arena in un porcile. Umiliazione più grande non sono i maiali ma il dover ammettere la regressione, accontentarsi di un bisogno. Carrube. E di un bisogno ancora più fondamentale, l’altro, “…ma nessuno gli dava nulla”. E rientra in se stesso. E qui la parabola graffia senza pietà: aspettare che gli altri riempiano i nostri vuoti e i nostri bisogni è davvero rientrare in se stessi? Noi siamo davvero questa cosa? Uomini incapaci di vivere senza l’assenso pietoso degli altri? Non sappiamo nemmeno allungare la mano per prenderci carrube? La parabola descrive uno schiavo incapace di libertà. Sotto il sogno batte il cuore di uno schiavo incapace di autonomia.

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Tanto alla fine si sbaglia sempre. E il finale non c’è. Il figlio non è figlio, si autodefinisce schiavo. Il padre non accetta e lo stordisce con una festa senza senso. Lui, il figlio, muto. Il padre, sconfitto, ripropone libertà (veste e anello). La parabola si ferma qui. Poteva essere più drammatica? Certifica una distanza incolmabile. Perché il padre non lo fa parlare questo benedetto figlio? Perché tanta esagerazione? A coprire che cosa? Sembra quasi che il padre abbia paura di questo schiavo travestito (letteralmente travestito!) da figlio! Paura, sì, che il figlio scelga di rimanere schiavo. Il figlio, o lo schiavo, non so, rimane sospeso in una distanza abissale e drammatica. Una festa intorno, il silenzio dentro, un padre che a un certo punto esce di scena. Ci può essere una condizione più drammatica? Si può dire in maniera più chiara che noi siamo segnati radicalmente da una distanza che sembra incolmabile tra noi e la libertà? Tra la morte e la vita. Arenati nella paura e assordati dai ritmi di una festa che ci spaventa. Che non vorremmo fosse per noi.

 

            Che poi tanto alla fine si sbaglia comunque, e che puoi anche rimanere nel perimetro della casa, sotto l’ombra del padre, che tanto distante ci sei comunque. Anche se sei il maggiore dei figli. Perché alla fine anche tu recrimini: “non mi hai mai dato un capretto per fare festa con i miei amici”. Lo stesso errore: aspettarsi che sia l’altro a riempire la mia mancanza, a risolvermi la vita, senza pretendere esplicitamente (almeno il minore ha avuto coraggio pretendendo l’eredità!) ma aspettandosi di essere riconosciuto, con umiltà, come risarcimento, come premio di una non richiesta mortificazione. Come se il valore di una vita fosse questa specie di modestia che in verità nasconde un rancore senza fine. Tanto alla fine si sbaglia sempre, andarsene, restare, si sbaglia comunque se pretendi che siano altri a risolverti la vita. Nemmeno il maggiore è un figlio, pure lui uno schiavo, e infatti è a un servo, suo simile, che chiede il perché di una festa iniziata in sua assenza (altra immagine terribile di distanza incolmabile: perché non l’hanno aspettato?). E anche il maggiore è vita senza finale, sospeso per sempre su una soglia, tra rancore e una musica non in suo onore. Distanze.

 

            Sbaglia anche il padre, perché un padre sempre sbaglia. Esagerata la festa per il minore, in ritardo il cammino incontro al maggiore. Sbagliati i tempi, sbagliati i modi, che ne minano la credibilità e ne annientano l’autorevolezza. Anche lui senza finale, non risolve nulla. Solo svela, fa male, ma svela, perché questa è una parabola, parole senza garbo, svela ciò che la vita è: eredità dilapidate, pretese, concessioni, amori inaspettati, slanci di affetto, vuoti terribili, silenzi imbarazzati, inviti non ricevuti, rancori sopiti, gelosie, risentimenti, cammini interrotti, incomprensioni, fraternità amare, paternità goffe e libertà indesiderate. Sì, in fondo, la vita è una libertà indesiderata. E forse sbaglia anche il padre ma sbaglia per eccesso di fiducia, per questa sua ossessione per la libertà. Concede libertà a figli che non vogliono smettere di essere schiavi. Non è solo una festa quella che il padre regala al figlio ritrovato, è un sacrificio. È il sacrificio del sacrificio. È Abramo e Isacco. Il padre slega il figlio, lo lascia libero. Alla fine certifica la distanza, perché la distanza esiste, ma quella distanza che ai figli fa solo paura per il Padre non è altro che il volto della libertà. Il figlio minore, muto e slegato, non capisce ancora. Il padre forse sbaglia, perché alla fine sbagliamo sempre tutti, ma lo fa per consegnare libertà. Anche al figlio maggiore “ciò che è mio è tuo”, invito ad uscire dalla logica del risarcimento, invito a prendere in mano la propria vita per iniziare a decidere, invito a smettere di attendere che altri risolvano la storia per noi.

 

Forse anche il padre sbaglia, forse esagera, la libertà è una distanza troppo grande per noi uomini. Ci leghiamo a qualsiasi cosa, immoliamo la vita, sacrifichiamo i sogni pur di non dover ammettere che questa distanza che abbiamo davanti altro non è che un deserto da attraversare, un esodo, una possibilità. L’unica che abbiamo per non morire da vittime. Forse sbaglia anche il padre ma se devo scegliere come sbagliare la vita, io vorrei sbagliare come lui: ossessionato dalla libertà.

 

IV Quaresima C 2019 Sbagliano tutti

www.alessandrodeho.com

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