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Ecco perche' l'uomo e' naturalmente buono

Il topolino vede di fronte a sé della bella cioccolata e vede anche un suo simile dolorosamente prigioniero dentro un tubo trasparente: guarda di qua e di là, che fare? Più di un topolino – non tutti, è vero – corre prima a liberare il suo simile, poi insieme vanno a mangiare la cioccolata. L’esperimento di Jean Decety all’Università di Chicago suggerisce che il topo conosca l’altruismo e l’empatia, che è il sapersi mettere nei panni degli altri. Sentimenti innati? O qualcuno glieli ha insegnati?

 

Il test di Chicago si inscrive in una serie di linee di ricerca tutte volte a scoprire se sia vero per gli uomini un antico interrogativo: che l’etica è innata, una legge inscritta nella nostra biologia e dettata dall’”interesse” dell’evoluzione. E’ nell’indagine su questa lunga strada che ha senso la prova con i topi, alla ricerca di un riscontro primordiale, “animale”. Che sostanzi l’ipotesi che potessero nutrire questi sentimenti anche gli ominidi delle caverne che fummo.

 

LE EMOZIONI “SOCIALI” - «Sì, furono loro a imparare che in gruppo si sopravvive meglio. Per esempio, condividendo il cibo in tempi di carestia, cosa che se tu fossi egoista ed egocentrico, chiuso, non generoso, non faresti mai. Dunque le emozioni che chiamiamo di tipo sociale furono via via selezionate come utili alla sopravvivenza della specie in quanto rafforzavano la coesione del gruppo». Donatella Marazziti, docente del Dipartimento di Psichiatria, Neurobiologia, Farmacologia dell’Università di Pisa, ha condotto con altri una review passando in rassegna i dati della letteratura su: ”Esiste una neurobiologia del comportamento morale?” E gli indizi raccolti (il processo è ancora indiziario) convergono verso un sì.

 

Considerando i modelli animali, specie nei mammiferi (fondamentali gli apporti dell’etologo Konrad Lorenz), si sono individuati come emozioni “sociali” del tipo utili alla sopravvivenza la gratitudine, la pietà, il senso di colpa, la compassione, il disprezzo. «Sono sentimenti con una forte ricaduta sociale e insieme formano un codice universale che tutti seguono a prescindere dalla società in cui vivono», osserva Marazziti. «Dietro a tutti sta un principio basilare: non nuocere agli altri. Come è pure innato il disgusto nel vedere far male a un altro. Ora, se queste emozioni sono sempre esistite, ne consegue che devono avere un substrato biologico, dei sistemi neurali che le reggono e le regolano»

 

IL VOLTO DELINQUENTE - La via per trovare “scritti” nel corpo le emozioni sociali parte da Cesare Lombroso e il suo “L’uomo delinquente” (1876) in cui descrisse forme e misure dei volti come segni certi di criminalità innata, passa per altri studiosi fino a Henry Maudsley che ipotizzò l’esistenza di un centro cerebrale specifico per i sentimenti morali, e a Emile Kraepelin che crea nel 1896 il termine “psicopatia” e descrive il disturbo di persone incapaci per la loro natura di essere morali.

 

IL CASO PHINEAS GAGE - Un cervello malato alla base della sociopatia, dunque ipotizzano in tanti. Ma malato dove, in quale parte del cervello? L’indicazione è venuta da un caso clamoroso di metà Ottocento il cui protagonista è il più famoso malato di tutta la psichiatria. Dunque, Phineas Gage era un addetto alla costruzione di ferrovie nel New England, Usa, che si occupava di porre gli esplosivi. Giovane molto stimato perché capace e affidabile sul lavoro, persona retta e solida nella vita quotidiana. Succede che un’esplosione mal fatta gli scaraventa contro la testa una barra metallica che gli trapassa la fronte ed esce dalla sommità della testa. Benché si fosse nel 1848, le cure salvano Gage (perde solo un occhio), ma da quel giorno è irriconoscibile: strafottente, offensivo, insofferente di regole e limiti, il linguaggio diventato osceno, in particolare è aggressivo con le donne. Tanto che, ripresentatosi al lavoro, il “nuovo” Phineas Gage non viene riassunto.

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LA ZONA ETICA - «Fu per la prima volta evidente che nel cervello umano vi sono sistemi che regolano la personalità e il modo di essere e di sentire individuali e che, come le ferite di Gage dimostravano, la loro posizione è nella zona frontale», riprende la professoressa Donatella Marazziti. «Da allora si sono accumulati studi, di recente molti condotti attraverso la Risonanza nucleare magnetica funzionale. Si è arrivati a individuare come aree coinvolte nella moralità la corteccia prefrontale ventro-mediale e l’adiacente area orbito-frontale, l’amigdala. A parte le implicazioni etiche delle ricerche, va tenuto presente che al posto della sbarra metallica di Gage possono ledere queste zone un ictus, un tumore, un’infezione o la rottura di un aneurisma modificando così il senso morale del malato».

 

Test su questi temi ha condotto in particolare Antonio Damasio, il neuroscienziato americano di origine portoghese che scrivendo sulla Repubblica il mese scorso proprio delle emozioni sociali sottolineava più volte che «non sono state inventate dalla ragione», che «il ragionamento consapevole» è arrivato dopo che la lotta per la sopravvivenza le aveva già selezionate e inscritte nel cervello come utili. A due giorni di distanza, stavolta sul Corriere della Sera, era il cognitivista Massimo Piattelli Palmarini a interrogarsi sull’etica innata sotto il paradossale titolo “Siamo pronti alla pillola della moralità?”, chiamando in causa il perdurare o meno del libero arbitrio.

 

LA LEZIONE DI ANTIGONE - Per distinguere le norme innate (morale normativa) e le norme scritte in leggi e costituzioni (morale descrittiva), la professoressa Marazziti nella sua review richiama il personaggio di Antigone dall’omonima tragedia di Sofocle. Il tiranno di Tebe Creonte non vuole che il fratello di Antigone sia sepolto per indegnità, ma lei ritiene un dovere morale dargli sepoltura, e lo farà, a rischio della vita, in obbedienza non alle leggi della città, ma a “leggi non scritte, inalterabili, eterne: quelle che nessuno sa quando comparvero”.

 

Quelle che Immanuel Kant chiamava la “legge morale dentro di me”, sublime ed esistente a prescindere come il “cielo stellato sopra di me”.

 

Serena Zoli

https://www.fondazioneveronesi.it/articoli/neuroscienze/perche-luomo-e-naturalmente-buono

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