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Categoria: "Associazione"

LA FINE DELL'ISOLA DI PASQUA : stiamo per seguire il loro esempio?

In una manciata di secoli, la gente dell'Isola di Pasqua cancello' le proprie foreste, porto' le proprie piante e i propri animali all'estinzione e vide la propria complessa societa' cadere a spirale nel caos e nel cannibalismo. Stiamo per seguire il loro esempio?

Tra i piu' frequenti misteri della storia umana ci sono quelli posti dalla scomparsa di intere civilta'. Chiunque abbia visto gli edifici abbandonati dei Khmer, dei Maya o degli Anasazi e' immediatamente indotto a porsi la stessa domanda: -Perche' scomparvero le societa' che eressero quelle strutture?-.

La loro scomparsa ci tocca come la scomparsa di nessun altro animale, neanche quella dei dinosauri, potra' mai toccarci. Non importa quanto quelle civilta' sembrino esotiche, i loro artefici erano umani come noi. Chi ci dice che non soccomberemo allo stesso destino? Forse un giorno i grattacieli di New York [o, perche' no?, il Pirellone di Milano - N.d.T.] si ergeranno abbandonati e coperti di vegetazione, come i templi di Angkor e di Tikal.

Tra tutte le civilta' scomparse a questo modo, quella della antica societa' Polinesiana dell'Isola di Pasqua rimane insuperata per mistero e isolamento. Il mistero nasce in particolar modo dalle gigantesche statue di pietra dell'isola e dal suo paesaggio -esaurito-, ma e' rafforzato dalla particolare popolazione coinvolta: i Polinesiani rappresentano per noi l'ultima delle leggende esotiche, lo sfondo per molte visioni paradisiache di adulti e bambini. Il mio interesse per l'Isola di Pasqua ebbe inizio oltre 30 anni fa, quando lessi il racconto favoloso di Thor Heyerdahl, relativo al suo viaggio con il Kon Tiki.

Ma il mio interesse e' stato rinverdito di recente da un resoconto ancora piu' eccitante, riguardante non viaggi eroici ma una coscienziosa ricerca e analisi. Il mio amico David Steadman, un paleontologo, ha lavorato con una quantita' di altri ricercatori che stanno portando avanti i primi, sistematici scavi sull'Isola di Pasqua, allo scopo di identificare gli animali e le piante che una volta vivevano li'. Il loro lavoro sta contribuendo a una nuova interpretazione della storia dell'isola che la rende una storia ricca non solo di meraviglie, ma anche di avvertimenti.

L'Isola di Pasqua, con una superficie di soli 166 km2, e' il piu' isolato pezzo di terra abitabile. Esso si trova nell'Oceano Pacifico, oltre 3200 km ad ovest del continente piu' vicino (il Sud America), 2250 km dalla piu' vicina isola abitata (Pitcairn). La sua collocazione subtropicale e la sua latitudine ? essendo 27° a sud si trova approssimativamente tanto sotto all'equatore quanto Houston si trova sopra di esso ? contribuisce a dare un clima piuttosto temperato, mentre le sue origini vulcaniche ne rendono fertile il suolo. In teoria, questo insieme di -benedizioni- dovrebbe aver fatto dell'Isola di Pasqua un paradiso in miniatura, lontano dai problemi che affliggono il resto del mondo.

L'isola deriva il proprio nome dalla sua -scoperta- da parte dell'esploratore danese Jacob Roggeveen, nella Pasqua (il 5 di aprile) del 1722. La prima impressione di Roggeveen non fu quella di un paradiso, ma di una terra desertica: -Dapprima, da lontano, pensammo che l'Isola di Pasqua fosse sabbiosa; la ragione di cio' e' dovuta al fatto che prendemmo per sabbia l'erba secca, la paglia o altra vegetazione inaridita e bruciata, poiche' la sua apparenza desertica non ci diede altra impressione che quella di una eccezionale poverta' e sterilita'-.

L'isola che Roggeveen vide era una terra erbosa senza un singolo albero o arbusto alto piu' di tre metri. I moderni botanici hanno identificato solo 47 specie di piante superiori native dell'Isola di Pasqua, la maggior parte delle quali erbe, carici e felci. La lista comprende solo due specie di piccoli alberi e due di arbusti legnosi. Con una tale flora, gli isolani che Roggeveen incontro' non avevano alcuna fonte di vera legna da ardere per scaldarsi durante i freddi, umidi e ventosi inverni dell'Isola di Pasqua. I loro animali nativi non comprendevano nulla di piu' grande degli insetti, neppure una sola specie di pipistrelli autoctoni, uccelli terrestri, serpenti di terra o lucertole. Come animali domestici, disponevano solamente di polli.

I visitatori europei, durante l'intero corso del XVIII secolo e all'inizio del XIX secolo, stimarono che la popolazione umana dell'Isola di Pasqua fosse di circa 2.000 persone, una quantita' modesta considerata la fertilita' dell'isola. Come il Capitano James Cook riconobbe durante la sua breve visita nel 1774, gli isolani erano Polinesiani (un Tahitiano che accompagnava Cook fu in grado di conversare con loro). Ciononostante, a dispetto della ben meritata fama di grandi naviganti dei Polinesiani, gli isolani dell'Isola di Pasqua che uscirono in mare alla volta delle navi di Roggeveen e di Cook lo fecero a nuoto o pagaiando su canoe che Roggeveen descrisse come -scadenti e fragili-. Le loro imbarcazioni, scrisse, erano -messe insieme con molte piccole assi e una leggera ossatura interna in legno, che avevano assemblato dligentemente con fibre attorcigliate molto sottili? Ma poiche' mancano della conoscenza e in particolare dei materiali per il calafataggio e per il montaggio stretto del gran numero di giunture delle canoe, queste fanno di conseguenza molta acqua, per cui essi sono obbligati a passare la meta' del loro tempo a sgottare-. Le canoe, lunghe solo tre metri, portavano al massimo due persone e si videro solo tre o quattro canoe sull'intera isola.

Con delle imbarcazioni cosi' inconsistenti, i Polinesiani non avrebbero mai potuto colonizzare l'Isola di Pasqua, ne' avrebbero potuto portarsi molto al largo per pescare. Gli isolani che Roggeveen incontro' erano totalmente isolati, inconsapevoli dell'esistenza di altre persone. Gli studiosi in tutti gli anni dal momento della sua visita non hanno trovato traccia del fatto che gli isolani avessero avuto altri contatti esterni: non una sola roccia o prodotto dell'Isola di Pasqua era mai giunto da un altro luogo, ne' e' stato trovato qualcosa sull'isola che potesse esservi stato portato da chiunque altro se non dagli abitanti originari o dagli Europei. Eppure la gente che viveva sull'Isola di Pasqua rivendicava memorie di viaggi alla barriera corallina disabitata di Sala y Gomez, a 420 km di distanza, ben oltre il raggio d'azione delle inaffidabili canoe viste da Roggeveen. Come poterono gli antenati degli isolani raggiungere quella barriera corallina dall'Isola di Pasqua, o raggiungere l'Isola di Pasqua da un qualsiasi altro luogo?

La caratteristica piu' famosa dell'Isola di Pasqua e' data dalle sue enormi statue di pietra, piu' di 200 delle quali un tempo stavano ritte su massicce piattaforme di pietra allineate lungo la costa. Almeno altre 700, in diversi stadi di completamento, erano abbandonate in cave o su antiche strade tra le cave e la costa, come se gli scultori e le squadre di trasporto avessero gettato a terra i propri attrezzi e avessero abbandonato il lavoro. La maggior parte delle statue erette furono scolpite in una singola cava e quindi trasportate in qualche modo per ben 10 km ? a dispetto dell'altezza, fino a 10 metri, e del peso, fino a 82 tonnellate. Le statue abbandonate, invece, erano alte fino a 20 metri e pesavano fino a 270 tonnellate. Le piattaforme di pietra erano altrettanto gigantesche: lunghe fino a 150 metri e alte fino a 3 metri, con lastre di rivestimento pesanti fino a 10 tonnellate.

Roggeveed stesso riconobbe rapidamente il problema posto dalle statue: -Le statue di pietra dapprima ci riempirono di sorpresa-, scrisse, -poiche' non potevamo capire come fosse possibile che quella gente, che non dispone di legname pesante per costruire alcun macchinario, cosi' come non dispone di corde robuste, fosse stata comunque in grado di erigere simili statue-. Roggeveen avrebbe potuto aggiungere che gli isolani non disponevano di ruote, di animali da tiro, ne' di alcuna fonte di energia a parte i propri stessi muscoli. Come trasportarono le statue giganti per chilometri, ancora prima di metterle in piedi? Per rendere ancora piu' fitto il mistero, le statue erano ancora in piedi nel 1770, ma nel 1864 erano state tutte abbattute dagli isolani stessi. Perche' quindi le scolpirono prima di tutto? E perche' smisero?

Le statue implicano una societa' molto differente da quella che Roggeeven vide nel 1722. La loro semplice quantita' e dimensione suggerisce una popolazione molto maggiore di 2.000 persone. Che ne e' stato di tutti loro? Inoltre, quella societa' deve essere stata altamente organizzata. Le risorse di Pasqua erano sparse per l'intera isola: la miglior pietra per le statue fu cavata a Rano Raraku, nei pressi dell'estremita' nord-orientale dell'isola; la pietra rossa usata per le grandi corone che adornano alcune delle statue, fu cavata a Puna Pau, all'interno verso sud-ovest; gli attrezzi da cavatore venivano per la maggior parte da Aroi, nel nord-ovest. Nel frattempo, il miglior terreno agricolo si trova a sud e a est, e le migliori aree di pesca sono sulle coste a nord e a ovest. Estrarre e ridistribuire tutti quei beni richiese una organizzazione politica complessa. Che ne fu di quella organizzazione, e come si e' mai potuta sviluppare in un territorio cosi' povero?

I misteri dell'Isola di Pasqua hanno generato volumi di speculazioni per oltre due secoli e mezzo. Molti Europei stentavano a credere che i Polinesiani ? solitamente dipinti come -semplici selvaggi- ? avessero potuto creare le statue o le ben costruite piattaforme in pietra. Negli anni ?50, Heyerdahl sostenne che la Polinesia doveva essere stata popolata da societa' avanzate di Indiani americani, i quali a loro volta avevano ricevuto la civilizzazione attraverso l'Atlantico da societa' piu' avanzate del Vecchio Mondo. I viaggi in zattera di Heyerdahl miravano a dimostrare la fattibilita' di simili contatti transoceanici preistorici. Negli anni ?60 lo scrittore svizzero Erich von DS niken, che credeva ardentemente nelle visite alla Terra effettuate da astronauti extraterrestri, ando' ancora oltre, asserendo che le statue dell'Isola di Pasqua erano il lavoro di esseri intelligenti che possedevano attrezzi ultramoderni, si arenarono sull'Isola di Pasqua e furono infine recuperati.

Sia Heyerdahl che Von DS niken misero da parte la schiacciante evidenza che gli isolani dell'Isola di Pasqua erano tipici Polinesiani provenienti dall'Asia piuttosto che dalle Americhe e che la loro cultura (incluse le loro statue) emerse dalla cultura polinesiana. Il loro linguaggio era polinesiano, come Cook aveva gia' concluso. Piu' specificamente, essi parlavano un dialetto polinesiano orientale connesso all'Hawaiano e al Marchesano, un dialetto isolato dal 400 a.C. circa, come stimato in base a leggere differenze nel vocabolario. I loro ami e le loro asce di pietra somigliavano ai modelli dei primi abitanti delle Isole Marchesi. Lo scorso anno fu dimostrato che anche il DNA estratto da dodici scheletri dell'Isola di Pasqua era polinesiano. Gli isolani coltivavano banane, taro, patate dolci e canna da zucchero ? tipiche coltivazioni polinesiane, principalmente di origini legate al sud-est asiatico. Il loro unico animale domestico, il pollo, era anch'esso tipicamente polinesiano e fondamentalmente asiatico, cosi' come i topi che arrivarono come clandestini nelle canoe dei primi colonizzatori.

Che accadde a quei colonizzatori? Le teorie fantasiose del passato devono cedere il passo alle prove conquistate per mezzo del duro lavoro di professionisti in tre campi: archeologia, analisi dei pollini e paleontologia.

I moderni scavi archeologici sull'Isola di Pasqua sono continuati fino alla spedizione di Heyerdahl del 1955. Le piu' antiche datazioni associate alle attivita' umane, effettuate secondo la metodologia del tracciamento degli isotopi del carbonio, risalgono a un periodo compreso tra il 400 e il 700 circa, in ragionevole accordo con la data di insediamento approssimativa del 400 stimata dai linguisti. Il periodo della costruzione delle statue raggiunse il suo apice tra il 1200 e il 1500 con poche statue, se pure ne esistono, erette successivamente. La densita' dei siti archeologici suggerisce una popolazione numerosa; una stima di 7.000 persone e' diffusamente citata dagli archeologi, ma altre stime si estendono fino a 20.000, il che non sembra implausibile per un'isola delle dimensioni e fertilita' di Pasqua.

Gli archeologi hanno anche ottenuto l'appoggio degli isolani ancora vivi in esperimenti mirati a calcolare come le statue potrebbero essere state scolpite ed erette. Venti persone, usando solo scalpelli di pietra, potrebbero avere scolpito anche la piu' grande delle statue completate entro un anno. Avendo a disposizione legname e fibra per fabbricare corde a sufficienza, squadre composte al massimo da alcune centinaia di persone potrebbero avere caricato le statue su slitte di legno, averle trascinate su percorsi di legno lubrificato o rulli e avere usato tronchi come leve per disporle in posizione eretta. Le corde potrebbero essere state fabbricate usando la fibra di un piccolo albero locale, imparentato col tiglio, chiamato hauhau. Ad ogni modo, quest'albero e' oggi estremamente raro sull'Isola di Pasqua, e trasportare una statua avrebbe richiesto centinaia di metri di corda. Pote', un tempo, l'ora arido paesaggio dell'Isola di Pasqua sostenere gli alberi necessari?

Si puo' rispondere a questa domanda grazie alla tecnica dell'analisi dei pollini, che comporta l'estrazione di una colonna di sedimenti da una palude o uno stagno, con i depositi piu' recenti nella parte alta e i depositi relativamente piu' antichi verso il fondo. L'eta' assoluta di ogni strato puo' essere datata con i metodi del tracciamento del carbonio radioattivo. Quindi comincia il lavoro duro: l'esame di decine di migliaia di grani di polline al microscopio, il loro conteggio e l'identificazione delle specie di piante che li produssero, confrontandoli con il polline moderno prodotto dalle specie di piante conosciute. Per l'Isola di Pasqua, gli scienziati dalla vista acuta che effettuarono questo lavoro furono John Flenley, ora all'Universita' di Massey in Nuova Zelanda, e Sarah King dell'Universita' di Hull in Inghilterra.

Gli eroici sforzi di Flenley e King furono ricompensati dal sorprendente nuovo quadro che emerse dal paesaggio preistorico dell'Isola di Pasqua. Per almeno 30.000 anni prima dell'arrivo degli uomini e durante i primi anni della colonizzazione polinesiana, l'Isola di Pasqua non era per nulla un deserto. Invece, una foresta subtropicale di alberi e arbusti legnosi torreggiava su un sottobosco di cespugli, piante erbacee, felci e erba. Nella foresta crescevano margherite arboree, l'hauhau produttore di corde e il toromiro, che fornisce un legname da ardere compatto. L'albero piu' comune nella foresta era una specie di palma ora assente sull'Isola di Pasqua, ma precedentemente cosi' abbondante che gli strati inferiori della colonna di sedimenti erano stipati del suo polline. La palma dell'Isola di Pasqua era strettamente imparentata con la tutt'ora esistente palma da vino del Cile, che cresce fino a 30 metri di altezza e 2 metri di diametro. L'alto tronco privo di rami della palma dell'Isola di Pasqua sarebbe stato ideale per trasportare e erigere statue e costruire grandi canoe. La palma sarebbe anche stata una valida fonte di cibo, dal momento che l'equivalente cileno fornisce noci commestibili cosi' come linfa dalla quale i Cileni ottengono zucchero, sciroppo, miele e vino.

Cosa mangiavano i primi colonizzatori dell'Isola di Pasqua quando non si deliziavano con l'equivalente dello sciroppo d'acero? Recenti scavi effettuati da David Steadman, del Museo di Stato di New York ad Albany, hanno fornito un quadro del mondo animale originario dell'Isola di Pasqua altrettanto sorprendente del quadro del mondo vegetale fornito da Flenley e King. Le attese di Steadman per l'Isola di Pasqua erano condizionate dalle sue esperienze maturate altrove in Polinesia, dove il pesce e' di gran lunga il cibo principale nei siti archeologici, costituendo tipicamente oltre il 90% delle ossa nei cumuli di immondizia degli antichi Polinesiani. L'Isola di Pasqua, invece, e' troppo fredda per le barriere coralline amate dai pesci, e la sua linea costiera circondata da scogliere permette la pesca in acque basse solo in pochi punti. Meno di un quarto delle ossa nei suoi piu' antichi cumuli di immondizia (nel periodo compreso tra il 900 e il 1300) appartengono ai pesci; invece, quasi un terzo di tutte le ossa provengono da focene.

In nessun altro posto in Polinesia le focene raggiungono anche solo l'1% delle ossa di scarto nel cibo. Ma la maggior parte delle altre isole polinesiane offriva cibo animale sotto forma di uccelli e mammiferi, come nel caso dei moa giganti della Nuova Zelanda, ora estinti, e delle oche incapaci di volare delle Hawaii, anch'esse ora estinte. La maggior parte degli isolani aveva anche maiali e cani domestici. Sull'Isola di Pasqua, le focene sarebbero stati gli animali di maggiori dimensioni disponibili, a parte gli esseri umani. Le specie di focene identificate sull'Isola di Pasqua, i comuni delfini, pesano fino a 75 kg. Esse generalmente vivono in alto mare, cosi' non potevano essere cacciate dalla spiaggia per mezzo della pesca con la canna o con la lancia. Invece, dovevano essere arpionate molto al largo, da grandi canoe in grado di reggere il mare, costruite impiegando le palme ormai estinte.

In aggiunta alla carne di focena, scopri' Steadman, i primi colonizzatori Polinesiani banchettavano con gli uccelli marini. Per quegli uccelli, l'isolamento e la mancanza di predatori facevano dell'Isola di Pasqua un rifugio ideale come luogo di riproduzione, almeno fino all'arrivo degli uomini. Tra il prodigioso numero di uccelli di mare che si riproducevano sull'Isola di Pasqua c'erano gli albatross, le fregate, le procellarie, le sterne e uccelli tropicali. Con almeno 25 specie nidificanti, l'Isola di Pasqua era il piu' ricco sito di riproduzione per uccelli marini della Polinesia e probabilmente dell'intero Pacifico.

Anche gli uccelli terrestri finirono nelle prime pentole dell'Isola di Pasqua. Steadman identifico' ossa di almeno sei specie, inclusi civette, aironi, pappagalli e ralli. Lo stufato di uccello e' stato condito con la carne di un gran numero di ratti, che i colonizzatori polinesiani portarono inavvertitamente con se'; l'Isola di Pasqua e' l'unica isola polinesiana nota dove le ossa di topo superano quelle di pesce nei siti archeologici. (In caso foste schizzinosi e consideraste i topi non commestibili, ricordo ancora ricette per topi da laboratorio cremati che i miei amici biologi inglesi usavano per integrare la propria dieta durante i loro anni di razionamento alimentare durante la guerra.)

Le focene, gli uccelli marini e terrestri e i topi non esauriscono la lista delle fonti di carne precedentemente disponibili sull'Isola di Pasqua. Alcune ossa suggeriscono anche la possibilita' di allevamenti di colonie di foche. Tutte queste delizie venivano cucinate in forni alimentati dal legname proveniente dalle foreste dell'isola.

Queste prove ci permettono di immaginare l'isola sulla quale sbarcarono i primi colonizzatori Polinesiani qualcosa come 1.600 anni fa, dopo un lungo viaggio in canoa dalla Polinesia Orientale. Essi si ritrovarono in una paradiso intatto. Cosa ne fu dopo? I grani di polline e le ossa ci forniscono una triste risposta.

Le registrazioni relative ai pollini mostrano che la distruzione delle foreste dell'Isola di Pasqua era gia' a buon punto nell'800, solo alcuni secoli dopo l'inizio dell'insediamento umano. Da quel momento il carbone proveniente dai fuochi di legna comincio' a pervadere i sedimenti, mentre il polline delle palme e degli altri alberi e arbusti legnosi diminui' o scomparve, e il polline delle erbe che rimpiazzarono la foresta divenne piu' abbondante. Non molto tempo dopo il 1400 le palme si estinsero definitivamente, non solo come risultato del fatto di essere state abbattute, ma anche perche' i topi ormai onnipresenti ne impedivano la rigenerazione: delle dozzine di noci prodotte da palme e scoperte nelle caverne dell'Isola di Pasqua, tutte erano state rose dai topi e non avrebbero potuto germinare. Mentre l'hauhau non si estinse ai tempi dei Polinesiani, il suo numero declino' drasticamente fino al momento in cui non ne rimasero abbastanza per ricavarne corde. All'epoca in cui Heyerdahl visito' Pasqua, sull'isola era rimasto solo un singolo, moribondo albero di toromiro e anche quel sopravvissuto solitario e' ora scomparso. (Fortunatamente, il toromiro cresce ancora nei giardini botanici da qualche altra parte.)

Il XV secolo segno' la fine non solo delle palme dell'Isola di Pasqua ma della foresta stessa. La sua fine si stava avvicinando perche' la gente liberava il terreno per farne giardini; perche' abbatteva gli alberi per costruire canoe, per trasportare ed erigere statue, e per alimentare il fuoco; perche' i topi divoravano i semi; e probabilmente perche' gli uccelli del luogo che impollinavano i fiori degli alberi e ne disperdevano i frutti si estinsero. Il quadro complessivo e' tra gli esempi di distruzione delle foreste piu' estremi nel mondo: l'intera foresta scomparve e quasi tutte le specie arboree che la costituivano si estinsero.

La distruzione degli animali dell'isola fu estrema quanto quella della foresta stessa: senza eccezioni, ogni specie di uccello terrestre si estinse. Anche i crostacei furono oggetto di pesca eccessiva, fino al punto che la gente dovette adattarsi a piccole lumache di mare piuttosto che ai molluschi piu' grandi. Le ossa delle focene scomparvero improvvisamente dai mucchi di rifiuti verso il 1500; nessuno poteva piu' arpionare le focene, dal momento che gli alberi usati per costruire le grandi canoe per la navigazione in mare non esistevano piu'. Le colonie di oltre la meta' delle specie di uccelli marini che nidificavano sull'Isola di Pasqua o sulle isolette al largo furono spazzate via.

Al posto di queste fonti di carne, gli isolani di Pasqua intensificarono la loro produzione di polli, che erano stati solo un cibo occasionale. Essi si rivolsero anche alla maggior fonte di carne residua ancora disponibile: gli esseri umani, le ossa dei quali divennero comuni nei mucchi di rifiuti piu' recenti dell'Isola di Pasqua. Le tradizioni orali degli isolani abbondano di riferimenti al cannibalismo; l'insulto piu' cocente che potesse essere rivolto a un nemico era: -Ho ancora la carne di tua madre tra i denti-. Senza legname disponibile per cucinare questi nuovi beni, gli isolani fecero ricorso a rimasugli di canna da zucchero, erba e carici per alimentare i propri fuochi.

Tutti questi frammenti di prove possono essere fatti confluire in una narrazione coerente del declino e della caduta di una societa'. I primi colonizzatori Polinesiani si ritrovarono su un'isola fornita di suolo fertile, cibo abbondante, materiali da costruzione a piene mani e tutti i prerequisiti per una vita confortevole. Essi prosperarono e si moltiplicarono.

Dopo alcuni secoli, essi cominciarono a erigere statue di pietra su piattaforme, come quelle che i loro antenati polinesiani avevano scolpito. Col passare degli anni, le statue e le piattaforme divennero sempre piu' grandi, e le statue cominciarono a ostentare una corona rossa da dieci tonnellate ? probabilmente in una spirale ascendente di rincorsa al primato, quando i clan rivali cercavano di superarsi a vicenda mettendo in mostra ricchezza e potere. (Allo stesso modo, Faraoni successivi costruirono piramidi sempre piu' grandi. Gli attuali magnati del cinema Hollywoodiano vicino alla mia casa a Los Angeles stanno mettendo in mostra la propria ricchezza e il proprio potere costruendo dimore sempre piu' sfarzose. Tycoon Marvin Davis supero' il precedente magnate con progetti per una casa di 5.500 m2, per cui Aaron Spelling ha superato Davis con una casa di 6.200 m2. Tutto cio' che manca a quegli edifici per rendere esplicito il messaggio sono corone rosse da dieci tonnellate.) Sull'Isola di Pasqua, come nella moderna America, la societa' era tenuta insieme da un complesso sistema politico per redistribuire le risorse disponibili localmente e per integrare le economie di differenti zone [per l'Italia possono valere le stesse considerazioni - N.d.T.].

Alla fine la popolazione in crescita dell'Isola di Pasqua stava tagliando la foresta piu' rapidamente di quanto la foresta stessa fosse in grado di rigenerarsi. La gente usava i terreni per i giardini e il legname come combustibile, per la costruzione di canoe e edifici ? e, ovviamente, per trascinare statue. Non appena la foresta scomparve, gli isolani rimasero senza legname e senza corde per trasportare ed erigere le proprie statue. La vita divenne piu' disagevole ? le sorgenti e i torrenti si prosciugarono, e la legna non era piu' disponibile per accendere fuochi.

La gente trovo' anche piu' difficile riempirsi lo stomaco, dal momento che gli uccelli terrestri, le grandi conchiglie di mare e molti uccelli marini scomparvero. Poiche' il legname per costruire canoe per la navigazione in mare non era piu' disponibile, la pesca declino' e le focene sparirono dalla tavola. Anche i raccolti declinarono, dal momento che la deforestazione permise che il suolo venisse eroso dalla pioggia e dal vento, seccato dal sole e le sue sostanze nutritive dilavate. L'intensificata produzione di polli e il cannibalismo rimpiazzarono solo parte di quelle perdite di generi alimentari. Alcune statuette con guance incavate e costole visibili che si sono conservate suggeriscono che la gente aveva fame.

Con la scomparsa della sovrabbondanza di cibo, l'Isola di Pasqua non pote' piu' nutrire i capi, i burocrati e i preti che avevano mantenuto in funzione una societa' complessa. Gli isolani ancora in vita descrissero ai primi visitatori europei come il caos locale rimpiazzo' il governo centrale e una classe di guerrieri prese il sopravvento sui capi ereditari. Le punte di pietra di lance e pugnali, fabbricate dai guerrieri durante l'epoca della loro maggiore prosperita' nel ?600 e nel ?700, sono ancora sparse sul terreno dell'Isola di Pasqua oggi. Verso il 1700, la popolazione comincio' a crollare verso una quantita' compresa tra un quarto e un decimo del suo numero precedente. La gente comincio' a vivere in caverne per proteggersi contro i nemici. Verso il 1770 i clan rivali cominciarono a rovesciarsi le statue a vicenda, demolendo le teste. Entro il 1864 l'ultima statua era stata abbattuta e profanata.

Nel momento in cui cerchiamo di immaginare il declino della civilta' occidentale, ci chiediamo -Perche' non si sono guardati intorno, non si sono accorti di cio' che stavano facendo e non si sono fermati prima che fosse troppo tardi? Cosa stavano pensando quando tagliarono l'ultima palma?-

Sospetto, tuttavia, che il disastro non si sia verificato con uno scoppio, ma con un gemito. Dopo tutto, ci sono quelle centinaia di statue abbandonate da tenere in considerazione. La foresta dalla quale gli isolani dipendevano per i rulli e le corde non e' semplicemente scomparsa in un giorno ? e' svanita poco a poco, nel corso di decenni. Forse la guerra interruppe le squadre al lavoro; forse nel momento in cui gli scultori ebbero finito la loro parte, l'ultima corda si strappo'. Nel frattempo, ogni isolano che tentasse di avvertire dei pericoli della progressiva deforestazione sarebbe stato scavalcato dagli interessi acquisiti degli scultori, dei burocrati e dei capi, il lavoro dei quali dipendeva dal proseguimento della deforestazione. I nostri taglialegna del Nord-Ovest sul Pacifico sono solo gli ultimi di una lunga dinastia di taglialegna a gridare: -Il lavoro prima degli alberi!-. [analoghe situazioni sono riscontrabili anche in Italia: si pensi all'edilizia turistica costiera? - N.d.T.] I cambiamenti nella copertura forestale da un anno all'altro sarebbero stati difficili da vedere: si', quest'anno abbiamo tagliato quei boschi laggiu', ma gli alberi stanno cominciando a ricrescere in questo giardino abbandonato, qui. Solo i piu' anziani, ricordando i decenni della loro fanciullezza, potrebbero aver visto la differenza. I loro bambini non avrebbero potuto comprendere i racconti dei loro genitori piu' di quanto i miei figli di otto anni oggi possano comprendere quelli di mia moglie e miei su come era Los Angeles 30 anni fa [o come fosse l'Italia solo 40 anni fa - N.d.T.].

Gradualmente gli alberi divennero meno numerosi, piu' piccoli e meno importanti. Nel momento in cui l'ultima palma fruttifera adulta venne tagliata, le palme avevano da tempo cessato di avere un qualche significato economico. Questo fatto lascio' solo palme sempre piu' piccole da tagliare ogni anno, insieme ad altri arbusti e alberelli residui. Nessuno avrebbe notato la caduta dell'ultima piccola palma.

A questo punto il significato della storia dell'Isola di Pasqua per noi dovrebbe essere freddamente ovvio. L'Isola di Pasqua e' la Terra in piccolo. Oggi, di nuovo, una popolazione crescente si confronta con la riduzione delle risorse. Anche noi non abbiamo una valvola migratoria, poiche' tutte le societa' umane sono interconnesse per mezzo di trasporti internazionali, e noi non possiamo fuggire nello spazio piu' di quanto gli isolani di Pasqua potessero fuggire nell'oceano. Se continuiamo a seguire il percorso attuale, ci ritroveremo ad avere esaurito le piu' grandi riserve di pesca del mondo, le foreste tropicali, i combustibili fossili e gran parte del nostro suolo entro il momento in cui i miei figli raggiungeranno l'eta' che ho oggi [in effetti, sarebbe saggio non avere affatto figli - N.d.T.].

Quotidianamente i giornali riportano i dettagli di paesi alla fame ? Afghanistan, Liberia, Ruanda, Sierra Leone, Somalia, ex-Yugoslavia, Zaire ? nei quali i soldati si sono appropriati delle ricchezze o nei quali il governo centrale si piega a bande locali di assassini. Con il rischio della guerra nucleare che diviene piu' remoto, la minaccia di vedere la fine in un'esplosione non puo' piu' indurci a fermare la nostra corsa. Il rischio e' ora nel declinare, lentamente, in un lamento. L'azione correttiva e' bloccata da interessi acquisiti, da dirigenti politici ed economici bene intenzionati e dai loro elettorati, tutti perfettamente nel giusto nel non notare grandi cambiamenti da un anno all'altro. Invece, ogni anno ci sono giusto un po' piu' persone e un po' meno risorse, sulla Terra.

Sarebbe facile chiudere gli occhi o arrendersi per la disperazione. Se migliaia di semplici isolani dell'Isola di Pasqua con i loro soli attrezzi in pietra e la sola forza dei propri muscoli riuscirono a distruggere la propria societa', come possono miliardi di persone con attrezzi in metallo e potenti macchine fallire nel fare di peggio? Ma c'e' una sostanziale differenza. Gli isolani dell'Isola di Pasqua non avevano libri, ne' storie di altre societa' condannate. A differenza di quegli isolani, noi abbiamo storie del passato ? informazioni che possono salvarci. La mia principale speranza per la generazione dei miei figli e' che potremmo ora scegliere di imparare dal destino di societa' quale quella dell'Isola di Pasqua.

Pubblicato in Discover Magazine del 08/01/1995
di Jared Diamond
traduzione di Carpanix

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Da oggi e' possibile consultare on line il patrimonio cartaceo conservato nelle biblioteche italiane

Da oggi e' possibile consultare on line il patrimonio cartaceo conservato nelle biblioteche italiane.

Grazie al progetto -La Biblioteca Digitale Italiana ed il Network Turistico Culturale- (BDI&NTC), presentato a settembre 2003 dalla Direzione Generale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali del Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali (MiBAC), e realizzato con il coordinamento scientifico dell'Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane del MiBAC, nasce il sito www.internetculturale.it.

Questa novita' telematica e' un traguardo importante nell'ambito della cultura italiana perche' consentira' a tutti di accedere facilmente, anche da casa, agli archivi di tutte le biblioteche italiane.

Antiche carte geografiche, preziosi spartiti musicali, manoscritti, che ora venivano consultati solo da un selezionato e ristretto numero di persone addette alla ricerca, saranno a disposizione di chiunque abbia voglia di provare il piacere di avere sotto i propri occhi un libro raro.

Il sito offre, inoltre, la possibilita' di affrontare percorsi culturali come la visita virtuale ad una mostra o itinerari turistico culturali come viaggi tra testi ed immagini di personaggi e luoghi della cultura.

Il progetto non si ferma qui ma continuera' nei prossimi mesi con la digitalizzazione dei documenti ad alto valore culturale che non si trovano in commercio.

www.internetculturale.sbn.it

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Un lama reincarnato che stupisce la Russia

La testa, rasata, suda. Le mani, morbide, sono calde. Il cervello trasmette impulsi elettrici. Le unghie crescono. Il corpo perde e riacquista peso. La pelle, tesa, e' elastica. Gomiti e ginocchia si muovono. Naso ed orecchi sono dove ognuno li ha. Gli occhi, intatti, stanno chiusi: qualcuno, raramente, nota le palpebre sollevarsi. Il cuore sembra pronto a riprendere il battito.

Vene e arterie sono piene di sangue, di gelatinosa consistenza. Il lama Khambo Itighelov e' tornato. Prima di morire, nel 1927, lo aveva promesso. Ora i buddisti russi lo venerano come «il dio rinato». Sette volte all'anno, nelle feste solenni, la sua cella nel monastero di Ivolghinskij, affacciato sul lago Baikal, si apre ai fedeli. A migliaia lasciano i villaggi dell'estremo Oriente e della Mongolia per accorrere a Ulan-Ude, in Buriazia.

Non c'e' posto per tutti. Attorno alla cassa di cedro protetta da una campana di cristallo, dove il corpo disteso 78 anni fa e' riemerso seduto nella posizione del loto, possono sfilare 15 mila persone al giorno. Per quest'anno gli accessi, aumentati a 130 mila, sono esauriti.

Medici e scienziati di tutto il mondo non sanno spiegare il fenomeno. Nei laboratori si esaminano campioni di tessuti, capelli, cartilagini. Le radiografie confermano solo il mistero: gli organi di quella che fu la guida spirituale dei buddisti russi sono perfettamente conservati. Dove si ferma la ragione, accorre la fede. I monaci del -dazan- sono sicuri. Il lama Khambo, dopo aver raggiunto lo stato della -perfetta vuotezza-, e' vivo. In lui si e' reincarnato il primo capo della chiesa buddista, Pandito Khambo, lama Zajaev. Era nato nel 1702. Mori' a 75 anni, promettendo agli allievi di tornare dopo altrettanti. Alla data stabilita, 1852, venne alla luce Khambo Itighelov. Visse altri tre quarti di secolo, confermando a sua volta il ritorno dopo un tempo corrispondente. Alla scadenza, tre anni fa, ha rispettato l'appuntamento. Da allora la vita, identificata con la «trasmigrazione dell'anima », riprende a scuotere il suo corpo: mummificato pur senza aver subi'to alcun trattamento.

Aveva lasciato il mondo in modo sorprendente. Nel 1917, mentre l'impero degli zar Romanov crollava sotto i colpi dei bolscevichi di Lenin, aveva rinunciato a governare la chiesa buddista. Per dieci anni Khambo Itighelov si era ritirato in un monastero. Sedeva immobile, solo nella cella: «Devo perfezionare - spiegava - il mio spirito». Il 15 giugno del 1927 convoco' i suoi discepoli. Chiese che recitassero per lui la preghiera dei defunti: «Auguri di bene per chi se ne va». Gli allievi erano incerti.

«Perche' maestro - chiesero - dobbiamo recitare questi versi per lei che e' sano e forte?». Il lama sorrideva. Li prego' di tornare a guardare il suo corpo dopo 30 anni. Volle che venisse scritto che dopo 75 anni il suo spirito sarebbe stato nuovamente tra loro. Poi, dopo aver pronunciato da se' l'orazione funebre, smise semplicemente di respirare. Lo stupore, dominato dalla paura, ha impedito che venisse cremato. Fu messo nella terra, avvolto in un lenzuolo e cosparso di sale.

«Nel 1957 - racconta oggi la direttrice dell'istituto religioso a lui dedicato, Yanzhima Dabaevna - il lama Itighelov e' stato esumato. Era intatto, non si e' potuto bruciare come prescrive la legge buddista. Nel 2002 la conferma del miracolo. Pesava 37 chili, oggi oscilla sui 42». Nessuno ha diffuso la notizia della mummia reincarnata. Si temeva che attorno al Maestro fiorisse un'ingiustificata idolatria. Poi, misteriosamente, decine e quindi centinaia di fedeli hanno iniziato a battere al portone del convento. «Chiedevano di Khambo - spiega la sua discendente - abbiamo dovuto prendere atto della verita'».

Il fenomeno e' stato contenuto fino a gennaio. Il centro di medicina legale del ministero della salute, assieme all'universita' di Mosca, esitavano a pronunciarsi. Quindi il verdetto choc: «Gli esami di laboratorio - scrive il professor Viktor Zvjagin - non hanno rilevato nei tessuti organici del corpo qualcosa che li distingue da quelli di una persona vivente». Dieci giorni fa, su richiesta dei monaci, gli esami sono stati sospesi. Il «lama rinato» smette di essere un fenomeno scientifico e si consegna all'insondabilita' della credenza. I buddisti dell'estremo Oriente russo, ma anche quelli sparsi lungo il confine cinese, giovedi' hanno festeggiato, pregato e ringraziato. Al monastero son stati fissati i giorni in cui, entro un anno, si potra' onorare il Maestro: 24 aprile, 23 maggio, 10 luglio, 27 settembre, 24 ottobre, 26 novembre, 29 gennaio 2006.

«I dubbi sono fugati - dice l'attuale capo dei buddisti, Khambo lama Ajuscejev - gli esperimenti non servono piu'. Il lama Itighelov e' come noi, solo in un stato di assenza. La reincarnazione e' compiuta». I monaci della Buriazia ricordano cosi' l'origine dell'enigma. La «mummia vivente», appena onorata anche dall'attore Richard Gere, avrebbe raggiunto il livello di astrazione dal corpo descritto nel 1400 dal famoso lama Bogdo Zonkhavy. «E' uno stato paranormale straordinario. Si ottiene attraverso lo svuotamento: un percorso spirituale ignoto, che consente di abbandonare e riacquisire il proprio corpo ». A provarlo, un vecchio verbale della locale guarnigione della polizia russa.

«Il lama - si legge - nel pomeriggio correva a cavallo sulla superficie del lago Beloje, come fosse sul selciato». Altri raccontano che fosse in grado di spostarsi fulmineamente: si riduceva ad un punto, riapparendo in un istante ad un chilometro di distanza. Yanzhima Dabaevna ha scoperto che i magici poteri si sono rivelati al ritorno del Maestro dopo vent'anni di studi alchimistici in Tibet. Il monastero, oggi cinese, e' stato distrutto. Khambo Itighelov rimane l'ultimo custode del proprio segreto.

Un lama reincarnato che stupisce la Russia
a cura di Serenella Speziale.
Autore: Giampaolo Visetti

Fonte: La domenica di Repubblica

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7 IMPIEGATI SU 10 VITTIMA DEL MAL D'UFFICIO

I sintomi: mal di schiena, stanchezza cronica, senso d'oppressione e persino claustrofobia.
La soluzione: fiori, colori, musica, materiali e illuminazione naturali.

Milano, 28 nov. (Adnkronos) - Il mal d'ufficio colpisce sette impiegati su dieci: mal di schiena, stanchezza cronica, senso d'oppressione e persino claustrofobia sono i sintomi di una vera e propria sindrome da scrivania.
Una 'malattia' che colpisce tutti, dalle segretarie ai manager.
E' quanto rivela uno studio realizzato della rivista Salute Naturale (Edizioni Riza), condotta su 880 impiegati, maschi e femmine, di eta' compresa tra i 24 e i 55 anni.
Il risultato: sette impiegati su dieci (72%) dichiarano di accusare sul luogo di lavoro, dove passa un terzo dell'intera esistenza, disturbi di vario genere.
Un malessere diffuso caratterizzato da continui e pressoche' quotidiani mal di testa (42%), stanchezza cronica (36%) e mal di schiena (27%) dovuti a sedie non esattamente ergonomiche, a scrivanie posizionate in maniera approssimativa e lunghe ore davanti al computer.
L'ambiente per oltre otto lavoratori su dieci (82%) influisce in maniera preponderante sulla salute e sullo stato psicofisico e di conseguenza sulla produttivita'.
E infatti, le cause del malessere da ufficio sono individuate in tutte quelle cose che concorrono a creare inquinamento acustico ed elettromagnetico, ma anche tutto cio' che rende triste, freddo e opprimente il luogo di lavoro.
Al primo posto, computer e cavi elettrici (43%).
Al secondo, l'impianto dell'aria condizionata, insoddisfacente per il 34%, mentre il 29% si lamenta per gli spazi troppo angusti che caratterizzano molti uffici anche ultramoderni.
Uno su quattro poi non sopporta la luce artificiale (25%), mentre solo l'11% ormai si lamenta per il fumo, bandito dalla quasi totalita' degli uffici italiani.
Ma come ritrovare il benessere?
Per cominciare puo' bastare davvero poco, suggeriscono gli esperti di Salute naturale: mettere fiori sulla scrivania (41%) o ascoltare musica mentre si lavora (34%), ma c'e' anche chi sogna i trattamenti che vanno tanto di moda all'estero, come il massaggiatore in ufficio (32%).
Altri piccoli grandi rimedi che influiscono positivamente sono diffondere essenze profumate (28%) e sostituire l'ennesimo caffe' con una tisana (22%).
Ma per i piu' radicali, la svolta sarebbe l'applicazione, anche nella costruzione degli uffici, dei principi del feng shui e della bioarchitettura, per avere ambienti di lavoro davvero a misura della salute di chi li ''abita'' ogni giorno. Quindi no a plastica e ferro, e si' a materiali naturali (57%), piante ovunque (46%), colori caldi per gli arredi (34%) e illuminazione il piu' possibile naturale (29%).

Adnkronos, 28 novembre 2004

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Sindrome da Sensibilita' chimica multipla

Dilagano negli Usa ma crescono anche in Italia (sono gia' 150, anche se ufficialmente non riconosciuti) i casi di sindrome da «Sensibilita' chimica multipla»: in pratica, una grave allergia a un'infinita' di sostanze chimiche presenti nell'ambiente «moderno». E le mutue non pagano le cure

Ha 46 anni, si chiama Donatella, e' terapista della riabilitazione.
Fino a poco tempo fa aveva una vita normale, in una citta' dove la qualita' della vita e' piuttosto alta nonostante l'inquinamento prodotto dal polo petrolchimico.
Eppure da qualche anno tutto e' drasticamente cambiato: Donatella non puo' aprire le finestre, non puo' sopportare il contatto con l'acqua dell'acquedotto (per via del cloro), ne' toccare la carta; alla sua tavola solo poca pasta biologica scondita e carne di coniglio, tacchino e pollo. Non puo' usare i dentifrici in commercio, ne' creme per la pelle, anche se la secchezza della cute in inverno le provoca dolorose lacerazioni; i mobili nuovi devono essere fatti solo di vetro e di metallo e puo' utilizzare solo materassi in cotone naturale; un vero problema trovare indumenti «sopportabili», ed anche detersivi per la casa e per la biancheria.
La sua esistenza e' la negazione quotidiana di tutto quello che ognuno di noi puo' normalmente toccare, mangiare, bere, annusare, sfiorare, respirare: a pensarci anche per pochi istanti, un vero inferno.
Che per Donatella dura dal marzo del 1992, quando si e' risvegliata dall'anestesia per un intervento chirurgico.

Impossibile lavorare
«A poco a poco mi e' diventato impossibile lavorare perche' la percezione terribilmente intensa di qualsiasi odore mi impediva di stare a contatto con persone profumate, o che solo facevano uso di lacche per capelli. Ogni sostanza chimica inalata mi procurava orticaria, ogni contatto con fibre non naturali mi scatenava una reazione allergica, ogni cosa che mangiavo mi procurava vomito e diarrea», dice Donatella, che per anni non ha trovato uno specialista in grado di riconoscere la patologia.
Da poco tempo e' arrivata la diagnosi: si tratta della «Sensibilita' chimica multipla», una malattia invalidante e progressiva, e solo nel 2002 a Donatella e' stata finalmente riconosciuta l'invalidita' civile al 75%.
«Sono gia' fortunata a non soffrire di sensibilita' elettromagnetica, cosi' almeno posso lavorare al computer, telefonare e guardare la televisione».
E col computer ha rintracciato altre persone nelle stesse condizioni: 5 nella sua citta' (Ferrara), 150 in Italia, molte di piu' in Canada e Stati uniti; attraverso il web e l'Associazione «Amica», di cui e' vicepresidente nazionale, l'instancabile Donatella ricerca le novita' in campo diagnostico e terapeutico, tiene in contatto i pazienti e si attiva per ottenere il riconoscimento medico-legale di questa malattia che, va detto, e' stata scoperta negli Usa negli anni '50 ma e' stata sempre discreditata dall'industria chimica che la vede come una minaccia per i propri ingenti profitti economici.

Che cosa c'entra l'industria chimica?
La produzione globale delle sostanze chimiche e' passata da 1 milione di tonnellate all'anno del 1930 ai 400 milioni di tonnellate attuali. Non basta: nell'Unione europea sono state registrate circa 100 mila sostanze sintetiche diverse, di cui solo 10 mila sono commercializzate in volumi maggiori di 10 tonnellate, ed altre 20 mila sono immesse sul mercato in quantita' comprese tra 1 e 10 tonnellate.
Questo significa che la maggior parte dei prodotti chimici di sintesi viene impiegata in piccole quantita', ma a quanto pare diventa un cocktail micidiale per un numero sempre crescente di persone, che manifestano irritazioni cutanee, congestioni, lacrimazione degli occhi, vertigini, dolori articolari e problemi respiratori.
In breve, le sostanze chimiche danneggiano il fegato e il sistema immunitario e sopprimono la mediazione cellulare che controlla il modo in cui il corpo si protegge dagli agenti estranei; i sintomi si verificano in risposta all'esposizione a molti composti chimicamente indipendenti e presenti nell'ambiente in dosi anche di molto inferiori a quelle riconosciute responsabili di effetti nocivi nella popolazione generale.
Un male non conosciuto e mutevole. La sensibilita' chimica multipla e' quindi un male non conosciuto e mutevole, che spesso si scopre solo dopo anni di sofferenze; e' una sorta di intossicazione progressiva del corpo ai componenti chimici di sintesi: una contemporaneita' di piu' allergie, che si intensificano con l'andar del tempo e con la conseguente maggiore esposizione dell'organismo ai fattori inquinanti.

Secondo l'americana Accademia nazionale delle scienze, 37 milioni di cittadini statunitensi sono affetti da sensibilita' chimica multipla (Multiple Chemical Sensibility), e il meeting strategico dell'Organizzazione mondiale della sanita' (che si e' svolto a Ginevra nel settembre 2000) sul rapporto tra qualita' dell'aria e salute ha stabilito che «fino a un miliardo di persone, prevalentemente donne e bambini, sono esposte regolarmente a livelli d'inquinamento dell'aria al chiuso che sono superiori anche di 100 volte ai valori indicati nelle direttive dell'Oms».
E l'allarme e' partito proprio dagli Stati uniti, dove da diversi anni si stanno diffondendo le associazioni di cittadini impegnate per il riconoscimento dei diritti delle persone chimicamente sensibili e per i malati ambientali.
Si deve ricordare l'instancabile impegno di Irene Wilkenfeld, una divulgatrice scientifica che, dopo aver subito un'esposizione a chlordane (un insetticida a vasto spettro, tossico anche per l'uomo) ha fatto della sua vita un impegno costante per mettere fine alla presenza dei pesticidi all'interno delle scuole e per far cessare (riuscendoci!) le spedizioni per posta di pubblicita' commerciale contenente campioni profumati.Il male non ha risparmiato Irene Wilkenfeld, che si e' spenta poche settimane fa, ma che ha lasciato sia un'importante raccolta bibliografica di lavori scientifici su questa nuova malattia, sia un importante insieme di testimonianze di pazienti che, grazie alla sua denuncia civile, oggi sono riconosciuti legalmente e ricevono adeguata assistenza negli Stati uniti.

La legislazione europea
Che cosa accade in Europa? Il Parlamento europeo ha in esame la nuova legislazione sulla chimica, che dovrebbe tutelare l'ambiente e la popolazione, evitando malattie e decessi conseguenti all'esposizione a composti chimici tossici.
La Commissione europea ha stimato che questa proposta legislativa costera' all'industria chimica circa 200 milioni di euro all'anno (per una durata di 11 anni): nonostante questo importo rappresenti solo lo 0,04% del loro fatturato annuale, le industrie temono ripercussioni negative sul business, e quindi hanno richiesto un'ulteriore valutazione d'impatto.
Ma questa sembra solo una inutile perdita di tempo, dato che sono gia' molte le ricerche che evidenziano che l'innovazione verso sostanze chimiche e beni di consumo piu' sicuri comporta enormi vantaggi sia in termini di salute pubblica sia nei confronti dello sviluppo industriale.
Le elezioni di giugno per il rinnovo del parlamento europeo saranno un'ottima occasione per ottenere un chiaro pronunciamento dei candidati: sul sito www.chemicalreaction.org si trova il testo della proposta di legge ed una richiesta di intervento, in merito alla sicurezza della chimica, che si puo' indirizzare ai parlamentari.
In Italia chi si ammala di sensibilita' chimica multipla si trova a vivere come un «disabile invisibile», perche' la sua malattia e' sconosciuta e le sue continue reazioni a sostanze, che dai piu' sono ritenute innocue, sono vissute come socialmente inaccettabili.
Mancano norme di tutela adeguate e definite da linee-guida di tipo socio-sanitario.Sono solo due i centri che si occupano di Mcs nel nostro paese: l'ospedale civile di Brescia e il Policlinico Gemelli di Roma.
I sintomi che questa sindrome comporta potrebbero essere curati con farmaci prescrivibili dal medico di base (se il paziente li sopporta, dato che in molti casi l'unico rimedio e' la terapia omeopatica) ma alcuni esami specifici possono essere fatti soltanto all'estero.
E allora il malato deve fare il prelievo di sangue, inviarlo a proprie spese a Monaco di Baviera, pagare di tasca propria le costosissime analisi, e mettersi pazientemente in attesa dell'esito.
Il malato di Mcs vive una disabilita' quattro volte piu' grave di qualsiasi altra perche' non ha alcuna assistenza medica specifica (in Italia la malattia non e' riconosciuta e non esistono centri adeguati per la diagnosi e la cura), perche' deve abbandonare il lavoro (per la presenza di prodotti chimici, di detersivi e deodoranti ambientali, per il fumo passivo), perche' la sopravvivenza diventa difficile anche all'interno della propria abitazione ed infine a causa dell'isolamento sociale (diventa infatti impossibile accostarsi ad una persona che e' stata dal parrucchiere, che indossa panni lavati con un comunissimo detersivo, che ha fumato anche solo un'ora prima...).
E' difficile dire quanti siano attualmente in Italia i malati di Mcs, ma e' facile prevedere che il loro numero sia destinato ad aumentare: per questo l'associazione «Amica» propone una petizione per il riconoscimento giuridico-sanitario della sensibilita' chimica multipla (www.infoamica.org).
I nostri auguri per una vita migliore a Donatella e agli altri malati si firmano li'.

Il manifesto, 29 aprile 2004

Articolo tratto da
http://www.greenplanet.net/

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